il Fatto Quotidiano, 4 gennaio 2026
Quando Nino Rota organizzò la censura della Messa beat
Oltre mezzo secolo prima di Riccardo Muti altri prestigiosi musicisti italiani indirizzarono al Papa una protesta contro le “schitarrate in chiesa”. Muti lo ha fatto con Leone XIV supplicandolo di restituire ai luoghi religiosi, da troppo tempo infestati da “strimpellatori”, i cori gregoriani composti nel Cinquecento da Palestrina e la polifonia sacra. Nella prima settimana di dicembre del 1969 Nino Rota, uno dei compositori italiani più importanti nella storia del cinema, assieme al direttore del Conservatorio di Milano Jacopo Napoli e ad altri trentatré musicisti, docenti in conservatori e accademie e maestri di cappella di cattedrali, inviarono una petizione a Paolo VI per rivelare il «disorientamento della nostra coscienza di artisti cattolici» di fronte alla ormai abituale esecuzione nelle chiese della Messa beat «tanto sollecitante gli istinti e i sensi quanto lontana dalla spiritualità». Il documento lamentava «che si accetti ogni cosa senza che nessuno autorevolmente provveda al richiamo per il timore di non apparire sufficientemente moderno» e terminava con un appello diretto e risoluto: «Sappiamo che Vostra Santità, sotto il peso dei problemi ancora più urgenti, incontrerebbe forse difficoltà nel condannare le deviazioni di cui abbiamo voluto parlare. Chiediamo tuttavia umilmente che voglia, almeno, astenersi dall’approvarle, sia direttamente che indirettamente, per non compromettere l’autorità della Sede apostolica con gestì che desterebbero gravi reazioni nel mondo artistico ed intellettuale. È una ben grave responsabilità che Vostra Santità porta di fronte alla Chiesa e di fronte alla storia». A rendere pubblica la protesta fu il Comitato internazionale per la difesa della civiltà cristiana che annunciò la raccolta di centomila firme di cattolici tradizionalisti contrari alla Messa beat.
Il Padrino dopo Gian Burrasca
All’epoca della protesta Nino Rota era già famoso per le colonne sonore composte per i film di Federico Fellini, Luchino Visconti, Franco Zeffirelli e ancora più celebre sarebbe diventato tre anni dopo per il tema de “Il padrino” di Francis Ford Coppola. Aveva creato la sua prima composizione appena dodicenne proprio nella sfera della musica sacra tradizionale, intitolata “Messa di Requiem”. Nel 1961 aveva poi scritto “Messa breve” per organo e coro. Tuttavia non disdegnava lavori rivolti a platee più popolari: nel 1964 firmò la musica della sigla de “Il Giornalino di Gian Burrasca” con il tormentone “Viva la pappa col pomodoro” affidato alla voce di Rita Pavone. Eppure non esitò dal farsi promotore della petizione che esortava Paolo VI a dichiarare fuorilegge la Messa beat.
I primi furono gli Amici
Il progetto della messa dei giovani, subito ridefinita Messa beat perché suonata da chitarre e tastiere elettriche, batteria, sassofoni, era nato sulla scia delle innovazioni introdotte anche nella liturgia dal Concilio ecumenico Vaticano II, con il proposito di coinvolgere i credenti attraverso una partecipazione più contemporanea alle funzioni religiose e con l’obiettivo di raggiungere tutte le chiese del mondo. Già nel 1965 c’era stato un primo esperimento discografico promosso da don Baldassare Riccitelli, sacerdote della diocesi di Ascoli Piceno: grazie a lui il gruppo gli Amici aveva inciso per le Edizioni Paoline un 45 giri con due brani originali “Chinati ai tuoi piedi”, “Osanna nell’alto dei cieli” e una canzone del folklore religioso brasiliano “Ave Maria no morro”.
Il mitico concerto del 1966
Il grande evento mediatico risale a sessant’anni fa: annunciato dieci giorni prima nel corso della Rassegna delle Cappelle Musicali di Loreto fu allestito a Roma il 27 aprile 1966. Nell’aula Borromini del San Filippo Neri in Vallicella, l’oratorio frequentato ottant’anni prima dal piccolo Eugenio Pacelli (diventato nel 1939 Pio XII), il padre domenicano Gabriele Sinaldo Sinaldi tenne a battesimo l’esordio ufficiale della Messa beat come alternativa ai canti gregoriani. Padre Sinaldi era uno dei principali collaboratori di padre Félix Morlion, fondatore a Roma dell’Università Pro Deo, specializzata in psicologia sociale e comunicazione di massa.
