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 2026  gennaio 04 Domenica calendario

Ore di angoscia per Trentini. La madre: “Salvatelo”. Contatti palazzo Chigi-Usa

«Pensate ad Alberto». «Lo faremo». Sono gli ultimi giorni del 2025, l’Italia non sa ma forse ha intuito che qualcosa a Caracas può accadere. Maduro sta liberando prigionieri, hanno preso degli americani. E uomini dei servizi italiani e poi Palazzo Chigi parlano con gli Stati Uniti. Si discute di Venezuela e, inevitabilmente, il discorso cade su Alberto Trentini. L’Italia ribadisce formalmente ciò che in quell’anno era già stato detto più volte. E riceve una rassicurazione: «Penseremo a lui». È anche per questo che, quando nella notte il cielo del Venezuela si è illuminato per l’attacco americano, in Italia in molti pensano a una sola persona: al cooperante Trentini. E al suo futuro. Da quel momento il destino del cittadino italiano detenuto a Caracas si intreccia direttamente con le mosse degli Stati Uniti.
Oggi il futuro di Trentini è, di fatto, nelle mani di Washington. Se l’azione degli Stati Uniti dovesse produrre una rapida transizione politica, potrebbe aprirsi uno spazio anche per la liberazione dei detenuti senza accuse formali. Se invece il Paese dovesse scivolare in una fase di instabilità prolungata, con scontri interni e perdita di controllo, ogni operazione per riportare a casa il cooperante italiano diventerebbe più complessa e rischiosa. È questo lo scenario che preoccupa di più. Quando la tensione sale e un regime si sente sotto attacco, a pagare sono spesso i più deboli. E i detenuti sono i primi a essere esposti.
Le informazioni che arrivano da Caracas sono pochissime. E quelle poche parlano di un clima teso anche all’interno delle carceri. El Rodeo, dove Trentini è rinchiuso dal 15 novembre 2024 senza che gli sia mai stata contestata un’accusa, è il penitenziario riservato ai prigionieri politici. Il timore è che possano verificarsi rappresaglie o un inasprimento delle condizioni di detenzione come risposta all’attacco. In queste settimane, però, l’Italia non è rimasta ferma. Repubblica è in grado di rivelare che il governo italiano ha parlato esplicitamente del caso Trentini con gli Stati Uniti. Il dossier è stato affrontato durante la visita a Roma dell’attorney general Pam Bondi, il 15 dicembre scorso. Se n’è discusso a livello dei Servizi. E il tema è stato accennato, anche se mancano conferme ufficiali, nei colloqui diretti tra la presidente del Consiglio Giorgia Meloni e il presidente americano Donald Trump nei giorni immediatamente precedenti all’attacco. Un passaggio reso ancora più delicato dall’arresto, nei giorni scorsi, di quattro cittadini statunitensi da parte del regime di Caracas, che secondo le informazioni raccolte sarebbero ora detenuti proprio a El Rodeo. L’Italia aveva chiesto che, in caso di un’operazione americana per riportare a casa i propri connazionali, venisse incluso anche Alberto Trentini. Una richiesta che spiega l’attenzione riservata al suo caso nelle interlocuzioni con Washington.
In questo quadro si inseriscono i messaggi pubblici arrivati dal governo. Sia Meloni sia il ministro degli Esteri Antonio Tajani hanno fatto riferimento esplicito alla comunità italiana in Venezuela e alla situazione dei detenuti. Oltre a Trentini, infatti, ci sono almeno altri due cittadini italiani attualmente in carcere nel Paese. Sul piano umano, intanto, l’attesa è diventata più difficile. C’è un filo diretto tra la famiglia di Alberto, Palazzo Chigi e la Farnesina. Nella casa dei genitori, Armanda ed Ezio, le notizie arrivano ora dopo ora, frammentarie. Il telefono della loro avvocata, Alessandra Ballerini, è sempre occupato. «Riportateci Alberto a casa», ripetono. E aspettano.