il Fatto Quotidiano, 4 gennaio 2026
Il paradosso dell’acqua pubblica in Sicilia: il creditore deve prestare i soldi al debitore
Ad Agrigento c’è qualcosa di più ingarbugliato della vetusta e piena di falle rete idrica presente sottoterra: il sistema tortuoso di soldi creato per pagare quella stessa acqua che per metà si perde nel suo corso. Capita infatti che Aica, l’azienda idrica dei comuni agrigentini, nata per il ritorno all’acqua pubblica, abbia un debito milionario con SiciliAcque, l’azienda che fornisce quell’acqua “pubblica” vendendola alla rete dei comuni. Perché di pubblico, in realtà, c’è ben poco nella gestione dell’acqua ad Agrigento, precisamente un 25%. La Regione Siciliana, infatti, possiede un quarto di SiciliAcque, che per il resto (75%) è IdroSicilia, ovvero ItalGas. Arrivati alle vie legali, il nuovo anno si apre con la condanna del tribunale di Palermo: quasi 8 milioni di euro compresi di spese processuali. Essendo un ente che raggruppa i comuni della provincia di Agrigento, a chi possono chiedere i soldi i sindaci se non alla Regione?
Allora mentre Schifani ha provato a fare da paciere (invano) tra SiciliAcque e Aica al fine di non arrivare alle vie legali, per pagare il debito milionario, Aica ha ricevuto un prestito dalla stessa Regione. Quest’ultima, infatti, come un ente gemello seduto allo stesso tavolo, si trasforma dalla persona che ti chiede i soldi, a quello che te li presta per estinguere il debito. Questo paradosso dell’acqua “pubblica” in Sicilia, che porta già i siciliani a comprare due volte il bene vitale, in questa vicenda giudiziaria dà il meglio di sé: la Regione, infatti, che designa 3 dei 5 membri del Cda di questa sedicente “impresa pubblica”, sembra non avere nessun potere nella sua stessa azienda, non riuscendo a fermare la causa. Come ultimo salvatore, nella finanziaria approvata a fine anno, inserisce le somme richieste da SiciliAcque per estinguere il debito ed evitare il fallimento di Aica.
L’assurda battaglia legale pagata dai cittadini, loro malgrado, non finisce qui. Aica, infatti accetta in parte il riconoscimento del debito complessivo ma continua a volerci vedere chiaro su quanto sta accadendo: per questo ha chiesto formalmente l’apertura di un fascicolo presso la Corte dei Conti e segnalato “criticità gravi e strutturali sul sistema di fatturazione dell’acqua prodotta dai dissalatori” finanziati con ingenti risorse regionali e non senza polemiche. Infine, altro punto poco trasparente di questa storia, Aica vuole “verificare l’effettiva produzione di acqua rispetto ai fondi pubblici integralmente ricevuti”.