La Lettura, 4 gennaio 2026
Bianca Pitzorno: "Io invento. Anzi no"
Da sempre la voce di Bianca Pitzorno lavora sul tempo lungo della narrazione, sulla memoria, sulle genealogie femminili, sulle fratture della storia. Eppure spesso è ancora definita «scrittrice per ragazzi», come se quella definizione – pur nobile – potesse contenerla per intero. È vero che i suoi libri hanno formato, e formano, generazioni di lettori, ma i romanzi «per grandi» non sono una deviazione tardiva, piuttosto il controcanto più profondo e libero della sua opera. Da A chi smeraldi e a chi rane a Sortilegi, da Il sogno della macchina da cucire a La vita sessuale dei nostri antenati, è lì che Pitzorno ha trovato la sua forma più necessaria.
La sonnambula, in uscita per Bompiani, prosegue e rilancia questa traiettoria. Il romanzo segue l’esistenza avventurosa di Ofelia Rossi che da una città del Nord Italia approda a Donora, cittadina immaginaria della Sardegna ottocentesca, trasparente specchio di Sassari. Fuggita da un marito violento, sola e ostinatamente fiera, Ofelia si reinventa medium. Nel salotto riservato della sua casa, per 5 lire, promette vaticini, predice il futuro, mette in contatto con i morti. Le sue clienti sono soprattutto donne: inquietudini private, desideri inespressi, speranze affidate a una voce che sa ascoltare. Ofelia le studia, le lascia parlare, poi simula la trance, afferra una penna d’oca e scrive il responso.
In un altro salotto, quello della casa milanese di Bianca Pitzorno, 83 anni, un’intera parete è occupata dai suoi volumi («Saranno più di settanta, contando ragazzi, adulti e saggi»), e sul tavolo c’è un vecchio librone fitto di annotazioni, dedicato a Enrico Costa (1841-1909), scrittore sardo, instancabile narratore, studioso degli archivi sassaresi e fondatore dell’associazione benefica Cuore e Follia. Da Costa, insieme ai racconti orali della sua famiglia e a una messe di ritagli di giornale, Pitzorno ha tratto molte delle storie del romanzo. «Credo che esistano poche città italiane con una tale ricchezza di documenti d’archivio dal Duecento ai primi del Novecento», spiega. «Costa riusciva a tirarne fuori vicende curiose, spesso divertenti. Non era uno studioso polveroso, ma un uomo ironico, che sapeva raccontare. E mentre leggevo, i collegamenti, gli aneddoti, gli spunti narrativi cominciavano ad affiorare da soli».
Feuilleton, saga famigliare, fiaba popolare. «La sonnambula» si legge tutto d’un fiato. Ma che cos’è?
«Un libro d’avventure, perché succede di tutto. Mi sono inventata molte cose, ma ogni dettaglio è verificato: i tempi di navigazione dal continente alla Sardegna, per esempio. Ho cercato di essere storicamente credibile, anche con l’aiuto dell’archivista di Stato di Sassari a cui sottoponevo i miei quesiti. Ho sempre amato e utilizzato molto gli archivi: sono una devotissima della scuola francese di Les Annales che pone l’attenzione sulla vita quotidiana delle persone».
Ofelia Rossi è esistita davvero?
«La sonnambula è una persona che cammina e agisce nel sonno, ma in quel periodo il termine indicava la medium. L’indirizzo che io uso nel romanzo, via del Fiore Rosso, esisteva davvero a Sassari, all’epoca in cui vivevano le mie bisnonne. Su una vecchia copia del giornale “L’Isola” del maggio 1894 ho trovato l’inserzione di una certa Elisa Morello, “rinomata sonnambula”. Mi sono chiesta: chi era questa signora? Chi andava a consultarla? Non è un nome sardo: quindi o era un nome d’arte, oppure veniva da fuori. Offriva consulti per 5 lire, che non erano poche: da lei dovevamo andare solo i borghesi».
Il libro è costruito con le storie che le clienti le raccontano.
«Non me le sono inventate. Ho cercato altri giornali: a casa mia, a Sassari, ne abbiamo diversi di quel periodo. Tutti i fatti di cronaca a cui accenno nel libro sono realmente accaduti, nello stesso anno. La bambina rapita, per esempio: era successo nel golfo di Cagliari, ma quella bambina era la sorella del bisnonno di mio cognato. Il figlio violinista cacciato dal padre giudice fa parte proprio della mia famiglia. Da piccoli dicevamo: “Tornerà lo zio d’America ricchissimo”. E poi c’è il Pietrificatore, personaggio famosissimo, realmente esistito, Efisio Marini. Non ha mai voluto rivelare la formula con cui imbalsamava i corpi e per questo non ha mai avuto una cattedra universitaria, cosa che lo ha fatto soffrire molto. Su di lui ha scritto una serie di gialli Giorgio Todde. Era amico del mio bisnonno che era anatomopatologo e aveva inventato un metodo per pietrificare i cervelli. Quando è arrivato internet, come tutti, ho cercato il mio cognome. La prima cosa che ho trovato sono stati “i cerebri del Pitzorno”. Efisio Marini aveva regalato al suo istituto una mano di fanciulla, con un braccialetto d’oro, che ancora oggi si può vedere al Museo Anatomico di Sassari. Oggi vanno molto di moda i romanzi sulla Sardegna rurale, dei pastori. Ma l’isola non è mai stata solo questo. C’erano avvocati, ingegneri, professori. Avevamo due università già alla fine del Cinquecento. C’era una borghesia vera».
Quanta immaginazione c’è nel libro?
