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 2026  gennaio 04 Domenica calendario

100 Monet

Nel 2026 degli anniversari (i 150 della nascita di Constantin Brancusi e di Filippo Tommaso Marinetti, i 130 della nascita e 70 della morte di Filippo de Pisis) Claude Monet, con il centenario della morte (5 dicembre 1926), entra a gamba tesa, sull’onda di un altro anniversario, quello dell’Impressionismo, movimento indissolubilmente legato a Monet e al suo Impressione, levar del sole (1873) che dell’Impressionismo è il dipinto-manifesto. Monet è una presenza costante nell’immaginario collettivo, in virtù delle sue oltre duemila opere sparse nei musei e nelle collezioni di tutto il mondo. In realtà sarebbero in totale 2.600 le opere realizzate dall’artista che, di fatto, era anche il più severo critico di sé stesso, così critico da distruggere tutte quelle che trovava insufficienti: nel 1908, una sua mostra a Parigi dovette essere rinviata dopo che Monet aveva sfoderato un coltello contro almeno 15 Ninfee. E molte sono state le opere eliminate o quantomeno rielaborate dopo gli interventi agli occhi: «Monet attaccava le sue tele quando era arrabbiato – ricordava un suo amico carissimo, l’ex primo ministro francese Georges Clemenceau —. La sua rabbia nasceva dall’insoddisfazione verso il suo lavoro. Monet distruggeva tele alla ricerca della perfezione».
Maestro da 110,7 milioni di dollari (pagati nel maggio 2019 da Sotheby’s a New York per uno dei Covoni datato 1870) Claude Monet ha incarnato l’anima moderna del XX secolo, una modernità (come scrisse più volte nelle Lettere) fatta di luce, di visioni e di colori che passano attraverso il cuore e non attraverso gli occhi, di una natura in costante trasformazione. Un genio innovatore capace di attraversare indenne persino le insidie del grande schermo: una versione delle Ninfee compare nella collezione delle ricca ereditiera Rose DeWitt Bukater-Kate Winslet nel Titanic di James Cameron dove Jack Dawson-Leonardo DiCaprio è un pittore di nudi che ammira Monet (sempre Monet è protagonista anche del recentissimo I colori del tempo di Cédric Klapisch). Un’icona che oltrepassa i comuni confini del tempo in virtù della sua continua lotta (esistenziale) contro la depressione come della sua scelta (artistica) di una serialità di soggetti – i covoni, le ninfee – che ha conquistato il Pop come il minimalismo.
Secondo figlio di Claude Adolphe Monet, un droghiere (ex marinaio) che lo avrebbe sempre considerato poco più di un fallito, e di Louise-Justine Aubrée (con la madre il rapporto sarebbe stato invece strettissimo), Claude nasce a Parigi il 14 novembre 1840 ma cresce a Le Havre, in Normandia: «Ero un ragazzo indisciplinato, anche nella mia infanzia odiavo obbedire alle regole. Vivevo la scuola come una prigione». A 15 anni Monet si era già fatto un nome con le caricature a carboncino, vendute a 10-20 franchi e firmate «O. Monet» (il suo nome di battesimo è Oscar; Claude è il secondo nome). Nel 1856 incontra Eugène Boudin (1824-1898), famoso per i dipinti delle località balneari sulla Manica: sarà lui a insegnare a Monet le tecniche di quella pittura en plein air che diventerà un tratto distintivo del movimento impressionista («Se sono pittore, è merito di Boudin»).
Nel 1861, all’età di vent’anni, Monet viene chiamato in servizio nel Primo Reggimento dei Cacciatori d’Africa, di stanza ad Algeri. Suo padre si rifiuta di acquistare l’esenzione di 2.500 franchi dal servizio di leva quando Claude (a sua volta) si rifiuta di abbandonare la pittura. Monet resterà ad Algeri fino a quando – complici il tifo, la rovinosa caduta da un mulo e l’intervento di una zia – non rientra in Francia per riprendere a studiare seriamente arte («Le impressioni di luce e colore che ricevetti lì contenevano il germe delle mie future ricerche»).
