Questo sito utilizza cookies tecnici (propri e di terze parti) come anche cookie di profilazione (di terze parti) sia per proprie necessità funzionali, sia per inviarti messaggi pubblicitari in linea con tue preferenze. Per saperne di più o per negare il consenso all'uso dei cookie di profilazione clicca qui. Scorrendo questa pagina, cliccando su un link o proseguendo la navigazione in altra maniera, acconsenti all'uso dei cookie Ok, accetto

 2026  gennaio 03 Sabato calendario

L’Europa è anche passato

Il problema vero dell’Unione europea alla fine è uno solo: che i suoi cittadini non si sentono europei. E naturalmente un organismo politico fondato sul consenso ma verso il quale i suoi membri non sentono alcun sentimento di appartenenza, non consiste realmente in nulla. Nel senso che non riuscirà mai ad attingere il grado di sovranità necessario a prendere quelle decisioni davvero cruciali che riguardano la pace e la guerra, cioè la vita e la morte dei suoi cittadini: cioè le decisioni che attestano per l’appunto l’esistenza di un autentico attore politico. Per un’antica, talora antichissima esperienza, i cittadini dell’Unione sanno bene che cosa vuol dire essere spagnoli, danesi o polacchi. Lo hanno appreso da secoli di storia. Lo hanno appreso da secoli di ossequio all’autorità del proprio Paese, di obbedienza alle leggi e ai tribunali, di duro adempimento dei doveri militari e degli obblighi fiscali: il tutto quasi sempre suffragato e consacrato dalla potenza di un crisma religioso. Alle spalle dell’Unione europea, invece, non c’è nessuna di queste cose. L’Unione sembra venire dal nulla, non avere alcun passato, manca perfino di una Costituzione che spieghi ai suoi cittadini i valori su cui si fonda, che cosa sia e voglia essere, a chi essi devono obbedire.
L’U nione europea insomma manca di quella cosa che solo il trascorrere del tempo e il cumulo delle circostanze storiche produce. Per dirla in una sola parola, manca di un’identità.
E qui è impossibile non registrare una singolare contraddizione. E cioè che l’Unione soffre della mancanza proprio di quella cosa che la cultura progressista – la quale, pure, si è ormai tutta convertita appassionatamente all’europeismo, la quale pure fa dell’europeismo e dei suoi valori il proprio vessillo ideologico – soffre della mancanza, dicevo, di quella cosa che oggi tale cultura forse più detesta: di identità. Nell’idea d’identità, infatti, il progressismo non vede il frutto oggettivo del passato, non vede la storia. Nell’identità esso vede solo i potenziali pericoli: l’esclusione del diverso, dell’altro, l’eventuale orgoglioso compiacimento della propria unicità e dunque il germe del nazionalismo, del suprematismo, del razzismo e di non so che altro. Essendo ignara del fatto che nell’ambito dell’umano e della società degli uomini non esiste cosa, pur ottima, che non possa però nascondere il male, la cultura progressista, invece di sentirsi sfidata dal compito di pensare ed elaborare un’identità storica europea positiva ma non bugiarda, di sentirla come propria per poi divulgarla e proporla ai cittadini dell’Unione, sembra non essere interessata ad altro che a continuare a inseguire i propri sogni universalistici non cessando di stigmatizzare il concetto d’identità e i suoi presunti nefasti effetti.
Colpevolmente la burocrazia e le maggioranze dell’Unione si sono sempre riconosciute in questa prospettiva. Tutto quanto sono state capaci di inventare per dar vita a qualcosa che somigliasse a un’identità europea è stato il programma Erasmus e i suoi semestri universitari in giro per i Paesi dell’Unione. Peccato che, però, quando si arriva al dunque, all’aggressione russa all’Ucraina o al divorzio degli Usa dall’Europa, quando si arriva a sentire il rumore delle armi e alla necessità di pensare a difendersi, allora ci si accorge a quanto siano servite per formare la coscienza europeista di generazioni di europei le giovanili serate nelle discoteche di Barcellona o nei pub di Dublino favorite dall’Erasmus. A poco o niente cioè, dal momento che poi ci si ritrova – come oggi infatti ci ritroviamo – con opinioni pubbliche europee schierate per almeno la metà dalla parte degli aggressori russi o convinte che la cosa migliore per difendersi sia quella di restare disarmati.
La verità è che la prima condizione perché esista un soggetto politico europeo è che ne sentano la necessità e lo vogliano gli europei stessi. Ma per questo bisogna che gli europei siano consapevoli di avere un passato realmente comune. Siano consapevoli che pur tra mille contraddizioni, pur tra mille colpe e ingiustizie e dunque fuor da ogni retorica, tuttavia questo passato ha significato grandi conquiste dell’ingegno e dello spirito umano. Che grazie all’Europa, alla sua storia e al suo retaggio religioso, il mondo intero ha potuto conoscere idee straordinarie di libertà, di eguaglianza, e di tolleranza, ha potuto avvalersi di scoperte scientifiche e ritrovati tecnici meravigliosi, godere di mille opere di bellezza.
Bisogna allora decidersi a non avere paura di usare le parole necessarie: ad esempio patriottismo. Solamente un patriottismo europeo fondato sulla consapevolezza della propria comune identità storica può oggi dare all’Unione volontà e capacità tali da farne un reale soggetto politico. L’Europa, i suoi intellettuali, la sua scuola, devono smetterla di avere paura della propria identità, del proprio passato, dei grandi valori che esso ha prodotto. Se l’Europa ha un futuro possibile questo futuro non può che iniziare dal suo passato, dalla volontà di riappropriarsene. Ed è qui che deve intervenire la politica. Ad esempio con la decisione della presidente Meloni di suggerire ai ministri dell’Istruzione, dell’Università e della Cultura del suo governo di mettersi intorno a un tavolo per studiare e proporre a Bruxelles un grande progetto comune volto a questo fine. Chi se non l’Italia?