Corriere della Sera, 4 gennaio 2026
Meloni giustifica l’azione: legittima, noi anti Maduro. Schlein: posizione grave
La politica italiana si accende alle 16.11 del terzo giorno dell’anno, quando a Caracas sono ormai le 10.41 e tutto si è già compiuto. Con una nota Giorgia Meloni considera «legittimo», in quanto «di natura difensiva», l’attacco Usa. La premier in premessa critica il metodo, ma si schiera contro Maduro. L’America, dice, ha risposto «ad attacchi ibridi contro la propria sicurezza, come nel caso di entità statuali che alimentano e favoriscono il narcotraffico». Così la linea del governo è servita. Il vicepremier Matteo Salvini «segue con attenzione», come fa sapere una nota della Lega, ma non interviene – nel pomeriggio la compagna Francesca Verdini lo immortala su Instagram in un bar di Harlem a New York – mentre l’altro vice, Antonio Tajani, si occupa da ministro degli Esteri delle ricadute italiane di «questa operazione speciale», pronto a riferire in Parlamento fra una settimana.
Le opposizioni attaccano Meloni sulla frase chiave della sua nota: «Operazione legittima». La segretaria del Pd Elly Schlein dice che invece «viola palesemente il diritto internazionale». Il Nazareno condanna «il regime brutale di Maduro», ma aggiunge che «la democrazia non si esporta con le bombe». La leader dem nel pomeriggio convoca una segreteria straordinaria, affidata nell’introduzione al responsabile esteri Peppe Provenzano, per censurare la linea del governo troppo schiacciata su Trump e per spronare anche l’Unione europea «a essere meno timida contro le violazioni americane».
Giuseppe Conte, leader del M5s, è tra i primi a uscire con una posizione pubblica: «L’aggressione americana al Venezuela non ha nessuna base giuridica». Con una postilla che per molti richiama al conflitto russo in Ucraina: «Se le regole valgono solo per i nemici e non per gli amici, nessuno potrà sentirsi più al sicuro: per noi il diritto internazionale non vale fino a un certo punto». Il M5S, che in passato non mancò di nutrire simpatie per Maduro, nel pomeriggio partecipa con una delegazione a Milano a un presidio sotto l’ambasciata degli Stati Uniti (presenti l’europarlamentare Gaetano Pedullà, il coordinatore territoriale Daniele Pesco e il capogruppo in consiglio regionale Nicola Di Marco). Un fatto che provoca subito le reazioni sdegnate di Fratelli d’Italia: «Così il Campo largo sbanda». Anche un ex grillino di peso come Alessandro Di Battista si schiera contro l’azione militare americana.
Da Avs Nicola Fratoianni e Angelo Bonelli per tutta la giornata criticano Meloni per l’atteggiamento tenuto nei confronti dell’intervento «inaccettabile e gravissimo degli Usa». In quanto per i due capi rossoverdi «le accuse legate al narcotraffico non sono una giustificazione: Trump si comporta come un pirata globale».
Nelle opposizioni ci sono però sfumature diverse. Secondo Carlo Calenda (Azione) «il rovesciamento di Maduro è una buona notizia per il popolo venezuelano afflitto da una feroce dittatura». Anche se il modo in cui è stato fatto «desta molta preoccupazione». «Oggi il Venezuela è un Paese migliore di ieri – chiarisce anche Matteo Renzi, leader di Italia viva – le modalità con cui Trump interpreta il ruolo degli Stati Uniti sono ovviamente molto criticabili o discutibili». Sulla stessa lunghezza d’onda Riccardo Magi di +Europa: contro il «dittatore», ma più che perplesso sul confine superato da Trump. Festeggia invece Luigi Marattin, del partito Liberaldemocratico, per «la caduta di chi truccò le elezioni».
Tornando al centrodestra, il senatore leghista Claudio Borghi ironizza «sull’ipocrisia» di chi invece è a favore del sostegno militare in Ucraina: «E ora che facciamo, mandiamo 12 pacchetti di armi a Maduro?». E, a ruota, l’europarlamentare eletto con il Carroccio Roberto Vannacci: «Adesso von der Leyen congelerà gli assetti finanziari Usa in Europa e farà un debito comune da 90 miliardi per mandare armi al Venezuela?». Dentro Fratelli d’Italia, Fabio Rampelli è l’unico a porre l’accento su Trump: «Il suo intervento per quanto legittimo in chiave difensiva mette a nudo il crollo di ogni aspettativa diplomatica capace di trattare i contenziosi internazionali nella pace». L’effetto collaterale, per Rampelli, «è una corsa al riarmo derivata dalla sfiducia nella neutralità e nelle capacità risolutorie delle Nazioni unite, ma anche nella coesione dell’Occidente».