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 2026  gennaio 04 Domenica calendario

Lo strano caso del dipinto del museo di Nanchino sparito e riapparso all’asta

Custodi dei tesori nazionali o ladri? La seconda, sembrerebbe. Questa è la storia di un antichissimo dipinto di epoca Ming, donato ad uno dei musei più importanti di Cina – quello di Nanchino – poi da quel museo sparito e infine riapparso nel catalogo di una casa d’aste pronto a essere venduto al miglior offerente. Uno dei più grandi scandali nel mondo dell’arte cinese degli ultimi anni. Che ha spinto le autorità ad aprire un’inchiesta. Principale sospettato, l’ex direttore del museo.
“Perché il dipinto Primavera a Jiangnan, realizzato da Qiu Ying, risalente alla dinastia Ming (1368-1644) e conservato al museo di Nanchino, è stato messo all’asta?”, il titolo dell’inchiesta pubblicata dal giornale di Shanghai The Paper lo scorso 17 dicembre che ha dato inizio a tutta questa storia. Nel 1959 gli eredi del ricchissimo collezionista Pang Laichen consegnano il dipinto e altri 136 tesori di famiglia al museo. A maggio del 2025, come ricostruisce il giornale, l’opera del maestro Qiu Ying finisce nel catalogo di una casa d’aste di Pechino: prezzo di partenza 88 milioni di yuan (circa 10,7 milioni di euro).
La famiglia Pang protesta, le autorità preposte alla tutela del patrimonio culturale nazionale iniziano a fare domande e la vendita del dipinto all’asta alla fine viene bloccata. Il venditore era un uomo d’affari non identificato della città di Ningbo, nella provincia cinese dello Zhejiang. Pang Shuling, pronipote del collezionista, vuole capire come quel quadro sia potuto finire in un’asta. Il 28 giugno va al Museo di Nanchino per verificare la donazione della famiglia: delle 137 opere donate, cinque mancano all’appello. Pang fa causa al museo. Che si è difeso così: il quadro, assieme ad altre quattro opere donate dalla famiglia Pang, sarebbe stato da tempo «giudicato dagli esperti come falso» e “ritirato” dalla collezione. Il museo mostra “un’autorizzazione all’uscita” firmata nel maggio 1995 da Xu Huping, all’epoca vicedirettore dell’istituzione, nonché una fattura datata aprile 2001 che indica che un misterioso “cliente”, di cui non viene fatto il nome, ha acquistato il dipinto per appena 6.800 yuan (poco più di 800 euro).
La vicenda assume ancora più risonanza il 21 dicembre quando un ex dipendente del museo in pensione accusa Xu Huping, prima vice e poi direttore del museo, di aver chiesto all’epoca ad alcuni esperti di classificare come “contraffazioni” alcune opere per poterle vendere a basso prezzo: oggetti comprati poi da una casa d’aste di proprietà del figlio di Xu. «Una presunta truffa: al confronto i ladri del Louvre sono degli stupidi», scrive il South China Morning Post, riferendosi alla recente rapina a Parigi. L’ex dipendente ha pure affermato che all’inizio degli anni 2000 Xu avrebbe aperto illegalmente delle casse contenenti oltre 100mila tesori provenienti dal Museo del Palazzo di Pechino, conservati a Nanchino. E ha raccontato che oltre 40 colleghi avevano presentato segnalazioni sul comportamento di Xu da quando questi si era dimesso nel 2008, ma che tali segnalazioni erano state ignorate. «Ho sempre pensato che i musei fossero luoghi sacri per la salvaguardia del patrimonio culturale della nazione cinese. Quello che hanno fatto a Nanchino è davvero incomprensibile», dice Pang Shuling a The Paper.
«Quando un museo dichiara unilateralmente che un determinato oggetto è un falso, quando le collezioni scompaiono e la loro ubicazione rimane sconosciuta, e quando le richieste della famiglia donatrice rimangono per anni senza una risposta trasparente, l’incidente solleva una serie di questioni pubbliche urgenti: dove si collocano i limiti dei diritti e delle responsabilità dei musei? Come vengono tutelati i diritti dei donatori? Dove viene esercitato il controllo sui beni pubblici?», commenta il quotidiano Zhèngquàn shíbào.