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 2026  gennaio 03 Sabato calendario

Economia e lavoro, poi il sistema sanitario. Cosa preoccupa

Il 2025 si chiude con un sentimento di preoccupazione e timore. La situazione internazionale evidenzia rischi e complessità enormi. Cambia profondamente il contesto nel quale ci troviamo a vivere e sta cambiando il paradigma che, soprattutto noi europei, consideravamo indiscutibile: il prevalere del diritto internazionale, la composizione dei conflitti attraverso le strade diplomatiche, la difesa dei diritti politici e sociali. Come certifica il sondaggio Ispi di fine anno, per gli italiani il mondo è diventato sempre più instabile, mentre cala drasticamente la nostra vicinanza agli Stati Uniti, un tempo alleati solidi, oggi partner ambigui con la presidenza Trump. La situazione interna è meno drammatica, ma anch’essa non priva di elementi di difficoltà. Il nostro è uno dei paesi in cui i salari reali hanno subito una significativa riduzione e in cui il potere d’acquisto si è contratto, l’andamento del Pil nazionale è ridotto: Istat, nelle prospettive per l’economia italiana nel 2025–2026, rileva una crescita dello 0,5% nel 2025 e stima un incremento dello 0,6% per il prossimo anno.
Questa complessiva situazione di difficoltà è nettamente percepita dagli italiani: oggi il 61% ritiene che il Paese stia andando nella direzione sbagliata, ed è il dato più alto dal pre Covid. Sensazione che accomuna, con differenze marginali, tutto il Paese, dal Nord al Sud. Il calo del pessimismo che era emerso all’uscita dal Covid, sembra definitivamente rientrato.

