La Lettura, 4 gennaio 2026
La scienza ha smesso di essere neutrale
Per anni, dopo l’inizio della collaborazione tra le agenzie spaziali statunitense e sovietica nel 1975 e ancor più dopo la caduta del Muro di Berlino nel 1989, abbiamo raccontato la scienza come un territorio libero: competitivo, certo, ma «neutrale», al riparo – almeno in teoria – dalle oscillazioni della politica internazionale. Oggi quell’immagine, che ha cominciato a sbiadire dopo l’attentato alle Torri Gemelle e le tensioni culminate nell’invasione russa dell’Ucraina nel febbraio 2022, sembra cancellata. L’edizione 2025 del rapporto Ocse Science, Technology and Innovation Outlook, una pubblicazione che alla fine di ogni biennio passa in rassegna come stanno cambiando le politiche di ricerca e innovazione nei Paesi Ocse e in numerose economie partner, mostra che siamo entrati in una fase nuova. La novità più saliente consiste, secondo l’Ocse, nella cosiddetta research security.
La spesa pubblica è sotto pressione. Agli stessi capitoli di bilancio si chiede di fare più cose contemporaneamente: sostenere la crescita, accelerare la transizione verde, governare la rivoluzione digitale, rafforzare la resilienza sanitaria e industriale. Da qui la corsa a sfruttare sinergie tra obiettivi, sperimentare modelli di finanziamento pubblico-privato, riallineare ricerca, politica industriale e politiche sociali attorno a poche «missioni» considerate strategiche, in un quadro di cooperazione concentrata sui Paesi «che la pensano allo stesso modo» (like-minded), qualunque cosa questo concetto significhi. L’Ocse parla apertamente di securitizzazione (securitisation) della scienza. La politica scientifica non è più pensata solo in funzione di crescita e benessere, ma viene allineata a obiettivi di sicurezza economica e strategica: protezione dalla fuga di competenze e informazioni tecnologiche, promozione dell’autonomia nelle tecnologie critiche. Anche l’Unione Europea (Ue) ha esaminato possibili raccomandazioni in tal senso nella Conference on Research Security che si è tenuta a Bruxelles a fine ottobre. Non si tratta solo di mettere più soldi su alcuni settori sensibili, talvolta esplicitando il loro duplice uso civile e militare, ma di ripensare in profondità come, con chi e su che cosa si fa ricerca. Il messaggio è chiaro: la scienza è diventata uno dei campi in cui si gioca la competizione internazionale, e i governi si stanno attrezzando di conseguenza.
L’esplosione delle politiche di research security, nate per proteggere la ricerca da interferenze straniere e fughe di conoscenze in settori in cui un Paese non vuole mettere a rischio la propria posizione, vede un numero di misure in crescita di un fattore 10 rispetto al 2018; nello stesso periodo il numero di Paesi che ha adottato politiche specifiche per la sicurezza della ricerca è salito da un terzo a tutti i Paesi Ocse (e a molte economie partner). Fino a pochi anni fa l’accento era sull’open science, con l’idea che dati aperti a tutti, circolazione dei talenti e collaborazioni senza attriti fossero il motore principale del progresso scientifico e della diffusione del benessere. Oggi quella visione viene rallentata nel mondo occidentale da griglie di controllo sempre più fitte: linee guida su quali informazioni si possano condividere, procedure di verifica dei partner nei progetti internazionali, filtri sulle apparecchiature e sui flussi di dati. Questi dispositivi stanno diventando parte ordinaria del modo in cui gli Stati concepiscono la propria politica scientifica anche in settori non strettamente legati alla difesa.
In parallelo, aumentano gli investimenti pubblici nei settori più legati alla sicurezza. Nell’ultimo decennio, la spesa pubblica in ricerca e sviluppo per l’energia e per la difesa è quasi raddoppiata nei Paesi Ocse, ben oltre il modesto aumento complessivo della spesa pubblica in ricerca e sviluppo. Le tecnologie considerate «critiche» – intelligenza artificiale, tecnologia quantistica, semiconduttori avanzati, biologia sintetica – sono sempre più al centro di strategie nazionali dedicate che combinano incentivi, restrizioni all’export, controllo sugli investimenti esteri e sostegno mirato a campioni nazionali o regionali.
Anche l’Italia si sta muovendo su questo terreno, e punta ad aumentare l’intensità di spesa in ricerca e sviluppo di un terzo entro il 2027, con risorse aggiuntive in gran parte legate al Pnrr, partendo da un livello storicamente più basso della media europea. Allo stesso tempo, Roma deve fare i conti con l’aumento della spesa per la difesa e, stando a quanto sembrerebbe oggi essere sul tavolo, con un obiettivo Nato del 5% del Pil entro il 2035, che secondo il nostro Paese andrà raggiunto includendo nel computo anche investimenti in infrastrutture digitali e spazio, che a loro volta vengono agganciati a possibili dual use militari e civili. Il confine tra politica industriale, politica della ricerca e politica di sicurezza diventa così sempre più labile.
