Corriere della Sera, 3 gennaio 2026
«Se perdiamo, ci uccideranno entrambi». La profezia di Putin al consigliere ribelle
Quando le dimissioni erano ormai decise, a settembre scorso, Dmitry Kozak è andato a trovare il suo capo un’ultima volta e gli ha posto una semplice domanda: perché aveva fatto tutto questo? Non è chiaro quale sia stata la risposta testuale di Vladimir Putin, ma il senso era chiaro. Se l’avventura ucraina fosse finita male – gli ha detto il leader, secondo una persona informata – non rischiava la vita solo lui, presidente russo; sarebbe finito molto male anche Kozak.
Eppure quest’ultimo, a fianco di Putin dai tempi di San Pietroburgo negli anni ‘90, da oltre tre anni era praticamente fuori. Lo era almeno dal 21 febbraio 2022, due giorni prima dell’aggressione all’Ucraina. Quel giorno il dittatore riunisce al Cremlino il Consiglio di sicurezza. Si discute il riconoscimento delle pseudo-repubbliche del Donetsk e del Luhansk, già in parte occupate dalla Russia. In sostanza, si parla di aggredire l’Ucraina. Kozak allora è già quasi 70 enne e da un trentennio fra gli uomini più vicini al capo. È vicecapo di gabinetto del presidente, con delega ai rapporti con le ex repubbliche sovietiche. Ma nella sostanza è nella cerchia dei fedelissimi di Putin con Igor Sechin (capo del colosso del petrolio Rosneft), Nikolai Patrushev (ex superiore di Putin nel Kgb), Sergei Chemezov (con Putin nel Kgb in Germania e ora capo del colosso della difesa Rostec) e pochi altri.
Solo che in quel 21 febbraio 2022 Kozak parla, per quaranta minuti, contro l’annessione delle repubbliche del Donbass e l’invasione dell’Ucraina. È l’unico. Il suo intervento verrà tagliato dal video del Consiglio di sicurezza trasmesso poco dopo in tivù.
Secondo una ricostruzione del New York Times, due giorni dopo l’aggressione del 2022 Kozak avrebbe risposto a Putin che non intendeva eseguire i suoi ordini e non avrebbe chiesto al governo ucraino di firmare la resa. Avrebbe detto al leader che era pronto a farsi arrestare o sparare, pur di non farlo. Da allora non è più apparso in pubblico ma, per rispetto dell’antico legame, Putin non l’ha mai punito né rimosso. Fino alle dimissioni «volontarie» del 18 settembre scorso, dopo le quali l’ex vicecapo di gabinetto continua ad occupare un ufficio nell’amministrazione presidenziale a due passi dal Cremlino.
Kozak non è un dissidente liberale. È stato lui a curare l’integrazione della Crimea nella Russia, dopo l’invasione del 2014. Ma la sua contrarietà alla guerra e la reazione di Putin al momento della sua uscita – se va male in Ucraina entrambi potevano essere uccisi, gli avrebbe detto – aprono una finestra sui dubbi e i dilemmi che serpeggiano dentro e attorno al Cremlino. Putin per primo capisce che è pochissimo ciò che ha in mano dopo l’aggressione scelta e durata ormai come la Seconda guerra mondiale: porzioni devastate del Donbass – il 12,7% del territorio ucraino dal 2022, ma meno dell’1% nell’ultimo anno – al prezzo di centinaia di migliaia di vite russe e dell’equivalente di centinaia di miliardi di euro spesi. Ora però lo sforzo bellico sta accelerando il ripiegamento dell’economia russa. Nelle ultime settimane, ondate di licenziamenti hanno colpito il colosso petrolchimico Sibur, quello bancario Sberbank, l’edilizia e l’industria civile in genere. Putin senz’altro non dimentica che durante la rivolta di Sergei Prigozhin e della sua marcia su Mosca, nel maggio 2023, i suoi fedelissimi piombarono nel silenzio e di colpo l’apparato di sicurezza si paralizzò. Nessuno lo difese. Non è un caso che Putin pretenda la cessione dell’intero Donbass (in teoria russo, secondo la sua costituzione) per poter mostrare qualcosa di definibile come una vittoria. Ma il dittatore tradisce la pressione che avverte: per esempio, ha smesso di rivendicare gli oblast di Zaporizhzhia e Kherson, benché anch’essi «russi» per costituzione. Al prossimo avvitamento dell’economia, forse il prossimo passo indietro sul Donbass.