Corriere della Sera, 3 gennaio 2026
Vivissima cera, l’arte ritrovata
Un affascinante e sorprendente mondo dimenticato: è quello svelato, agli Uffizi di Firenze dalla mostra Cera una volta. I Medici e le arti della ceroplastica. Curata da Valentina Conticelli, Andrea Daninos e Simone Verde, la mostra, oltre a essere la prima dedicata alle collezioni fiorentine d’arte ceroplastica tra XVI e XVII secolo, propone fino al 12 aprile nell’Ala di ponente delle Gallerie un viaggio tra arte, scienza e memorialistica, restituendo dignità e visibilità a un ambito artistico spesso ignorato, ma di fondamentale importanza nella storia fiorentina tra Quattrocento e Seicento. Da ricordare che nel 2023 la Fondazione Prada aveva riunito a Milano tredici ceroplastiche anatomiche del XVIII secolo provenienti dalla raccolta del museo della Specola di Firenze (all’epoca chiuso) in una mostra curata dal regista e sceneggiatore canadese David Cronenberg.
La produzione di immagini in cera, sempre viva fin dall’antichità nella sensibilità popolare, avrebbe conosciuto un momento di particolare ritorno tra le «belle arti» nella Firenze medicea a cavallo tra il Quattrocento e la fine del Seicento. Con la cultura barocca questa materia organica nata dalle api, in grado di imitare la perfezione-imperfezione della pelle come nessun’altra, trova il massimo splendore, poi andato perduto (o almeno molto offuscato) per la estrema deperibilità del materiale ma soprattutto per la resistenza della critica ad accogliere le sue creazioni tra le cosiddette «arti maggiori». Anche in questo campo, i Medici sarebbero stati collezionisti all’avanguardia, capaci di comprendere il valore di questa tipologia di oggetti proteggendo e assumendo i loro artefici, finché nel 1783, con una vendita all’asta ordinata dal Granduca di Toscana Pietro Leopoldo di Lorena, la quasi totalità di queste opere venne dispersa.
Tra i gioielli dell’esposizione si trovano ritratti, maschere funerarie (come quella in gesso di Lorenzo il Magnifico, opera di Orsino Benintendi) e busti policromi realizzati da artisti come Giovanni Battista Capocaccia e Costantino de’ Servi, cere che si distinguono per i colori vividi ottenuti con pigmenti incorporati e per un’eccezionale morbidezza. Come nel ritratto di Francesco I de’ Medici di Pastorino Pastorini, esempio di quanto questa tecnica fosse in grado di rappresentare bellezza e mortalità con grande efficacia. O come nelle bellezze in cera, vestite o «ignude» (altro soggetto molto frequentato dalla ceroplastica) collezionate a Firenze anche da Bianca Cappello, esposte in mostra vicino a una serie di piccoli ritratti, sempre in cera, di uomini illustri.
Nel contesto di questa storia dimenticata e ora ritrovata e reinterpretata in tutta la sua meraviglia, l’allestimento proporrà alcune opere un tempo esibite nella Tribuna degli Uffizi e a Palazzo Pitti, alienate dalle collezioni alla fine del Settecento, che dopo secoli torneranno per la prima volta nel museo. Novanta i lavori esposti, con tanti prestiti e tanti restauri eseguiti per l’occasione, oltre a una vasta selezione di cere, dipinti, sculture, cammei e opere in pietra dura. Il percorso si sviluppa attraverso tematiche e tecniche che spaziano dall’uso di calchi in cera per sculture didattiche e commemorative, alle rappresentazioni simboliche delle ultime tappe dell’esistenza umana, come il Giudizio e il Tormento delle anime dannate. Opere come la scena di stregoneria dalla Pinacoteca nazionale di Sassari e la Testa della Medusa, anticamente attribuita a Leonardo, mettono in luce come la ceroplastica si sia felicemente fusa anche con il mondo dell’immaginario misterioso, con la magia e la medicina.
Figure di rilievo come Gaetano Giulio Zumbo (1656-1701), attivo a Firenze nel XVII secolo, dimostrano poi la perfezione tecnica raggiunta dalla ceroplastica, capace di catturare il dolore e le paure collettive in modo vivace e sensuale, ma anche di confrontarsi con storie di stregoneria, malattie e credenze popolari. Proprio di Zumbo viene presentata al pubblico un’acquisizione recente delle Gallerie. L’opera si intitola La corruzione dei corpi, tema peraltro tipico di questo artista rarissimo: un piccolo capolavoro del grande ceroplasta. Accompagneranno le cere di Zumbo una serie di dipinti di soggetto alchemico e di stregoneria: la Strega di Salvator Rosa, recentemente acquistata dagli Uffizi, e alcune altre cere ispirate al maestro siciliano.
L’esposizione si propone così di sfatare miti e fraintendimenti sull’arte della ceroplastica, spesso fraintesa come simbolo di magie o pratiche occulte. Un modo per ri-mettere in luce le indiscusse qualità artistiche di queste opere, superando le barriere critiche che le hanno spesso finite per relegare ai margini dell’arte ufficiale, riconoscendone «soltanto» il ruolo di ponte tra immaginario, scienza e spiritualità. Un modo per aprire nuovi orizzonti interpretativi su una disciplina che, tra rinascita e oblio, può tornare a stupire e affascinare per la sua capacità di coniugare arte, scienza e spiritualità in un’unica e complessa espressione umana.