La Stampa, 3 gennaio 2026
Riprendi tutto e solo dopo provi a fuggire. L’istinto primario stravolto dal telefonino
Siamo stati tutti testimoni, minuto per minuto, della tragedia della notte di San Silvestro nel lounge bar di Crans-Montana. Abbiamo visto il primo focolaio, le bottiglie che sparavano scintille e il soffitto che si incendiava in tempo record. La calca lungo le scale di quelli che provavano a uscire dal rogo, altri ragazzi che guardavano le fiamme salire, la musica ancora in sottofondo. Poi ancora fiamme e gente in fuga.
Non c’erano telecamere di sorveglianza, non c’era una troupe televisiva. Il documentario di quella catastrofe si auto-produceva in tempo reale negli smartphone delle persone coinvolte, dei testimoni, di chiunque si trovasse nel perimetro di quell’Apocalisse consumata nel veglione a “Le Constellation”, nome fatale di un locale che sarà ricordato come il più funesto dei presagi astrali per l’anno nuovo.
Nessuno potrà mai capire a distanza quello che possono aver provato quei ragazzi nel passare in pochi istanti dall’euforia di una festa all’imminenza di essere arsi vivi. Sarebbe semplicistico e superficiale lasciarsi andare al solito commento, indice di radici vetuste, sulla smania compulsiva di registrare nella periferica digitale della propria coscienza ogni istante del proprio vivere, che possa genericamente assumere un significato “epico”. Allo stesso rango di evento memorabile la foto della pizza che si sta per addentare, come le fiamme che stanno per lambirci.
Lo stupirsi per questo è stato superato dal tempo. Aveva un senso considerare come fenomeno nuovo il filmare una tragedia, come primo istinto, almeno una trentina d’anni fa. Era il 22 agosto 1994; le cronache di allora raccontano come un fatto assolutamente inspiegabile quello che accadde a Mont Saint Michel. Una donna muore per salvare il marito e la figlia che stavano annegando in una buca di sabbia e acqua. Decine di turisti invece di intervenire, o chiamare i soccorsi, si mettono a riprendere la scena con le loro camere digitali. Non esistevano ancora gli smartphone e quelli erano i primi strumenti, alla portata di tutti, per avere immagini immediatamente disponibili. I Vigili del fuoco accusarono i presenti di non averli avvertiti in tempo per salvare la donna, anzi di aver continuato a scattare durante le operazioni di soccorso. Nei giornali si parlò di «mostri con la telecamera», forse allora lo sdegno era pure comprensibile. Oggi però non ci si può più stupire, abbiamo assistito per anni alle avvisaglie di una mutazione antropologica profonda, un cambiamento radicale di atteggiamento di fronte al reale, indotto, sia nel bene che nel male, dalla nostra contiguità con apparati di digitalizzazione e condivisione della realtà.
Le immagini che stanno circolando del disastro in Svizzera non sono più da valutare genericamente come il sintomo di superficialità generazionale, scollegamento dalla realtà, uso compulsivo dei device individuali. Non si può più giudicare in maniera frettolosa un comportamento giovanile, che le generazioni adulte non riescono a collocare nei loro abituali parametri di valutazione della realtà. Questo agire piuttosto è il sintomo di un radicale percorso evolutivo, che l’essere cresciuti a stretto contatto con la rivoluzione digitale ha provocato. Nessuno può giudicare se questo abbia prodotto persone migliori o peggiori, è però evidente che nelle generazioni più recenti sia avvenuta una mutazione ad ampio spettro nel modo in cui sia possibile vivere il corpo, il pericolo, la morte stessa attraverso il filtro che operano i dispositivi onnipresenti. È fatale che ciò avvenga. Piuttosto che esprimere meraviglia e nostalgia del bel tempo che fu, sarebbe più opportuno iniziare sin dall’infanzia una concreta azione di alfabetizzazione, sia emotiva quanto mediale, sulla forbice che separa il mondo reale dalla sua elaborazione digitale.
Nessuno prende sul serio questa necessità, è più semplice giudicare i “video dell’orrore” che costellano le peggiori cronache di questi ultimi decenni, che hanno soprattutto giovani per protagonisti. Sono lo specchio imbarazzante di quello che noi siamo e che abbiamo, anche in assenza di consapevolezza, contribuito a edificare. Da qui l’elenco infinito delle challenge letali che nascono e seminano morti sui social, agli atti di violenza o di bullismo immortalati e condivisi, come se questo annullasse ogni responsabilità. Fino alla tendenza diffusa di riprendere qualsiasi irregolarità, infrazione, crimine, come se si fosse investiti individualmente dalla responsabilità di denunciare comunque e ovunque i comportamenti altrui, solitamente giudicati irregolari. Dagli incidenti stradali, alle scorrettezze nel parcheggio, fino ai borseggiatori, alle persone instabili, alle liti, alle risse.
Dobbiamo assumere consapevolezza di quanto lo smartphone non sia più da considerare un “utility” per lo svago o il lavoro, è una vera e propria protesi cognitiva, soprattutto per gli individui a cui è stato messo in mano prima ancora che imparassero a leggere e scrivere. Per restare nell’ambito della notizia, proprio in Svizzera i numeri sono rilevanti: il 60% dei bambini tra i 10 e gli 11 anni possiede già uno smartphone, mentre il 25% dei bambini tra i 6 e i 7 anni ha accesso a un tablet personale (studio MIKE del 2021). Per chi è stato sottoposto a un tale training formativo può accadere che nelle situazioni estreme il comando mentale che parte all’istante non sia più quello che suggerisce: «Chiama aiuto, mettiti in salvo, collabora a soccorrere». Piuttosto a ogni stimolo di fronte al pericolo che potrebbe essere considerato fino a qualche anno fa nella norma, si sovrappone un unico imperativo: «Riprendi». È possibile pure che guardare ciò che atterrisce in un display, abbia la funzione di creare una barriera psichica, attenua la paura come quando, noi boomer, da piccoli guardavamo i film dell’orrore attraverso le fessure tra le dita delle mani, con cui ci coprivamo gli occhi.
Oggi va così, solo una precoce e capillare azione culturale potrebbe restituire senso e consapevolezza, altrimenti il messaggio: «Trasforma tutto ciò con cui impatti in un contenuto», condizionerà sempre più l’istinto primario prevalente di fronte a fluttuazioni emotive o eventi imprevedibili che offre il quotidiano.