Un concerto mitico: l’aula Borromini riuscì a contenere soltanto una parte della folla accorsa ad assistere al nuovo rito affidato per la parte musicale a tre band di “capelloni”: Angel and the Brains, Barrittas, Bumpers. La messa dei giovani fu raccolta anche in un album pubblicato dall’etichetta discografica Ariel di Gaetano Pulvirenti che sulla copertina riproponeva la frase di un articolo di padre Pedro Arrupe, superiore generale della Compagnia di Gesù, scritto nel maggio del 1965 per la rivista “Rocca” della Pro Civitate Christiana di Assisi: «Nei giovani c’è molto dinamismo e soprattutto molta sincerità. Ci appaiono talvolta ostili alla religione ma sono soltanto insofferenti dei formalismi e delle esteriorizzazioni della fede».
Angel and the Brains interpretarono “Introito (Penso pensieri di pace)”, “Graduale (Con voci di gioia)”, “Offertorio (A te offro mio Dio)”; i Barrittas “Gloria (Gloria al Signore”), “Pater noster (Tu che sei nei cieli)”, “Agnus Dei (Agnello di Dio”); i Bumpers “Credo (Io credo)”, “Sanctus (Santo)”, “Communio (Rendete grazie a Dio)”.
Artefice e animatore dell’intera struttura musicale era il maestro Marcello Giombini, formatosi come organista delle chiese romane prima di debuttare come compositore di colonne sonore cinematografiche, con la confezione dei testi assegnata allo sceneggiatore Giuseppe Scoponi, a sua volta docente dell’Università Pro Deo, in collaborazione con due saggisti dell’Osservatore Romano: il liturgista Tommaso Federici e il sacerdote Carlo Gasbarri.
La Cittadella dello yé-yé
Otto mesi dopo l’esordio nella Sala Borromini la Messa beat uscì dal circuito limitrofo alle chiese per entrare ufficialmente nel tempio: il 30 dicembre 1966 Angel and the Brains, Barrittas e Bumpers cantarono e suonarono nella basilica inferiore di Assisi. Tra i sostenitori delle sperimentazioni liturgiche musicali dei giovani al superiore generale dei gesuiti Pedro Arrupe e ai domenicani Morlion e Sinaldi si aggiungevano pertanto i frati minori di Assisi con il dinamico appoggio della Pro Civitate Christiana, la “Cittadella” assisiate dell’apostolato evangelico.
Affollatissima di contro la squadriglia dei detrattori ampiamente rappresentata all’interno della curia romana. Il sentimento dominante era illustrato negli articoli confezionati a iniziare da maggio 1966 da monsignor Domenico Celada, docente di musica e di canto gregoriano all’Università Lateranense, diretti a censurare l’azione degli «illustri assassini della nostra santa Liturgia». Si leggeva nelle reprimende di Celada pubblicate dal quotidiano Il Tempo e da alcune riviste musicali: «La sacra liturgia attraversa un periodo di grande crisi, forse il più doloroso della sua storia. Mai si vide tanta decadenza e confusione: si stava veramente toccando il fondo…». La Messa beat si trasformò in una sorta di pratico ring ove misurare i contrasti postconciliari tra religiosi.
Gli esperimenti proseguirono tra l’entusiasmo dei ragazzi, i rimproveri degli adulti devoti alla tradizione, le iniziative di parroci vivaci, le dissimili risposte dei vescovi: a volte autorizzazioni, a volte divieti.
Parroci e vescovi favorevoli e contrari
Tra i primi a seguire l’esempio dei precursori di Roma e Assisi furono in Friuli il parroco di Paderno don Giona Sebastianis con il consenso dell’arcivescovo di Udine Giuseppe Zaffonato e in Veneto don Floriano Agreiter a Cortina d’Ampezzo autorizzato dal vescovo di Belluno-Feltre Gioacchino Muccin.
Non solo nord. Favorevoli alle messe beat si dimostrarono gli arcivescovi di Catania Guido Luigi Bentivoglio, di Palermo Francesco Carpino, di Siracusa Giuseppe Bonfiglioli. Assolutamente bendisposto l’arcivescovo di Chieti-Vasto Loris Capovilla, già segretario particolare di Giovanni XXIII.
I Corvi tra Gloria e Il ragazzo di strada
Non solo sì. Il vescovo di Arezzo Giuseppe Franciolini proibì a don Zeno Santini di celebrare l’annunciata “messa beat danzante” nella cattedrale dei Santi Pietro e Donato. Un’altra cattedrale, quella di Parma, venne addirittura occupata da capannelli di ragazzi in rimostranza contro il trasferimento di don Pino Setti castigato dal vescovo Evasio Colli per aver organizzato una Messa beat. Era accaduto il 30 maggio 1967: i giornali scrissero di tremila ragazzi nella chiesa Santa Maria della Pace per assistere alla funzione accompagnata dalle chitarre elettriche e la batteria dei Corvi, gruppo locale leader dell’hit parade con il brano “Un ragazzo di strada”. I Corvi avevano eseguito un “Gloria” tutto beat, composto dal loro frontman Angelo Ravasini. Abbastanza secondo monsignor Colli per spedire in esilio il parroco don Setti.