È qui che entrano in gioco espressioni come «sovranità tecnologica» o «autonomia strategica», ormai centrali nel vocabolario dei decisori pubblici. L’idea di fondo è che controllare le catene del valore di tecnologie critiche, dalla ricerca di base alla produzione di componenti chiave, sia un fattore di sicurezza oltre che un vantaggio industriale. Il rischio che l’Ocse segnala è duplice: da un lato la frammentazione di un sistema scientifico che per decenni ha prosperato sull’apertura; dall’altro la tentazione di sacrificare la qualità della ricerca agli obiettivi di breve periodo, piegando l’agenda scientifica alle priorità geopolitiche del momento. Per un Paese come l’Italia, inserito nel cuore delle reti scientifiche internazionali ma con risorse limitate rispetto ai grandi rivali, questo rischio è concreto: essere tirati verso la logica dei blocchi, a danno della nostra esigenza di restare attrattivi per talenti e investimenti globali.
Le tensioni si vedono nei numeri dell’internazionalizzazione della scienza. La quota di pubblicazioni scientifiche con co-autori di più Paesi nell’area Ocse, secondo la rielaborazione di dati Scopus, è passata dal 2% del 1970 al 27% del 2023, una crescita impressionante che racconta la lunga stagione della globalizzazione scientifica, ma i dati più recenti indicano che questa traiettoria sta perdendo slancio. Proprio mentre si moltiplicano barriere, controlli sulle tecnologie critiche e timori di fughe di competenze tecnologiche verso la Cina (certamente anche l’Europa ha contribuito all’impressionante crescita di Pechino nello scorso decennio), rallenta uno dei motori principali del progresso degli ultimi decenni: la libertà delle ricercatrici e dei ricercatori di lavorare con chi vogliono, dove vogliono, sui problemi che ritengono più importanti.
Il nostro Paese ha costruito una posizione di forza soprattutto grazie alla qualità del suo capitale umano e alla densità e all’apertura delle sue reti di collaborazione. L’Italia è settima al mondo (dati Scopus 2022) per numero di articoli scientifici in scienze e ingegneria; inoltre rispetto alla media Ue-27 ha una quota più elevata di pubblicazioni che rientrano nel 10% più citato a livello mondiale. Impressiona in questo contesto la crescita della Cina nell’editoria scientifica e nell’industria di alta tecnologia anche grazie a sovvenzioni pubbliche delle politiche open source, che sono viste da alcuni come esempio di concorrenza sleale ma che d’altro canto incentivano di fatto la diffusione della cultura e della tecnologia (ad esempio nel settore dell’intelligenza artificiale) nei Paesi emergenti. Un modo per promuovere quello che in diplomazia viene chiamato soft power, ossia l’influenza esercitata attraverso agenti intangibili come la cultura.
L’Ocse insiste sulla necessità di riconfigurare la cooperazione scientifica in un paesaggio geopolitico sempre più frammentato: mantenere il grado di apertura indispensabile all’avanzamento della scienza, proteggendo al tempo stesso gli interessi economici e di sicurezza di un gruppo di Paesi like-minded. È un crinale stretto: troppa sicurezza soffoca l’innovazione, riduce la fiducia fra partner e rallenta i progressi sulle grandi sfide globali, ambito in cui il nostro Paese, grazie alla sua cultura, ha giocato e può giocare un ruolo che va al di là del suo peso politico. Non è semplice proteggere gli interessi nazionali senza erodere la qualità della ricerca e la capacità di affrontare problemi condivisi. Per l’Italia, che partecipa a tutte le principali partnership di ricerca e ha aumentato in modo significativo le risorse nazionali impegnate in questi programmi nella transizione da Horizon 2020 a Horizon Europe, la questione è come continuare a sfruttare le reti della scienza per incrementare qualità e massa critica senza essere intrappolata in dinamiche di contrapposizione tra blocchi.
In questo quadro, la diplomazia scientifica assume una funzione nuova. Le viene chiesto di parlare il linguaggio dei laboratori, ma ragionare in termini di alleanze, interdipendenze, vantaggi comparati. Per chi fa ricerca significa muoversi in un ambiente in cui la scelta del partner non è più solo scientifica, ma inevitabilmente politica. L’Italia a Bologna ospita Leonardo, uno dei supercomputer più potenti d’Europa (è cofinanziato dall’Ue), un’infrastruttura chiave per il calcolo ad alte prestazioni e l’intelligenza artificiale, che diventa di fatto un asset di politica estera, oltre che di politica della ricerca.
Tutto questo avviene in un contesto in cui il personale della ricerca si trova a dover «fare di più con meno»: il ritmo di crescita degli investimenti in ricerca e sviluppo rallenta, mentre i compiti affidati alla scienza aumentano. L’Italia fa eccezione solo in apparenza: nel 2023 la spesa complessiva in ricerca e sviluppo sul territorio ha raggiunto 29,4 miliardi di euro, con un incremento del 7,7% rispetto all’anno precedente, ma l’intensità rispetto al Pil resta ben al di sotto della media Ue. Persistono forti divari tra grandi e piccole imprese e tra regioni del Nord e del Mezzogiorno. Un sistema che accumula ritardi storici sugli investimenti strutturali riesce comunque a esprimere punte di eccellenza, soprattutto quando aggancia reti e programmi europei e internazionali. Probabilmente il segreto di questo sta nella qualità dell’istruzione universitaria, ancora (ma fino a quando?) elevatissima nel nostro Paese.
