La Stampa, 4 gennaio 2026
Lite sulla legge elettorale il Pd attacca: no a forzature testo prima del referendum
Non appena si inizia a parlare di legge elettorale, i Palazzi della politica vengono presi da un’agitazione febbrile. Dalle nuove regole del gioco dipendono le sorti del governo in carica, quelle dei partiti, dei leader e dei semplici parlamentari. Il 2026, dicono da Fratelli d’Italia, sarà l’anno in cui si interverrà per modificare le regole. Già in questi primi mesi dovrebbe esserci una accelerazione per arrivare a un primo testo da presentare anche alle opposizioni, prima del referendum del 22 e 23 marzo.
La premier vuole «governabilità». La strada per ottenerla, però, nei piani dei suoi fedelissimi sembra passare dall’azzeramento di ogni vantaggio di cui poteva godere il centrosinistra con il sistema attuale. Anche a costo di incorrere in possibili rilievi di incostituzionalità. Ed è su questo punto che si sta alzando il primo muro dell’opposizione. «Non accetteremo forzature istituzionali», fanno sapere dal Pd, che si prepara a scavare una trincea soprattutto in difesa del metodo di elezione dei senatori.
Siamo ancora alle ipotesi, e una bozza di modifiche ancora non c’è. Ci sono invece delle coordinate sulle quali ci si sta muovendo e delle idee più forti di altre. Sul passaggio a un sistema proporzionale non si registrano grandi preclusioni da parte delle opposizioni. «Per noi va bene», commentano dal Movimento 5 stelle. Eliminare i collegi uninominali, spiegano anche dal Pd, «di per sé, non è un problema, bisogna vedere poi con cosa vengono sostituiti».
Ecco. La prospettiva che fa più paura a sinistra è quella di introdurre dei “listini di coalizione”. Si tratterebbe di mini-liste con 3 o 4 candidati, provenienti da diversi partiti alleati, che vengono eletti solo se la loro coalizione vince facendo scattare il premio di maggioranza. Con la soglia del 40% o «anche del 42%», come ipotizza il senatore di Fratelli d’Italia Alberto Balboni, presidente della commissione Affari costituzionali. Per evitare però che in Senato, eletto su base regionale, il premio di maggioranza scatti in favore della coalizione che vince in ogni singola regione, gli uomini di Meloni vorrebbero lasciare 21 listini premio regionali, ma usare come riferimento sempre e solo il risultato ottenuto a livello nazionale. Al Pd questo non piace. Di più, «va contro l’articolo 57 della Costituzione. È il gioco delle tre carte, un imbroglio anche piuttosto evidente», sostiene il senatore Dario Parrini.
Nel centrosinistra sospettano che l’escamotage sia frutto del lavoro del ministro leghista Roberto Calderoli, incaricato da Matteo Salvini di trattare sulle modifiche alla legge elettorale. A proposito di porcellum, il timore dei Dem e dei Cinque stelle, neanche troppo nascosto, è che il centrodestra possa provare a forzare la mano arrivando ad approvare le modifiche troppo a ridosso del voto, in modo che la Corte costituzionale non abbia tempo di intervenire e di chiedere eventuali correzioni. «Ma eleggere un Parlamento con una legge che odora fortemente di incostituzionalità sarebbe gravissimo», dice ancora Parrini, che per il Pd segue il dossier della legge elettorale. Se non dovesse esserci apertura al confronto, le opposizioni già si dicono pronte a fare ostruzionismo.
Dentro Fratelli d’Italia assicurano che non andrà così, che si faranno delle consultazioni e che il testo arriverà «in tempo utile per permettere il dibattito parlamentare e l’esame della Corte». Se ne sta occupando il deputato Giovanni Donzelli, responsabile dell’Organizzazione del partito. È probabile, infatti, che il testo venga fatto partire dal Senato, dove Meloni può contare sulla presidenza di Ignazio La Russa e su Balboni come presidente della commissione Affari costituzionali, mentre alla Camera la presidenza dell’Aula è del leghista Lorenzo Fontana e quella della commissione è in mano all’azzurro Nazario Pagano. Balboni si dice «pronto». Dalla sua commissione sono partite quasi tutte le riforme e i provvedimenti più delicati di questa legislatura. Lui ci scherza su: «Sono pronto a un altro giro di ostruzionismo delle opposizioni».