Corriere della Sera, 4 gennaio 2026
Il doppio standard degli Usa nella lotta contro il narcotraffico. Obiettivo: le leve del potere
La vera forza politica di Donald Trump non è la brutalità, né il populismo, né l’isolazionismo. È l’incoerenza. La coerenza obbliga la politica a una verifica costante dei fatti, delle promesse, delle conseguenze. L’incoerenza, al contrario, libera il potere da ogni rendicontazione. Non deve dimostrare nulla, perché non chiede consenso razionale ma fiducia personale. Fiducia nel capo, non nelle istituzioni. Fiducia come atto di fede. In questo schema non contano la correttezza delle scelte né il raggiungimento degli obiettivi dichiarati. Conta la delega. Una delega in bianco, alimentata da una promessa tanto vaga quanto potente: un generico miglioramento della vita e il ritorno della nazione al centro del mondo. È un potere che non si misura sui risultati, ma sulla capacità di occupare il racconto. È qui che Trump è un fuoriclasse.
Dentro questa logica può permettersi di invocare la lotta al narcotraffico contro il Venezuela e, allo stesso tempo, di graziarne uno dei protagonisti politici più compromessi: Juan Orlando Hernández, ex presidente dell’Honduras. Il 26 giugno 2024 viene condannato a 45 anni di carcere in un penitenziario federale americano, riconosciuto colpevole per aver facilitato l’importazione di oltre 400 tonnellate di cocaina negli Stati Uniti e aver ricevuto milioni di dollari in tangenti da organizzazioni criminali, incluse le reti legate al cartello di El Chapo. Poco più di un anno dopo, il 1° dicembre 2025, Trump gli ha concesso la grazia completa, Hernández è uscito dal carcere. Non è una contraddizione. È il funzionamento del potere trumpiano. Hernández serve perché, in Honduras, può sostenere politiche anti-migratorie e tutelare interessi americani direttamente collegati alla presidenza.
Per anni il rapporto tra Nicolás Maduro e il narcotraffico è stato negato dall’estrema sinistra internazionale – dall’Italia alla Spagna, fino all’Argentina – come se ogni accusa fosse solo propaganda imperialista. Eppure le prove non sono mai mancate. Ce n’è una che, da sola, basterebbe: l’affare dei narcosobrinos. Nel 2015 vengono arrestati ad Haiti Efraín Antonio Campo Flores e Franqui Francisco Flores de Freitas, nipoti di Cilia Flores, moglie di Maduro. Non figure marginali.
Cresciuti dentro il palazzo del potere, protetti, accreditati, convinti di essere intoccabili. Vengono intercettati mentre organizzano una spedizione di 800 chili di cocaina diretta negli Stati Uniti. Non parlano come piccoli trafficanti. Parlano come funzionari. Promettono accesso a piste militari, coperture istituzionali, protezione politica. Dicono chiaramente che la droga serve a finanziare il potere, a «difendere la rivoluzione», a mantenere in piedi il regime.
Nel processo, celebrato a New York, emerge un metodo di Stato: l’uso delle infrastrutture venezuelane – aeroporti, forze armate, passaporti diplomatici – come strumenti logistici del narcotraffico. I due vengono condannati nel 2017 a 18 anni di carcere ciascuno. Nel dicembre 2022 Maduro ottiene la loro liberazione nell’ambito di uno scambio di prigionieri con gli Stati Uniti: sette cittadini americani in cambio dei nipoti della First Lady. La condanna resta. L’impunità viene ristabilita.
È una storia lunga, strutturale, ricorrente quella che lega una parte dell’estrema sinistra armata al narcotraffico. Scelta strategica, sempre coperta da una giustificazione ideologica: non lo facciamo per arricchirci, lo facciamo per finanziare la rivoluzione. Una formula che ovunque si è rivelata una menzogna funzionale. Le Farc colombiane hanno finanziato per decenni la propria guerra attraverso la tassazione e poi la gestione diretta della cocaina. Sendero Luminoso ha fatto lo stesso nelle zone di produzione peruviane. L’Eln, pur rivendicando una diversità ideologica, ha gestito traffici di marijuana e sistemi di estorsione con dinamiche analoghe. Il caso cubano è più opaco ma non meno significativo.
Nel 1989 Arnaldo Ochoa Sánchez, generale simbolo della rivoluzione, viene accusato di traffico di droga in collaborazione con reti legate a Pablo Escobar. Si assume pubblicamente ogni responsabilità, scagionando il vertice politico. Viene fucilato dopo un processo televisivo: un sacrificio rituale per salvare il regime eliminando l’uomo che sa troppo.
La droga è diventata il cuore economico dei movimenti armati. La rivoluzione non ha mai visto quei soldi. Li hanno visti i comandanti, le famiglie, gli apparati. E quando la lotta finisce, resta sempre la stessa eredità: non uno Stato giusto, ma una classe dirigente criminalizzata. Da decenni il potere venezuelano è intrecciato ai cartelli criminali. Non come deviazione, ma come architettura di governo.
Le inchieste più autorevoli in particolare quelle di InSight Crime hanno mostrato come il Venezuela non sia un Paese produttore di cocaina, bensì uno dei principali snodi logistici del narcotraffico globale. Al centro di questo sistema c’è il Cartel de los Soles: struttura militare-statale che garantisce copertura, impunità e infrastrutture al traffico, soprattutto colombiano, usando aeroporti, porti, documenti ufficiali e apparati di sicurezza. Accanto alla dimensione istituzionale emerge una figura chiave: Wilmer Varela, detto Vilmito. Non un semplice narco, ma un broker politico-criminale. Gestisce le spedizioni verso Honduras e Caraibi, coordina le rotte, mantiene rapporti con l’apparato militare e controlla segmenti decisivi del sistema carcerario. È il punto di contatto tra cartelli, Stato e repressione.
Uno dei grandi fallimenti della politica estera di Barack Obama è stato proprio il Venezuela. Non per ingenuità, ma per scelta strategica. Obama comprese che Maduro non sarebbe caduto sotto la pressione di un’opposizione democratica fragile e divisa. Trump, invece, non ragiona in termini di transizione democratica, ma in termini di controllo. Un’insurrezione popolare o una transizione elettorale autentica non permetterebbero a Washington di controllare direttamente il nuovo Stato venezuelano. Un cambio di potere gestito dall’alto invece sì. Per questo il narcotraffico diventa lo strumento perfetto: delegittima Maduro, giustifica l’intervento, consente una selezione mirata delle élite da sacrificare. Cambieranno le facce, il racconto. Non l’economia criminale. Forse si starà meglio che sotto Maduro. Ma quanto meglio? La miseria resterà. Il controllo criminale, nella prima fase, aumenterà. La libertà di espressione si allargherà, le vecchie corruzioni petrolifere verranno smantellate e sostituite da altre. E ancora una volta il Venezuela verrà «liberato» senza essere davvero restituito ai suoi cittadini.