Questo sito utilizza cookies tecnici (propri e di terze parti) come anche cookie di profilazione (di terze parti) sia per proprie necessità funzionali, sia per inviarti messaggi pubblicitari in linea con tue preferenze. Per saperne di più o per negare il consenso all'uso dei cookie di profilazione clicca qui. Scorrendo questa pagina, cliccando su un link o proseguendo la navigazione in altra maniera, acconsenti all'uso dei cookie Ok, accetto

 2026  gennaio 04 Domenica calendario

Venezuela, la Nobel Machado: “Pronta al potere”. Ma Washington la scarica

Con una mossa sola, e con una conferenza stampa a dir poco stupefacente, Donald Trump è riuscito a spiazzare tutti, in Venezuela. Sia chi da 13 anni deteneva il potere e sia chi quel potere si è subito candidato a prenderlo, convinto che il piano del tycoon fosse solo la cattura di Maduro. L’obiettivo degli Stati Uniti, invece, è guidare, «per il tempo necessario», il Paese del chavismo. E le certezze, a ben vedere, finiscono qui: tutto il resto è da definire.
Sembra dunque invecchiata precocemente, e male, la dichiarazione che l’attivista democratica e leader dell’opposizione María Corina Machado, 58 anni e premio nobel per la Pace, ha rilasciato quando si è diffusa la notizia del blitz dell’aviazione statunitense su Caracas. «Siamo pronti a far valere il nostro mandato e a prendere il potere», ha affermato in un lungo messaggio pubblicato sui social, mentre il presidente venezuelano già si trovava, bendato e ammanettato, su una nave americana diretto negli Stati Uniti. Messaggio in cui Machado non ha nascosto l’entusiasmo per l’azione militare. «Abbiamo lottato per anni, abbiamo dato tutto e ne è valsa la pena, ciò che doveva accadere sta accadendo». E ancora, parlando dell’amministrazione Trump: «Ha mantenuto la promessa di far rispettare la legge, oggi Maduro affronta la giustizia internazionale per i crimini atroci commessi contro i venezuelani e contro i cittadini di molte altre nazioni».
Stessa linea, e stesso entusiasmo, per l’altro nome noto della dissidenza, Edmundo González Urrutia, il diplomatico esiliato in Spagna che ha corso alle elezioni del 2024 contro Maduro, le contestatissime presidenziali che hanno visto l’erede di Chávez confermato col 51,2 per cento dei voti. «Venezuelani, queste sono ore decisive! Sappiate che siamo pronti per la grande operazione di ricostruzione della nostra nazione», scrive Urrutia su X. La speranza dell’opposizione era di vedere lui presidente, Machado vicepresidente. E però non hanno fatto i conti con l’imprevedibilità cinica di Donald Trump.
Durante la conferenza stampa a Mar-a-Lago, al presidente americano è stato chiesto di Machado, della sua aspirazione a guidare il Venezuela del post-Maduro. Trump è stato glaciale: «È una donna molto gentile, ma credo che per lei sarà molto complicato essere la leader, non ha abbastanza sostegno e rispetto nel Paese». Ora, ci sono diversi analisti politici, sia a Caracas che in Colombia, che sono pronti a scommettere che il nome su cui punterà Trump sarà proprio quello della premio Nobel, sua dichiarata sostenitrice. E che, dunque, le parole di ieri siano stati una tattica, un modo per non sovraesporla in questo momento di totale incertezza, dove la Casa Bianca si mostra predatrice, dichiaratamente interessata al petrolio venezuelano (Trump lo chiama «il nostro petrolio») e in procinto di affidare a un non meglio specificato «gruppo americano» il controllo dello Stato, con l’ausilio delle grandi compagnie di estrazione del greggio, Chevron in prima fila.
Un nome, in realtà, ieri Trump lo ha fatto: Delcy Rodriguez, avvocata e vicepresidente del Venezuela dal 2018. Maduriana della prima ora, detta “la tigre”. La Costituzione venezuelana, ammesso che abbia ancora valore, all’articolo 233 prevede che sia chi ricopre quella carica ad assumere il potere in caso di «assenza assoluta» del presidente. «A quanto ne so Rodriguez ha giurato come presidente, è disposta a fare quello che noi riteniamo necessario per rendere di nuovo grande il Venezuela», afferma Trump, proprio nelle stesse ore in cui lei in tv chiedeva alla Casa Bianca prove in vita di Maduro e il suo immediato rilascio. Ma la vicepresidente – di cui è stato detto erroneamente che si trovasse a Mosca, si è rivolta alla nazione con un lungo video-messaggio.
«C’è un solo presidente in questo paese e il suo nome è Nicolás Maduro Moros – ha scandito – Siamo pronti a difendere il Venezuela, siamo pronti a difendere le nostre risorse naturali, che devono servire allo sviluppo nazionale». E ha negato qualunque tipo di trattativa con l’amministrazione americana.