Questo sito utilizza cookies tecnici (propri e di terze parti) come anche cookie di profilazione (di terze parti) sia per proprie necessità funzionali, sia per inviarti messaggi pubblicitari in linea con tue preferenze. Per saperne di più o per negare il consenso all'uso dei cookie di profilazione clicca qui. Scorrendo questa pagina, cliccando su un link o proseguendo la navigazione in altra maniera, acconsenti all'uso dei cookie Ok, accetto

 2026  gennaio 03 Sabato calendario

Intervista a Dan Peterson

Well, coach Dan Peterson, tra una settimana saranno 90. Novant’anni da numero uno. «Amici sportivi e non sportivi, il mio primo spot del tè iniziava così. Era il 1985».
Un trionfo. «Se il basket arriva al 5% delle persone, solo agli appassionati, quella pubblicità arrivò davvero a tutti. Mi colpì il lavoro che c’è dietro uno spot di meno di un minuto. Il regista era Nanni Loy. Mi avevano chiesto di rivoluzionare il pubblico tradizionale del tè, di solito composto da donne, ammalati, anziani. Volevano arrivare a un pubblico di uomini sportivi e giovani. Mi chiamò un manager pubblicitario, Maurizio Giorgini. Io avevo fatto qualche pubblicità per Sergio Tacchini, ma soprattutto ero abituato alle telecamere, alla tv».
Le fecero un provino? «Mezz’ora. Dopo un mese la chiamata di Giorgini: “Coach Peterson, lo spot è il suo”».
Nanni Loy. «Potrei fare un’intervista fiume su quell’esperienza. Nanni Loy era un genio, a livello di Giorgio Armani. Non voleva prendere Peterson e cambiarlo, ma sfruttare quello che Peterson poteva dare. La battuta “per me numero uno” è mia. “Una miscela di 20 tipi di diversi di tè tutti affiatati come una squadra vincente” anche, beh, insomma. Come si dice oggi, quello spot spaccò. Ebbi carta bianca. Fu un grande lavoro di team. Come è sempre piaciuto a me».
La sua vita prese una piega inaspettata. «Fondamentalmente sono rimasto un coach. Di basket e di altre cose. Ancora oggi, a 90 anni, scrivo, partecipo a convegni, parlo di team building, tengo allenata la mente, la mia e quella delle persone che mi ascoltano. Parlo di come si costruisce una mentalità vincente».
Come ha costruito quella della sua Olimpia degli anni d’oro? «Lavorando, questo è facile da dire. Un esempio: avevo portato dall’America un nuovo tipo di allenamento. Mettevo quattro sedie ai quattro angoli del campo e i giocatori dovevano correre da una all’altra per 45 minuti. Terribile, sì. Dopo il Grande Slam lasciai l’Olimpia nel 1987, Bob McAdoo restò invece anche gli anni successivi, però nell’88 lo scudetto non arrivò. E quando mi capitò di parlargli, lui mi disse: “Coach, sa perché non abbiamo vinto il campionato? Perché non facevamo più le sedie”. Io adoravo i miei giocatori. Loro forse mi hanno odiato in certi momenti. Ma c’è sempre stato uno scambio, un dare e avere reciproco».
È più difficile diventare un grande giocatore o un grande allenatore? «Io, purtroppo, grande giocatore non lo sono mai stato. Per diventare un campione occorrono attitudine fisica e mentale. Ma nei grandi allenatori che ho incontrato io, da Aza Nikolic a Cesare Rubini, vedevo una luce, uno shining, qualcosa di speciale, una spinta indefinibile verso l’universale, come spiegarlo. Il basket non è un gioco semplice, anche se lo sembra: devi mettere la palla nel cesto, punto. Per arrivare a farlo devi costruire un gioco, spostare il pallone da un lato all’altro del campo, disegnare qualcosa prima nella tua testa e poi insegnarla ai tuoi giocatori. Devi “vedere” il gioco. Chi lo vede meglio e prima vince. In campo e in panchina. È l’anticipo sugli altri che ti fa vincere».
La pubblicità l’ha tolta dalla panchina troppo presto, a 51 anni? «Non solo quello. Il successo è stato qualcosa di bello. Ma se tornassi indietro, continuerei ad allenare. La parentesi nel 2011 con l’Olimpia, voluto da Giorgio Armani quando avevo già 75 anni, resta una delle cose più elettrizzanti della vita vita».
