la Repubblica, 4 gennaio 2026
Cina e Russia, blanda condanna sul Venezuela. Il raid può legittimare le mire su Donbass e Taiwan
In Russia sarà pure un ponte festivo, ma la reazione tardiva e ondivaga di Mosca la dice lunga su quanto sia stata colta di sorpresa dal blitz statunitense contro il Venezuela, suo principale alleato in America Latina. Il Cremlino non commenta.Il ministero degli Esteri, invece, prima fa sapere che «rilascerà una dichiarazione a breve», poi ne distilla ben tre, a intervalli anche di ore. Nella prima definisce l’aggressione armata «preoccupante e riprovevole» e i pretesti usati «insostenibili».
«L’ostilità ideologica ha trionfato sul comune pragmatismo», osserva invitando a «impedire un’ulteriore escalation e a concentrarsi sulla ricerca di una via d’uscita attraverso il dialogo». Nella seconda si dice «allarmata» dalle notizie sull’espulsione negli Usa del presidente Nicolás Maduro e della moglie, «un’inaccettabile violazione della sovranità di uno Stato indipendente». Infine, nella terza, esorta «con fermezza la leadership americana» a liberare la coppia. Nel mezzo, il ministro degli Esteri Sergej Lavrov parla al telefono con la vicepresidente Delcy Rodríguez per esprimere la sua «forte solidarietà» e «la reciproca volontà di rafforzare ulteriormente la partnership strategica» tra i due Paesi.
Di fronte agli attacchi statunitensi dei mesi scorsi, Maduro, già il 12 dicembre, aveva però chiesto concreti aiuti militari più che simboliche dichiarazioni di sostegno. A Russia e anche alla Cina, i due Paesi che sostenevano politicamente, finanziariamente e militarmente il governo socialista sin dai tempi di Hugo Chávez. Ma davanti alla sua rimozione forzata si sono defilati entrambi.Se hanno visto in parte legittimate le loro rivendicazioni su Taiwan da un lato e sull’Ucraina dall’altro, hanno anche interessi strategici da difendere, ma non al punto tale da intervenire militarmente o sabotare i tentativi di dialogo con gli Usa.Pechino – che proprio alla vigilia aveva mandato l’inviato Qiu Xiaoqi a Caracas – si limita a esprimere «profondo shock» in uno stringato comunicato. La Russia, invece, impegnata com’è sul fronte ucraino, tradisce ancora una volta la sua impotenza di fronte all’aggressione di un alleato, come successo in passato in Iran e in Siria. Di più. Né riesce a dissimulare il difficile tentativo di prendere le distanze dal blitz senza alienare Donald Trump impegnato a mediare in Ucraina. Fjodor Lukjanov, politologo amato da Vladimir Putin, non lo nasconde: «Non è una situazione facile per Mosca. Il Venezuela è un partner stretto, ma nonostante tutte le sue simpatie, è improbabile che il Cremlino interrompa l’intera partita con un partner di fondamentale importanza (come Trump) per questioni secondarie».
Il malcelato imbarazzo non sfugge ai cosiddetti “blogger Z”. «Ci hanno sorpreso? Asciughiamoci le lacrime», commenta lo scrittore Zakhar Prilepin. Altri sono feriti nell’orgoglio. Gli Usa sì che hanno messo a segno “un’operazione militare speciale” «mentre noi combattiamo da quattro anni», osservano in tanti.Un anno fa la Russia è almeno riuscita a evacuare Bashar al-Assad dalla Siria e a dargli asilo a Mosca, constata amaro il violinista-propagandista Petr Lundstrem. Mentre il canale Telegram Voenkor Kotenok si chiede che fine faranno le armi russe fornite a Caracas. «Non finiranno mica in Ucraina?». Anche il magnate miliardario dell’alluminio Oleg Deripaska lancia l’allarme, ma per l’economia.«Se i nostri “partner” americani raggiungeranno i giacimenti petroliferi del Venezuela, controlleranno più della metà delle riserve mondiali», avverte, con seri rischi per l’economia russa che, in tempi di sanzioni, si regge già a fatica sulle esportazioni di idrocarburi.L’inviato Kirill Dmitriev prova a spostare l’attenzione sui «doppi standard» della comunità internazionale. Il leader del partito Russia Giusta Sergej Mironov considera l’aggressione Usa contro Caracas un precedente da cavalcare: «È Zelensky, non Maduro, che merita di finire sul banco degli imputati!». Gli oppositori in esilio ipotizzano, invece, tutt’altri scenari. «Spero che ora il Cremlino guardi a Maduro e si ricordi di Saddam e Gheddafi», si augura Andrej Pivovarov. Un monito chiaro a Mosca tanto che l’ex leader Dmitrij Medvedev invita a «rafforzare al massimo le forze armate per impedire ai vari ricchi sfacciati di alterare l’ordine costituzionale in cerca di petrolio o altro. E l’unico modo è un arsenale nucleare! Lunga vita all’atomica!».