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 2026  gennaio 04 Domenica calendario

Elisabetta Mijno: "Io, olimpionica in corsia al Cto Ho scoperto lo sport da bimba l’arco azzera le disabilità"

«Lavoro in un gruppo dove ci sono persone molto più brave di me», sorride Elisabetta Mijno. Si sposta da una corsia all’altra al Cto (Centro traumatologico ortopedico) di Torino, tra sale operatorie e gesti che richiedono una precisione assoluta, in questa torre affacciata sul Po dove ogni movimento parla di concentrazione e metodo. Per lei, che oltre a essere medico è donna di sport, c’è un presupposto decisivo: il risultato è quasi sempre collettivo.
«Sono nata a Moncalieri, ho fatto il liceo scientifico a Giaveno, poi mi sono laureata alla facoltà di Medicina del San Luigi di Orbassano». Prima di quel percorso da 110 e lode, racconta, aveva tentato un’altra strada. Due anni di Biotecnologie, al grande polo di piazza Nizza a Torino. «È lì che ho conosciuto questo mondo. Mi è piaciuto, mi ha affascinato per le competenze che richiede». Poi il cambio di rotta, la specializzazione a Parma e il ritorno a Torino, per operare in carrozzina, da seduta. Ha scelto chirurgia della mano per una certa predisposizione a sistemare le cose. E poi perché per la sua disabilità «le mani sono fondamentali».
Paraplegica dall’età di cinque anni dopo un incidente stradale, Elisabetta Mijno è una delle stelle della Nazionale italiana di tiro con l’arco. Per chi fa il suo lavoro in ospedale, spiega, la disabilità pesa soprattutto all’inizio. «Un conto è un medico con un’esperienza alle spalle a cui succede qualcosa. Per chi si affaccia alla professione, invece, c’è tutto da imparare». Anche per questo non ha mai pensato di farcela da sola. «Sono convinta che quando uno vuole raggiungere degli obiettivi deve farsi aiutare».
Lo sport, nella sua vita, s’è affacciato presto. «I miei genitori e i miei fratelli mi hanno sempre coinvolta nelle loro attività: giocavo ma senza pensare che ci dovesse essere una squadra diversa per chi come me aveva una disabilità». Ecco perché «spesso non mi pongo il limite». Ha iniziato il tiro con l’arco da bambina, su consiglio azzeccatissimo di un’amica di famiglia. Quella scelta nel tempo è diventata disciplina, identità, carriera. Sacrificio. «Quelli che nella mia giornata rimarrebbero gli spazi vuoti vengono riempiti dagli allenamenti. Vuol dire tanto, è un momento mio, che mi dà la possibilità di staccare, che mi ha dato e insegnato molto. Nel bene e nel male».
Al Cto è arrivata nel 2017, dal 2021 fa parte stabilmente dell’équipe del più importante ospedale del territorio dedicato ai traumi. In parallelo, è cresciuto anche il suo profilo sportivo. «Sono entrata in Nazionale di tiro con l’arco nel 2007. È stato un crescendo, ho iniziato ad affermarmi in campo nazionale, a costruire la mia storia di atleta». Argento a Londra 2012, bronzo a Rio 2016, argento a Tokyo nel 2020, oro a Parigi nel 2024. E nel 2022 Mijno ha fatto il suo ingresso nella Nazionale dei normodotati, portandosi a casa il campionato italiano. Dopo l’ultimo trionfo olimpico, sono stati i colleghi di ospedale a ricordarle quanto quel percorso sia condiviso: le hanno dipinto l’armadietto dello stesso colore della medaglia. L’arco, ragiona Elisabetta, è democratico, azzera le differenze, non permette scorciatoie. «È uno sport alla pari». Sfoglia il suo palmarès: cinque medaglie, due record del mondo. Nel suo cammino tornano figure chiave. «Penso al mio insegnante di Ortopedia, il professor Massè». E poi la famiglia, decisiva anche se «meno consapevole, il loro è sempre stato un supporto affettivo», e i colleghi incontrati lungo la strada. L’agenda è ferrea: sveglia alle 6, al lavoro alle 7, la sala operatoria alle 8. Giorni che chiedono concentrazione continua e resistenza, fisica e mentale.
Sul ruolo dei medici, sulle polemiche che circondano l’accesso a una professione delicatissima, lo sguardo è lucido e critico. «Abbiamo una grossa responsabilità, la dignità della nostra immagine purtroppo è stata rovinata». Negli anni tumultuosi del digitale e dell’intelligenza artificiale è cambiato anche il rapporto con i pazienti. «Facciamo fatica – ammette – perché prima ci si fidava di noi, adesso ci dobbiamo guadagnare questa credibilità e non è così semplice. Però spero che le cose cambino».
Lo sport, a una manciata di giorni dal suo quarantesimo compleanno, rimane centrale. «È passione, qualcosa che mi dà grandissime emozioni».
Il territorio resta sullo sfondo, concreto. Torino, le sue strutture, le sue contraddizioni. «Ma non possiamo lamentarci. Ci sono persone che vivono un disagio enorme. Certo, gli impianti dovrebbero essere più accessibili».
Il futuro sportivo, spiega, oggi è sospeso. «In questo momento specifico sono in una sorta di pausa mentale». Una scelta consapevole. «Ho deciso di non prendere alcun tipo di decisione, di vivere questa dimensione alla giornata». Los Angeles sarebbe la sesta Olimpiade. «Non ci sarebbe niente di impossibile». Ma c’è una condizione. «La farò soltanto se mi porterà gioia».