Suo padre la voleva avvocato. «I miei genitori si erano sposati nel 1930, l’anno dopo la spaventosa crisi del ’29. Cercavano la stabilità, un lavoro sicuro. Mio padre era tenente di polizia, mia madre disegnava, era un’artista. Capirono la mia inclinazione per lo studio, dovettero fare enormi sacrifici per farmi studiare. Avevamo sul mobile all’ingresso di casa un barattolo di vetro per lasciare lì dentro i centesimi di dollaro. Era un modo per ricordarci di non sprecare niente, che quello che non sprechi, se lo accumuli, può diventare un patrimonio. Però poi mi sono innamorato del basket a 14 anni. Sono stato playmaker, ma a livello bassissimo. Però giocavo tanto nei campionati scolastici. E giocando, mi è venuta la passione di allenare».
Fondamentale, nella sua carriera, è stata la parentesi da ct del Cile, dal 1971 al 1973. Che ricordi ha di quel paese e di quegli anni? «Un’esperienza meravigliosa e forse, se non ci fosse stato il golpe di Pinochet, sarei lì ancora adesso. Ero molto innamorato del Cile, della federazione, della squadra, dei giocatori. Ci ero arrivato anche come volontario del corpo di pace voluto da John Kennedy. Con la morte di Allende e la salita al potere di Pinochet però l’aria cambiò. E mi arrivò contemporaneamente un’offerta da Bologna. Però ricordo le Ande. La nostra casa a Santiago era all’ultima fermata di autobus prima della periferia. E dal mio balcone vedevo da una parte il mare, dall’altra queste montagne infinite. Non ho visto Portillo, la Cortina del Sudamerica, ma sono arrivato fino a Punta Arenas, la città più a sud del mondo, tra i ghiacci, e poi più a nord, nel deserto di Atacama, il luogo più secco del Sudamerica. Un Paese incredibile».
Peterson è un cognome nordeuropeo: che origini ha la sua famiglia? «I miei avi provengono da Inghilterra, Scozia, Irlanda, Germania, Norvegia, Danimarca. I miei trisavoli sono emigrati in America, la famiglia si è stabilita in Illinois. Il primo a fare il viaggio al contrario, dall’America all’Europa, sono stato io. Ho trovato l’America in Italia, si può dire».
Dov’era il 2 marzo 1962, la sera dei 100 punti di Wilt Chamberlain? «Avevo già 26 anni, cavolo. La cosa buffa è che non esistono filmati di quella partita, solo fotografie, tra cui quella famosa di Wilt con il foglio in mano con su scritto 100. Incredibile. Oggi sappiamo anche quanti punti ha segnato Curry tirando da una certa mattonella o quante volte LeBron James ha chiuso sopra i 10 punti il primo quarto. Siamo bombardati di informazioni. Allora dovevi cercarlo sul giornale, il giorno dopo».
In Europa, tre anni dopo, c’è stato Radivoj Korac, 99 punti in una gara di Coppa dei Campioni. «Immenso, amatissimo in Jugoslavia, e morto in modo tragico, in macchina. Come Drazen Petrovic. Ho affrontato da allenatore tanti suoi ex compagni. Tutti lo ricordavano come il più grande di tutti. Il più grande europeo di sempre? Forse»
Meneghin, Gallinari, Premier, D’Antoni. Continui lei. «Bariviera, Villalta, Boselli. Dispiace molto per la scomparsa di Marco Bonamico. Un grandissimo».
La sera della rimonta dal -31 contro l’Aris Salonicco resta l’apice della sua carriera? «Non c’è dubbio. Ho sentito elettricità. Qualcosa di mai visto prima».
Come festeggerà i suoi 90 anni, venerdì prossimo? «La mattina sarò al Cinema Arlecchino di Milano per la proiezione del docu-film su di me, “Per sempre numero uno”. Poi andrò a cena con i miei amici. La cosa bella è condividere il compleanno con quello dell’Olimpia, fondata il 9 gennaio 1936. Se non è destino questo? E poi ricordo che quando vedevo una persona compiere 90 anni pensavo “che bel traguardo”, mi faceva impressione. Montanelli ha superato i 90, Missoni ha superato i 90. Ora tocca a me. Me ne sento molti di meno, diciamo 55. Ma poi è solo un numero. Detto da uno che si è occupato di numeri, punteggi, statistiche tutta la vita, forse fa impressione. Ma è solo un numero davvero».