A Novara in attesa dell’autorizzazione del vescovo Placido Maria Cambiaghi a celebrare messe beat in chiesa i giovani già nel febbraio del 1967 avevano predisposto nel Teatro Faraggiana i “Quaresimali beat”: tre giorni di preghiere musicate e ritmate – da “Ave Maria” a “Offertorio”, da “Gerico” a “Chi era lui” – nell’interpretazione dei gruppi I cinque dell’angolo e Élite 79.
A Milano l’arcivescovo Giovanni Colombo proibì la Messa beat domenicale inserita in calendario dalla parrocchia Sant’Eugenio; mentre a Roma tre chiese, San Giulio al Gianicolo, il collegio Sant’Alessio Falconieri e la chiesa dei Martiri Canadesi, dall’inizio del 1967 avevano cominciato ad ospitare ogni domenica la Messa beat con pienoni da stadio, pure adombrati da acuminate contestazioni da parte di fedeli anche giovani. Proteste attutite dal cardinale Angelo Dall’Acqua, vicario di Roma dal gennaio 1968, schierato a favore dell’alternativa yé-yé al gregoriano.
Da Palestrina a Little Tony
Il confronto diretto tra generi rivolti alla musica in chiesa fu dettagliatamente illustrato nell’aprile del 1968, a due anni dall’esordio della Messa beat, sul palcoscenico della Piccola Scala di Milano, ancora una volta per iniziativa della Pro Civitate Christiana di Assisi. Tre giorni di concerti con la classica “Missa Lauda Sion” di Giovanni Pierluigi da Palestrina eseguita dai cantori della cappella del Duomo di Milano diretti da Luciano Migliavacca contrapposta alla “Missa Nobis” scritta e diretta da Eddie Hawkins con il coro gospel dei Folkstudio Singers, cinque afroamericani alle prese con la lingua latina, e la “Messa Alleluja” interpretata dal gruppo beat diretto dall’organista Marcello Giombini con due cantanti, il chitarrista classico Girolamo Gilardi e tre elementi della band di Little Tony: alla chitarra elettrica Mario Molino, alla batteria Paolo Taddia, al basso Alberto Ciacci fratello del rocker di “Cuore matto”. E in chiusura il dibattito “Musica e valori umani della nuova liturgia” con il fior fiore di esperti di diverse discipline e di musicologi – Roberto Leydi, Leonardo Ancona, Gian Enrico Rusconi, Diego Carpitella, Roman Vlad, don Salvatore Marsili, don Dante Destefanis – tutti più o meno d’accordo nel concedere l’assoluzione alla Messa beat.
Il dileggio dei giornali
Al contrario la stampa in generale non incoraggiò i tentativi di rinnovamento musicale. Prevalsero commenti ironici o esplicite canzonature. «L’idea di trasformare le centinaia di chiese romane in altrettanti Piper non è una prospettiva entusiasmante» commentò il 28 aprile 1966 l’inviato de l’Unità, organo ufficiale del Partito Comunista Italiano. «Inalberare testi irti di “osanna” e di “abbi pietà di noi o Signore” non sposta nulla se il veicolo sonoro non si distingue dal juke-box, e sommerge tutto nella sua fragorosa corporeità» scrisse Alfredo Todisco il 7 aprile 1968 sul Corriere della Sera.
La scomunica delle chitarre elettriche
La disponibilità e il sostegno di molti tra religiosi e laici non fu sufficiente a placare il disappunto della maggioranza dei vescovi che nella petizione al papa del 1969 firmata dai 35 musicisti capeggiati dalla superstar Nino Rota individuarono la risorsa definitiva per silenziare la Messa beat. Paolo VI che pure aveva autorizzato “a titolo provvisorio” le prime sperimentazioni nella capitale rispose indirettamente nel 1970 con “Liturgicae instaurationes” della Congregazione per il Culto Divino, un documento che richiamava i vescovi all’ordine e limitava gli abusi liturgici, inclusi quelli musicali. Istruzioni che la Conferenza episcopale italiana tradusse con «l’invito a tenere completamente al di fuori di ogni azione liturgica e da pii e sacri esercizi quegli strumenti che, secondo il giudizio in uso comune, sono propri della musica profana». La sostanziale scomunica per chitarre elettriche, batterie e sassofoni.