«È nel modo in cui adatto i personaggi, non nei fatti. Ho cambiato i nomi per non offendere eventuali discendenti, ma l’unica cosa che ho inventato di sana pianta è l’amore della sonnambula con l’ingegnere. È quello che mi diverte di più: infilare i personaggi nei pertugi della storia vera».
Come fa?
«Anche quando sembra che una storia proceda in modo libero, in realtà deve avere un nodo ben preciso che non può essere sciolto se non andando avanti. Aristotele lo spiega benissimo nella Poetica. Il mio metodo di scrittura è sempre stato questo: scelgo un personaggio che mi interessa e lo metto in una situazione difficile. Come la risolve?».
Qui, come nella maggior parte dei suoi libri, anche per ragazzi, le protagoniste sono donne.
«Certo. Le donne sono depositarie di saperi che non passano dall’università o dai libri, ma dall’esperienza, dal corpo, dalla trasmissione orale. Le mie bisnonne, per esempio, sapevano un sacco di cose pratiche, ma anche simboliche. Erano donne colte in un altro modo. Nel romanzo nessuna donna è davvero marginale perché storicamente non lo erano. Anche quando non avevano potere ufficiale, avevano un potere reale. La sonnambula, per esempio, esercita un’autorità enorme su chi la consulta, ma lo fa attraverso un linguaggio che gli uomini disprezzano».
C’è una tensione continua tra sapere scientifico e sapere magico.
«Sì, ma attenzione: all’epoca non erano così separati come oggi. Il magnetismo, l’ipnosi, l’elettricità erano campi di confine. Gli scienziati stessi li esploravano senza pregiudizi».
Ci sono anche la violenza maschile, l’autoritarsimo, il patriarcato.
«Mi interessa come le donne riescono a sopravvivere, a trovare spazi di libertà anche in contesti durissimi. Ed è una libertà che passa spesso dalla parola. Raccontare, interpretare, dare senso: è così che resistono. Ma c’è anche l’ingegnere che va a lavorare in un circo».
«La sonnambula» sembra anche una riflessione sul raccontare stesso.
«Sì, perché ogni racconto è una scelta: cosa dire, cosa tacere, cosa trasformare. Io ho scelto di stare dalla parte delle storie che rischiavano di andare perdute. Quando qualcuno mi dice: poverina quella, ha avuto una vita noiosa, io rispondo: non esiste una vita noiosa, dipende da noi».
Lei ha scritto per ragazzi per molti anni. Che differenza c’è?
«Dal punto di vista della scrittura, nessuna. La differenza non sta nella qualità o nella complessità, ma negli argomenti e nelle possibilità di esperienza del lettore. Un ragazzo non ha ancora vissuto certe cose, quindi non puoi presupporle. Ma la struttura, la lingua, l’intelligenza del testo devono essere le stesse».
Quindi non c’è una semplificazione.
«No, semmai c’è chiarezza. Un buon libro è quello che cresce insieme al lettore: a dieci anni capisci una cosa, a trenta ne capisci un’altra».
Non scrive più libri per ragazzi da quasi vent’anni. Perché?
«Perché non conosco più questo mondo. Mi irrita molto che la gente non capisca che si cambia, si sperimenta, si va avanti. Picasso ha dipinto meravigliosi arlecchini, ha avuto il periodo rosa, il periodo blu, poi ha fatto Guernica. Ed era sempre Picasso. Io non ho avuto figli e non frequento più bambini, non lo so che cosa pensano. Allora avevo intorno ragazzini in carne e ossa che mi parlavano. Quando scrivevo un romanzo sapevo cosa interessava. Non voglio inventare storie che non abbiano attinenza con la realtà. Ho fatto tante cose nella mia vita: sarta, falegname, archeologa, anche la televisione. Non capisco per quale motivo debba avere questa etichetta che elimina tutte le altre. È limitante, ecco».
Ha parlato del fatto di non avere avuto figli. Lo rimpiange?
«No, mai. Mi sono sempre chiesta: ma come li avrei cresciuti? Ho avuto una vita molto incostante: ho cambiato spesso casa, città, situazione. Un bambino ha bisogno di stabilità, di continuità. Mi piacciono i bambini, mi sono sempre piaciuti. Ho fatto la babysitter, mi hanno affidato i figli di molti amici. Ho chiacchierato tantissimo con loro, ed è anche per questo che ho potuto scrivere libri per ragazzi. Ma proprio perché li conosco, mi sono resa conto che io non ero la persona giusta per fare la madre».
Non ha «figli d’anima» come Michela Murgia?
«Non ho voluto figli né avrei voluto giovani estranei da educare. Io stessa giovane mai avrei voluto un’adulta che mi insegnasse la vita, volevo imparare da sola. Lei aveva la famiglia queer, noi sessantottini avevamo le comuni».
Eravate amiche?
«Michela è nata che io ho pubblicato il mio primo libro, eravamo generazioni diverse, vivevamo lontano. Essere amiche vuole dire frequentarsi. Avevo affetto per lei, sapevo che aveva avuto una vita difficile e ammiravo il coraggio con cui era riuscita ad affermarsi. Ha fatto un paio di prefazioni a miei libri, è stata generosa, ma questo non basta per dire che fossimo grandi amiche. Mi piaceva, soprattutto come polemista. Era sempre bravissima nell’argomentazione perché potevi non essere d’accordo, però seguivi il suo ragionamento. Sono passati più di due anni dalla morte e purtroppo ce la stiamo dimenticando».
Oggi c’è qualcosa che le fa paura?
«La guerra. Sono fortunata a essere vecchia, ma vedo come la situazione internazionale si stia deteriorando rapidamente. Nel mondo ci sono decine di guerre, credo 52, ma non ci preoccupiamo abbastanza. Prima eravamo convinti che la guerra fosse una cosa da evitare assolutamente; ora ci stiamo quasi abituando».