Corriere della Sera, 4 gennaio 2026
L’ex autista di bus cresciuto all’ombra di Chávez e il partito «madurista» fuori dal Venezuela
Pronti, via. Ha appena vinto le elezioni per poco più di un punto, nonostante che ad affidargli il Venezuela sia stato proprio Hugo Chavez, l’eroe della rivoluzione bolivariana. Ma già quel 19 aprile del 2013 piovono onorificenze sul capo di Nicolás Maduro Moros, nato a Caracas il 23 novembre del 1962. Il giorno stesso, è Gran Maestro e Gran Collare dell’Ordine del Liberatore. E pure Gran Maestro dell’Ordine di Francisco de Miranda. Poi è Gran Collare dell’Ordine Nazionale del Condor delle Ande, quindi Battaglia di San Jacinto dell’Ordine Augusto Cesar Sandino, Ordine di Josè Martì, Gran Cordone dell’Ordine della Rivoluzione Islamica, giusto per stare all’essenziale. Culto della personalità, dannazione di ogni rivoluzione e di ogni dittatura. Eppure, a lungo Maduro ha goduto dell’ombra della fascinazione di Chavez, che aveva trovato seguaci entusiasti non solo nell’America Latina, sulle parole d’ordine dell’antimperialismo e dell’anticapitalismo, ma anche in Europa, in una parte della sinistra italiana e dei Cinque Stelle, e perfino nelle fronde radicali studentesche degli Stati Uniti. Mentre oggi, dopo il blitz, è assai facile vedere condanne contro Donald Trump, ma assai più difficile trovare sostenitori di El Gallo Pinto, il gallo combattente, e di sua moglie Cilia Flores, «la prima combattente», mentre il figlio Nicolás Maduro Guerra, deputato, doveva accontentarsi di essere chiamato Nicolasito, anche se era già stato indicato come erede politico del padre. Qualche esempio. Luca Casarini: «I bombardamenti sono una porcheria di guerra», ma poi non difende l’ormai ex presidente: «Non importa chi sia e chi non sia Maduro». Laura Boldrini: «Non ho mai avuto simpatia per il regime di Maduro, che non rispetta i diritti umani e tiene in carcere i dissidenti politici». Si spinge un po’ più in là Peppe De Cristofaro, Avs: «L’aggressione al Venezuela e il rapimento del presidente Maduro segnano un punto di non ritorno». Insomma, il «madurismo», che estimatori in un recente passato li ha avuti, è in ritirata. A fare robusta eccezione rimane Alessandro Di Battista: «La verità è che Usa e Israele li stanno attaccando, il Venezuela e l’Iran, perché non si sono allineati, perché hanno cacciato le imprese petrolifere straniere e hanno di fatto nazionalizzato l’industria degli idrocarburi».
Viene da una famiglia modesta, Nicolás Maduro. Subito al lavoro come autista di autobus e della metropolitana, presto sindacalista, con Chavez fin dagli anni Novanta, nella galoppata che lo porterà a diventare presidente nel 1998. Maduro diventa deputato, poi presidente dell’Assemblea nazionale, quindi ministro degli Esteri, nonché designato alla successione fin dal 2011. Appena eletto avrà modo di dire: «Compatrioti, io non sono qui per ambizione personale, per vanità. Non sono qui perché rappresento gruppi finanziari, né dell’oligarchia, né dell’imperialismo americano, non sono qui per difendere mafie, gruppi o fazioni». Parole che restano solo parole, perché il suo governo trascina presto il Venezuela in una crisi economica senza fondo, nonostante le ricchezze petrolifere del Paese. Rapidamente crescono la corruzione, la criminalità, la povertà, con i beni di consumo introvabili, un’inflazione gigantesca, proteste di piazza represse con il carcere e l’omicidio, con un sistema giudiziario asservito al potere. Un patto di ferro con l’esercito, con gli alti ranghi militari che assumono ruoli sempre crescenti nella vita sociale e politica.
Un colpo duro al «madurismo» lo infligge poi la decisione con la quale comanda per decreto. Il sistema si chiama «legge abilitante», una norma che consente a Maduro di emanare provvedimenti anche senza il consenso del Parlamento. E quando perde la maggioranza all’Assemblea nazionale, la «legge abilitante» se la fa approvare dal Tribunale Supremo di Giustizia. Il resto è un rapido scivolare verso la dittatura, con tecniche da Fattoria degli animali, il romanzo nel quale George Orwell racconta la deriva staliniana della Rivoluzione russa. Compresi provvedimenti dirigisti e strampalati che ricalcano Il dittatore dello Stato libero di Bananas, ricordate? «Io sono il vostro nuovo presidente. D’ora in poi la lingua ufficiale del Bananas sarà lo svedese. Oltre a ciò, tutti i ragazzi sotto il sedicesimo anno d’età a partire da ora dovranno dimostrare di avere sedici anni». Se non fosse che con la repressione c’è poco da scherzare. Il resto è storia recente: rielezione contestata nel 2018 e ancora un terzo mandato nel 2024 con un voto truffa, e pure l’omofobia verso il suo sfidante: «Che cosa mi dici piccola principessa? Io ho una moglie, sai, mi piacciono le donne». In mezzo gli ultimi rigurgiti del madurismo. Il 5 marzo del 2017 tre parlamentari Cinque Stelle, Manlio Di Stefano, Ornella Bertorotta e Vito Petrocelli atterrano a Caracas suscitando un vespaio di polemiche per la loro vicinanza al regime. Mentre nel gennaio precedente una mozione M5S era stata bocciata al Senato: vantava i progressi di Maduro sulla sanità e sulla lotta alla povertà e all’analfabetismo.
Per chiudere, torna in mente il saggio di Trotsky contro Stalin su La rivoluzione tradita. Per sapere come finì chiedere a Ramón Mercader e alla sua piccozza.