Avvenire, 3 gennaio 2026
Il Pentagono conta i missili cinesi alla scadenza del trattato New Start
È botta e risposta fra Washington e Pechino, dopo l’ultimo rapporto del Pentagono sul potenziale militare della Repubblica popolare cinese.
Un documento che lancia più di uno strale contro l’avversario sistemico del XXI secolo. Dati alla mano, acquisiti da più fonti d’intelligence, il rapporto americano punta il dito contro più di un centinaio di missili balistici intercontinentali, a combustibile solido, che sarebbero diventati operativi nei nuovi silos lanciamissili approntati dall’Impero di mezzo nell’entroterra, a Yumen, Hami e Yulin/Hanggin Banner e nel complesso di addestramento di Jilantai, al contempo fucina dell’evoluzione dottrinaria: 360 postazioni in tutto, 30 delle quali per vettori nucleari intercontinentali a propellente liquido. Sommati, i siti equivalgono al 75% circa della forza statunitense di missili balistici intercontinentali. Respinge subito le accuse al mittente Pechino, reagendo piccata: «Le notizie di una nostra corsa al riarmo puntano a infangaci e diffamarci». L’ambasciata dell’Impero di mezzo a Washington ha ricordato che Pechino ha sempre sposato «una strategia nucleare difensiva, con forze nucleari al livello minimo necessario per la sicurezza nazionale, rispettando l’impegno a una moratoria sui test nucleari». Un riferimento implicito ai recenti propositi del presidente statunitense, Donald Trump, di voler riavviare le campagne sperimentali di armi atomiche, passo fatale per le dinamiche controproliferative con Russia e Cina. Con la Russia, Trump vorrebbe rinegoziare il trattato sul controllo limitativo degli arsenali strategici: quel New Start che il presidente Vladimir Putin e l’ex omologo statunitense, Joe Biden, hanno prorogato cinque anni fa, convenendo vincoli di 1.550 testate nucleare dispiegate su 700 sistemi di lancio per parte. Molti esperti temono che, scaduto il patto senza eredi, il prossimo febbraio, si galvanizzi una corsa al riarmo nucleare fra Usa, Russia e Cina. Una spada di Damocle che Trump punta a scongiurare, immaginando un dialogo trilaterale con Russia e Cina, parte di un piano di denuclearizzazione delle maggiori potenze pantoclastiche. Il rapporto del Pentagono, trasmesso al Congresso, stempera però gli aneliti irenici di Trump: «Continuiamo a non vedere alcun interesse cinese per misure contenitive degli arsenali e tanto meno per discussioni più ampie sul controllo degli armamenti». Sebbene il Pentagono non abbia specificato i neo-obiettivi missilistici cinesi, il rapporto e le stime dell’organizzazione no-profit Fas accusano la Cina di aver ampliato gli arsenali atomici, modernizzandoli e facendolo più repentinamente di tutti gli altri: nel 2024, si parlava di 600 testate disponibili e di un obiettivo di un migliaio di ordigni intorno al 2030, parte dei quali assegnato alla triade nucleare con livelli di prontezza maggiori. «Sono dati che ingannano deliberatamente la comunità internazionale» ribattono da Pechino. «Più armi nucleari e un’assenza di diplomazia non renderanno nessuno più sicuro, né la Cina, né la Russia né gli Stati Uniti», ha commentato amareggiato Daryl Kimball, direttore esecutivo del gruppo di difesa dell’Associazione per il controllo delle armi. Sebbene Mosca abbia testé abbassato la soglia del ricorso all’arma finale, Pechino ha sempre dichiarato che non utilizzerà per prima l’atomica e che non se ne servirà contro nemici che ne siano sprovvisti; una dottrina ribadita dalla politica di difesa aggiornata del 2023. Or non è molto, il Pentagono ipotizzava però che la Cina contemplasse la possibilità di usare armi nucleari in risposta a un attacco convenzionale che minacci la sopravvivenza delle forze strategiche, del comando e controllo nazionale o che si approssimi per devastazioni agli effetti strategici di un attacco nucleare. In poche parole, pur non cercando un confronto nucleare, la Cina prevederebbe casi limite di risposta atomica graduale, infliggente all’avversario danni tali da scoraggiarlo a proseguire la guerra.
Uno scenario potenziale sarebbe individuato dagli analisti americani in una sconfitta militare convenzionale a Taiwan, deleteria per la sopravvivenza del Partito comunista cinese. Il documento di quest’anno sospetta che il riarmo cinese, nucleare e convenzionale, punti a configurare forze in grado di «combattere e vincere una guerra a Taiwan entro la fine del 2027».