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 2026  gennaio 04 Domenica calendario

Chi resta al comando a Caracas. La «triade» del potere chavista

Chi comanda ora in Venezuela? È la domanda che da ieri mattina tormenta i venezuelani, in patria e all’estero. Subito dopo l’annuncio della cattura di Nicolás Maduro, la sua vice e quindi «legittima» successora, Delcy Rodríguez ha chiesto una sua prova di vita durante un’intervista telefonica trasmessa dalla tv di Stato. Poi si è diffusa la voce che Rodríguez si trovava già in Russia, storico alleato del regime chavista. Infine, Mosca ha smentito l’esilio.
Alla fine sarà probabilmente proprio lei, la 56enne Rodríguez, a guidare la transizione in Venezuela. Trump ieri ha affermato che ha già giurato come presidente ad interim. «Ci ha detto: “Faremo quello che serve”», ha aggiunto il tycoon.
Delcy Rodríguez ricopre la seconda posizione più importante all’interno del regime dal 2018, ma il suo ruolo è molto più legato all’economia, soprattutto dopo la dollarizzazione di fatto dopo la pandemia di coronavirus. Avvocato di professione, Rodríguez è passata da cancelliere a vicepresidente della Repubblica e allo stesso tempo ministro delle Finanze e del Tesoro. Rodríguez è stata fondamentale nelle misure che hanno abbassato l’inflazione che aveva le percentuali più alte del mondo. Insieme al fratello Jorge Rodríguez, presidente dell’Assemblea nazionale chavista, rappresentava l’ala moderata del regime, un settore opposto a Diosdado Cabello, considerato il numero due della dittatura per la sua vicinanza all’ormai defunto ex presidente Hugo Chávez.
«Capisco che si sia appena insediata, ma, come sapete, è stata scelta da Maduro, quindi Marco (Rubio, il segretario di Stato Usa, ndr) ci sta lavorando direttamente. Ho appena parlato con lei e, in sostanza, è disposta a fare ciò che riteniamo necessario affinché il Venezuela torni ad essere grande», ha detto il presidente americano. «Penso che sia stata molto educata». Resta da vedere quale sara ora la reazione dei due «uomini forti» di Caracas: il ministro «falco» dell’Interno, Diosdado Cabello, e il ministro della Difesa, Vladimir Padrino López.
Il primo a reagire è stato Cabello, fino a ieri numero due del Partito socialista e del regime. Indossando un elmetto e un gilet militare, ha invitato la popolazione alla calma, esortando a non «rendere le cose più facili al nemico invasore» e ha invitato le organizzazioni internazionali a denunciare il «massacro». È forse la figura più temuta del governo, la sua anima nera, accusato dagli Stati Uniti di essere a capo del Cartello dei Soli, una rete di narcotraffico all’interno delle Forze armate. Lui, sui social media, si definisce «venezuelano, bolivariano, rivoluzionario e chavista radicale». Dalla sua, incarna fino in fondo questo regime, ancor più di quanto abbia mai fatto Maduro. Perché Cabello è «un soldato del 4 febbraio 1992», il giorno in cui si unì al golpe del tenente Hugo Chávez. Da allora in poi, ne ha sempre seguito le orme e, dopo la morte di Chávez nel 2013, è diventato un convinto difensore della sua eredità. E della sua dittatura.
La terza gamba del potere, dopo Maduro e Cabello, è il generale Padrino López, comandante in capo delle Forze armate nazionali bolivariane (Fanb). Anche lui è comparso in Tv per condannare la «criminale aggressione militare». Ha dichiarato che «è impossibile dividere» le Forze armate e che avrebbe schierato tutte le risorse disponibili per «la difesa globale della nazione e il ripristino dell’ordine».
Amico e fedelissimo di Maduro, Padrino è il pilastro militare del regime. Accusato di abusi e traffico di droga (nel 2019 è stato incriminato da un tribunale federale per traffico di cocaina), per molti venezuelani è il Grande carnefice, l’uomo che meglio incarna una famosa frase di Simón Bolívar: «Maledetto il soldato che punta l’arma contro il suo stesso popolo». Dall’ottobre 2014, quando esplose il primo movimento di massa contro Maduro, è il simbolo di quel patto civico-militare che ha governato con pugno di ferro il Venezuela.