Per chi lavora nella ricerca, le trasformazioni in corso si traducono in un quotidiano diverso. Oltre a scrivere progetti e pubblicare articoli, a chi fa ricerca viene chiesto di gestire controlli di conformità alla sicurezza, clausole sui flussi di dati, vincoli d’uso sulle apparecchiature, nuove regole sugli scambi di personale con determinati Paesi. Valutare rischi e dialogare con i ministeri non solo per ottenere finanziamenti, ma per chiarire le condizioni della cooperazione internazionale. È una burocratizzazione che diventa un fardello. Chi scrive osserva l’emergere di una nuova figura di docente e ricercatore «conformista» non necessariamente eccellente sul piano scientifico, ma estremamente efficiente nel compilare moduli, allinearsi ai lessici del momento e intercettare fondi sovrapposti a transizione verde, inclusione, uguaglianza di genere. Si tratta di obiettivi legittimi, e molti non giudicano negativamente questa trasformazione che «cala il personale della scienza nella società civile» e consente alle università di attrarre risorse e rimanere competitive. Ma nel consolidamento di questo modello, il rischio è che il merito scientifico venga progressivamente subordinato alla capacità di aderire a priorità amministrative e narrative esterne alla ricerca per «fare squadra» con l’amministrazione e la politica. L’eccellenza richiede tempo libero per pensare e mal si concilia con lo stakanovismo burocratico.
Al di là di questi problemi che appesantiscono il quotidiano dei ricercatori, si apre un’altra faglia, più sottile ma non meno importante: quella tra diversi modi di intendere l’etica della ricerca e l’autonomia scientifica. All’interno del blocco occidentale, mentre gli Stati Uniti spingono sempre più verso una lettura della scienza come strumento di competizione con avversari sistemici, l’Europa fatica ad adottare il linguaggio della competizione strategica. Questa difficoltà viene spesso letta come un limite, ma potrebbe diventare un vantaggio se fosse tradotta in una visione politica coerente: noi europei non abbiamo bisogno di costruirci un nemico per giustificare gli investimenti in ricerca, ma possiamo farlo in nome di valori pubblici globali, del nostro mercato e dell’etica dei diritti che accompagna la nostra storia.
Resta un’ulteriore domanda di fondo: fino a che punto i migliori scienziati sono disposti ad accettare la «non neutralità» della scienza? Non si tratta di idealizzare un passato in cui la ricerca sarebbe stata totalmente separata dalla politica – forse non lo è mai stata completamente, o lo è stata per un periodo molto breve. Ma la forza della scienza sta anche nella sua capacità di funzionare come infrastruttura globale per la conoscenza, pur in mezzo a interessi nazionali che si confrontano e si scontrano. Portare la sicurezza dentro la politica della scienza sembra ai più inevitabile; farlo senza trasformare i laboratori in strumenti di strategia geopolitica è la sfida dei prossimi anni.
Per l’Italia questa sfida significa muoversi su due piani. Da un lato, usare con intelligenza le leve della politica scientifica per tutelare i vantaggi della cooperazione: partecipazione piena e neutrale alle collaborazioni, valorizzazione dei risultati più visibili (come il posizionamento nelle pubblicazioni più citate), attrazione di talenti stranieri, oggi ancora troppo pochi (il nostro Paese è agli ultimi posti nel confronto entrate/uscite). Dall’altro, difendere un alto livello di apertura della ricerca, senza farsi appiattire sull’aderenza a un blocco (almeno fino a quando questo non sarà un blocco europeo) e continuando a investire, anche in chiave europea, in alcune capacità scientifiche e tecnologiche critiche: dal calcolo ad alte prestazioni alla medicina molecolare, dalla fisica di frontiera alle tecnologie per l’energia pulita. Vale qui ricordare che i tempi per una scienza davvero europea non saranno vicini finché l’impegno dei vari Paesi sarà disomogeneo così come lo è oggi. In una lettera al «Corriere» del 12 aprile scorso, Ugo Amaldi, Roberto Antonelli, Carlo Doglioni, Luciano Maiani e Giorgio Parisi hanno lanciato un appello a governo e commissione europea per ridurre il divario negli investimenti in ricerca pubblica in relazione al Pil, che vedono oggi, secondo i dati elaborati dagli autori della lettera stessa, una disparità inaccettabile: un fattore sei tra i Paesi più virtuosi come la Germania e gli ultimi come la Romania.
La scienza è uno dei terreni su cui si misurerà la capacità delle democrazie, l’Italia e le democrazie europee in primis, di governare la complessità senza rinunciare ai propri valori. Se la geopolitica mondiale ha fatto irruzione nei nostri laboratori, il modo in cui sapremo rispondere deciderà quale tipo di società costruiremo per affrontare la competizione scientifica e, in generale, culturale.