la Repubblica, 3 gennaio 2026
Isherwood, la vita da cabaret di un uomo solo
«Il 14 marzo 1929 lasciai Londra con il treno del pomeriggio per Berlino». Si chiude così la prima parte della vita di Christopher Isherwood, raccontata da lui stesso in un libro oggi introvabile, Leoni e ombre, un’educazione degli anni venti, (Fazi per la cura di Tommaso Giartosio). Nella quale lo scrittore si destreggia con spericolata abilità sulla questione dell’io letterario. Come continuerà a fare sempre, fino al suo ultimo, perfetto romanzo, Un uomo solo.
Tutto è finzione e tutto è verità, sempre. «Io sono una macchina fotografica con l’obiettivo aperto, completamente passiva, che registra e non pensa» scrive, mentendo, nel 1939 nell’apertura di uno dei suoi romanzi più famosi, Addio a Berlino. È qui che compare il personaggio della cantante squattrinata Sally Bowles, (reso poi celebre da Liza Minnelli in Cabaret, il film tratto dal libro, con la regia di Bob Fosse) «il cui cognome fu scelto da Christopher per via del suono e perché gli piaceva l’aspetto di chi lo portava, un ventenne americano incontrato a Berlino nel 1931… in procinto di diventare un compositore e uno scrittore. Di nome si chiamava Paul».
Siamo adesso nel secondo volume della sua autobiografia, intitolata Christopher e quelli come lui (Adelphi, come tutti gli altri suoi libri qui citati), che prende avvio dal punto in cui finisce Leoni e ombre. Sarà un libro molto sincero e basato sui fatti, dichiara, molto più del precedente, dove gli episodi sono stati esagerati, omessi, i dati e i nomi falsificati. Finzione, verità.
Isherwood era nato il 26 agosto 1904 nel Cheshire, come il gatto di Alice nel paese delle meraviglie. Il gatto grasso, con la voce profonda e il sardonico sogghigno, che compare e scompare. Hanno in comune una raffinata ironia, la capacità di osservazione e interpretazione, il sornione distacco. Frequenta le migliori scuole, Isherwood non il gatto, ma si farà cacciare da Cambridge prima del diploma, per snobismo e caparbia volontà di stupire. Il padre di Isherwood era un ufficiale dell’esercito inglese, proprio come il padre di un altro Christopher, il compianto Hitchens, le cui memorie, Hitch-22, raccontano di scuole simili, esperienze simili, amici altrettanto geniali. Martin Amis, Julian Barnes, Ian McEwan per Hitchens, W.H. Auden, Edward Upward, il poeta Cecil-Day Lewis (futuro padre dell’attore) per Isherwood. Entrambe le generazioni si lasciano alle spalle una guerra e il confronto con il coraggio e l’eroismo dei padri. Quello di Isherwood muore nel 1915, viene dichiarato disperso a Ypres, la famigerata battaglia nella quale i tedeschi usarono per la prima volta il gas di cloro. Nel primo attacco, ci furono cinquemila morti, ma si salvò il soldato Adolf Hitler, che si sarebbe poi servito abbondantemente di una sostanza creata dallo stesso chimico del massacro di Ypres, Fritz Haber: lo Zyklon B.
Come dimostrare di essere valenti tanto quanto quegli eroi? Il vero uomo forte, scrive in Leoni e ombre, non ha bisogno di arruolarsi nella Legione straniera o dare la caccia ad animali feroci, è consapevole della sua forza, può starsene tranquillamente seduto a bere in un bar, «proseguendo dritto per la vasta America della vita normale». Non ha bisogno della prova, che invece incombe sull’uomo debole, l’eroe nevrotico, che «preferisce tentare l’immenso circuito del nord, il terribile, faticoso passaggio a nord-ovest, schivando la vita». Passaggio a nord-ovest avrebbe dovuto essere il titolo del suo primo romanzo, che non scrisse. Scrisse invece I cospiratori, che uscì nel 1928, e fu accolto con un discreto interesse. Anche se Isherwood, con la sua meravigliosa sprezzatura british, preferisce ricordare e riportare tutte le critiche: futile, funestamente solenne, insincero, furbo… Quando si trasferisce a Berlino, su invito dell’amico Auden, ha ventiquattro anni. Prende in affitto una stanza nell’edificio occupato dall’istituto di sessuologia Hirschfeld, guidato dall’omonimo dottore, sul cui ingresso campeggiava l’iscrizione «Consacrato all’Amore e al Dolore». Fondato nel 1919, sarebbe stato distrutto dai nazisti il 6 maggio 1933. Il dottor Magnus Hirschfeld, oltre a sostenere l’abolizione del paragrafo 175 del codice penale tedesco, che sanzionava gli atti sessuali tra uomini, coniò i termini uranismo, travestitismo, transessualità per superare la divisione binaria delle inclinazioni sessuali. Nella clinica si sperimentarono anche le prime operazioni chirurgiche di affermazione di genere.
Christopher Isherwood è omosessuale e Berlino in quegli anni è famosa per i locali queer, tra i quali l’ascoso Cosy Corner, con foto di pugili e ciclisti alle pareti, pieno di giovani ragazzi mezzi nudi (una stufa all’ingresso manteneva l’aria appositamente molto calda), operai, disoccupati, prostituti talvolta, come lui stesso racconta. A Berlino conosce il poeta Stephen Spender e scrive The Memorial e Il signor Norris se ne va, pubblicati dalla Hogarth Press di Leonard e Virginia Woolf. Verso la quale Isherwood aveva quel timore reverenziale che si sublima in sarcasmo. Oggi, scrive a Spender di un pomeriggio autunnale, è «il tipo di pomeriggio in cui Virginia Woolf guarda fuori dalla finestra e improvvisamente decide di scrivere un romanzo sull’amore disperato di un pechinese per una pianta di capelvenere».
Ma la storia con i suoi orrori incombe sulla felicità erotica e scapestrata del giovane Isherwood e nel 1939, dopo un viaggio in Cina con l’amico Auden, decide di trasferirsi negli Stati Uniti. Combattere non è un’opzione, combattono gli uomini forti, gli eroi, come Lawrence d’Arabia, suo mito erotico: colto, bellissimo, coraggioso e omosessuale. In California inizia la terza vita di Isherwood, il lavoro di sceneggiatore a Hollywood, la casa a Santa Monica che divide col compagno, il pittore Don Bachardy, e l’incontro con Gerald Heard e Aldous Huxley, con i quali intraprende un percorso religioso, e probabilmente psichedelico, che lo porta a convertirsi alla scuola filosofica induista, basata sulle Upanishad: il Vedanta. Scrive libri religiosi – collabora con Swami Prabhavananda, monaco e maestro spirituale, traducendo con lui la Bhagavad Gita inglese – e due romanzi, La violetta del Prater, uscito nel 1945 e il già citato Un uomo solo, dedicato all’amico Gore Vidal nel 1964. Muore quarant’anni fa, il 4 gennaio 1986. «Qualsiasi cosa uno inventi su di sé è parte del suo mito personale e di conseguenza è vera».