A ventidue anni entra nello studio parigino del pittore storico-accademico Charles Gleyre (tra i suoi compagni di corso ci sono Auguste Renoir, Frédéric Bazille e altri futuri impressionisti). Il successo è però modesto. Nonostante nel 1865 due sue opere vengano esposte al «Salone ufficiale», nel 1867 le difficoltà finanziarie costringono Monet a tornare dalla famiglia a Le Havre, lasciando la compagna, Camille-Léonie Doncieux, incinta a Parigi, dove nascerà il loro primo figlio Jean (nel 1868 tenterà persino di annegarsi nella Senna). La coppia si sposa nel 1870 e poco dopo, a seguito della guerra franco-prussiana, partono per Londra, dove Monet incontra Paul Durand-Ruel, che sarebbe diventato il suo gallerista. Al ritorno in Francia, alla fine del 1871, Monet e la sua famiglia si stabiliscono ad Argenteuil (al rientro Monet acquista una barca che diventerà il suo studio, un modo per osservare da vicino la Senna e dipingere magari in compagnia del fraterno amico Édouard Manet).
Nel 1874, dopo aver dato vita alla Société Anonyme des Artistes, Monet presenta Impressione, levar del sole alla prima mostra di questo gruppo di artisti fino ad allora escluso dai circuiti ufficiali e dal sistema del «Salone», nello studio parigino del fotografo Nadar, al 35 di boulevard des Capucines. Il dipinto suscita scalpore, diventando il manifesto di un movimento che cambierà la storia dell’arte. Nel 1878, con le difficoltà finanziarie incombenti e la moglie gravemente malata, i Monet decidono di instaurare a Vétheuil un ménage domestico non convenzionale con la famiglia dell’ex mecenate Ernest Hoschedé e della moglie Alice. Dopo la morte di Camille, Monet e Alice Hoschedé continueranno a vivere insieme, aspettando che Ernest muoia per sposarsi nel 1892. Alice era talmente gelosa di Camille da pretendere che Monet distruggesse le fotografie, le lettere e i ricordi della prima moglie. Monet e Hoschedé vivranno con i loro otto figli: i due di Camille e Claude (Jean e Michel) e i sei di Alice ed Ernest (Blanche, Germaine, Suzanne, Marthe, Jean-Pierre, Jacques). Più tardi Blanche, anch’essa pittrice e favorita del patrigno, sposerà il fratellastro Jean (che muore nel 1914, tre anni dopo Alice).
Monet continuerà a esporre con gli impressionisti in modo irregolare, scegliendo anche di mostrare le sue opere al «Salone ufficiale» nel 1880, in un’esposizione personale alla Galerie Durand-Ruel di Parigi nel 1883, e in diverse delle «Expositions Internationales de Peinture» di Georges Petit. Nel 1889, proprio la galleria di Petit organizzerà con successo la prima grande retrospettiva dedicata a Monet con 145 dipinti. Con gli anni Novanta dell’Ottocento Monet raggiunge finalmente una stabilità finanziaria tale da poter acquistare casa a Giverny, a cui aggiungerà un giardino e uno stagno di ninfee (realizzato deviando un corso d’acqua) con relativo ponte giapponese (attento paesaggista, Monet scriveva quotidianamente istruzioni ai suoi sei giardinieri).
È strano pensare che quelle Ninfee – simbolo universalmente riconosciuto di Monet – siano legate a un banale problema di salute. Nel 1912 all’artista viene diagnosticata una cataratta bilaterale, patologia che assorbe la luce, desatura i colori e «rende» il mondo più rossastro e giallo: a causa dei cambiamenti percettivi provocati dalla cataratta i dipinti di ninfee e salici in quel periodo diventano più astratti, con un importante spostamento di colore dalla gamma blu-verde alle tonalità più opache di gialli, rosa e rossi, uno spostamento cromatico che porterà Monet a realizzare dipinti oggi considerati di rottura, in bilico tra Impressionismo e astrazione. Nel 1923, Monet si sottopone a un intervento chirurgico, ma solo all’occhio destro, che potrà così vedere il viola e il blu «impediti» all’occhio sinistro. Una discrepanza che lo porterà a percepire e dipingere uno spettro di colori generalmente invisibile all’occhio umano.
Tutto questo si tradurrà nelle Grandes-Décorations, la serie di monumentali ninfee che lo impegnerà fino alla morte, serie poi donata allo Stato francese e collocata in un’unica sala del Musée de l’Orangerie a Parigi nel 1927, pochi mesi dopo la morte per un cancro ai polmoni il 5 dicembre 1926. Quando l’amico Clemenceau vede il sudario nero destinato alla bara di Claude, che sui colori aveva costruito il suo universo, si precipita a sostituirlo con un drappo floreale, esclamando: «No, niente nero per Monet!». Come dargli torto?