Gli interessi prioritari
Le priorità del nostro Paese, indicate spontaneamente dalle persone intervistate nel nostro sondaggio (erano invitate ad indicarne tre), vedono anche quest’anno al primo posto i temi dell’economia e del lavoro (citati dal 56%), in lieve crescita rispetto allo scorso anno. Al secondo posto il tema della sanità, che cresce ancora, citato oggi dal 40%, cinque punti in più rispetto allo scorso anno e quasi il triplo delle citazioni del 2019. Percezione più che giustificata dalle condizioni concrete del settore: proprio in questi giorni molti media hanno riportato la situazione drammaticamente critica delle carenze nel corpo medico del paese e le difficoltà, che diventano sempre più pesanti, della sanità territoriale. Quest’anno inoltre cresce sensibilmente il tema della sicurezza, citato dal 33% degli italiani, in aumento di otto punti rispetto al 2024, del 11% rispetto al 2019. Seguono altri quattro temi citati da un quarto o poco meno degli intervistati: l’immigrazione, il welfare e l’assistenza sociale, la tenuta del potere d’acquisto e il funzionamento delle istituzioni e della politica. Certo, si tratta di preoccupazioni e non di emergenze, ma complessivamente ci sentiamo gravati da tre ambiti di difficoltà, dalla materialità quotidiana (lavoro e potere d’acquisto), alle garanzie di base (salute e servizi), sino alle minacce esterne (sicurezza e immigrazione), cui pensiamo che tutto sommato la politica e le istituzioni, malfunzionanti, facciano ormai fatica a rispondere. Se dai temi nazionali passiamo ai locali, alle preoccupazioni che caratterizzano la propria zona di residenza, troviamo ancora i temi occupazionali ed economici sia pur attenuati, ma compare il tema ambientale più sentito a livello locale, quindi quello della mobilità e delle infrastrutture che si colloca al terzo posto, e a seguire gli altri temi già citati, con l’immigrazione che si colloca a un livello secondario rispetto alle citazioni per l’ambito nazionale.
Il Pnrr, che inizialmente era apparso un intervento forse in grado di incidere positivamente sulle condizioni del Paese, oggi appare deteriorato: il 61% pensa che non produrrà risultati apprezzabili (era il 49% lo scorso anno) e per più di due terzi una parte rilevante dei progetti previsti non arriverà a conclusione.
Le attese
Tutto induce al pessimismo, e infatti le attese rispetto all’andamento dell’economia italiana tendono a peggiorare. Dato per assodato che le condizioni dell’economia del paese sono negative (lo pensa il 68%, dato sostanzialmente stabile negli ultimi anni, con la sola eccezione delle speranze del 2021 all’uscita dal Covid, prontamente rientrate), oggi il 35% pensa che la situazione peggiorerà nei prossimi sei mesi e 18% invece prevede un miglioramento: i giudizi negativi prevalgono di 17 punti, il livello peggiore dal 2019, se si esclude il 2020, annus horribilis del Covid. E quindi anche per il futuro si pensa, come l’anno scorso, che non ci saranno miglioramenti apprezzabili. Le previsioni sull’andamento dell’economia italiana nei prossimi tre anni vedono gli ottimisti al 28%, i pessimisti al 33%. Per la prima volta nel quinquennio il pessimismo prevale sull’ottimismo. Infine, riguardo alle previsioni sulla situazione economica personale o familiare nei prossimi sei mesi, i pessimisti prevalgono di 10 punti, di nuovo il livello più basso ad eccezione del 2020. Il tema dell’inflazione e del potere d’acquisto rimane drammaticamente preoccupante e coinvolge circa l’80% dei nostri connazionali, con una crescita di sei punti rispetto allo scorso anno. E che i rischi siano dietro l’angolo ce lo dice il fatto che ben un quarto delle famiglie sarebbero incapaci di far fronte ad una spesa imprevista di 1.000 euro, dato che arriva al doppio se la spesa fosse di 10.000 euro. D’altronde Istat certifica una povertà assoluta per l’8,4% delle famiglie italiane e relativa per il 10,6%, complessivamente quasi un quinto delle nostre famiglie.
Il mondo
Un ulteriore fattore di tensione, assolutamente non secondario, è rappresentato dai conflitti in corso. Partiamo dal Medio Oriente, per il quale oltre il 70% si dichiara preoccupato, in linea con gli scorsi anni, nonostante il cessate il fuoco (peraltro non sempre rispettato). D’altronde l’accordo di pace firmato in Egitto non convince del tutto: solo il 5% è fiducioso che porterà alla pace, il 30% spera che almeno porti a una vera tregua, mentre un terzo circa lo ritiene sbagliato perché sfavorevole a Israele (9%) o ai palestinesi (21%). E la maggioranza relativa lo considera un accordo economico, mentre solo poco più di un quinto lo ritiene un solido accordo politico-diplomatico. Quindi si ritiene che non si raggiungerà l’obiettivo di «due popoli, due Stati» (lo pensa solo il 18%, mentre il 47% lo esclude). Si è discusso a lungo se fosse corretto parlare di genocidio a proposito del comportamento di Israele verso i palestinesi: poco meno della metà dei nostri intervistati (47%) ritiene che sia corretto utilizzare tale termine, mentre il 29% è in disaccordo.
Riguardo all’altro grande conflitto, quello russo-ucraino, la preoccupazione complessiva coinvolge i tre quarti degli italiani, e in particolare se ne temono l’estensione ad altri paesi (36%), le conseguenze umanitarie (28%) e le conseguenze economiche (25%). Richiesti di schierarsi per una delle parti in conflitto, la maggioranza assoluta degli italiani (53%) non prende posizione, mentre il 39% si schiera per l’Ucraina, dato in crescita di quattro punti nell’ultimo anno, e l’8% invece simpatizza per la Russia (dato stabile). Stabile anche la contrarietà all’invio di armi in Ucraina (52%) come pure l’accordo all’invio (28%). Con differenze apprezzabili in relazione all’orientamento politico: assolutamente favorevoli gli elettori delle forze «centriste» dell’opposizione (Iv, Azione, +Europa), piuttosto favorevoli nel Pd, mentre in FdI e FI prevale la contrarietà ma con una quota importante di favorevoli, nettamente contrari leghisti e M5S. La contrarietà però non di traduce nell’auspicio di una pace a qualunque costo: 52% vuole una pace «giusta» per l’Ucraina e che sia di garanzia anche per l’Europa. E riguardo all’accordo sottoscritto da nostro governo con la Nato per il raggiungimento del 5% del Pil da destinare alla difesa entro il 2025 tra i nostri connazionali si registra una nettissima la contrarietà (59%) contro il 20% di favorevoli. In questo caso solo tra gli elettori di Fratelli d’Italia prevale (di poco) l’accordo.
La vulnerabilità
Insomma, chiudiamo l’anno con un cumulo di preoccupazioni che ci accompagna da tempo ma che negli ultimi dodici mesi è cresciuto, acuendo il senso di vulnerabilità: un mondo in cui i conflitti non si attenuano e in più con un alleato storico come gli Stati Uniti che oggi ci sembra decisamente meno affidabile. Un Paese in grande difficoltà economica rispetto a cui non si vedono sbocchi nemmeno nel medio periodo, con un lavoro che è sempre meno sufficiente a garantire un adeguato benessere, con un potere d’acquisto intaccato dall’inflazione e dalla mancata crescita dei salari. Sono certamente problemi storici che affrontiamo da qualche decennio. Con una certa rassegnazione che, nonostante tutto, non diventa rabbia o protesta violenta, ma tuttalpiù si traduce in disillusione e acrimonia. Nella convinzione che oramai anche la politica nel suo insieme non sia in grado di dare risposte fattive. Il che dà conto del calo drammatico della partecipazione politica da un lato, e dall’altro della assoluta stabilità degli orientamenti politici degli italiani.