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 2026  gennaio 02 Venerdì calendario

Intervista ad Alessandro Siani

Alessandro Siani, mezzo secolo compiuto da qualche mese. Dicono che i 50 siano i nuovi 30.
«A me a volte sembrano i nuovi 75. Soprattutto di mattina».
Come li affronta? Tai Chi? Digiuno intermittente? Mezz’ora di camminata veloce?
«Ho brevettato la camminata intermittente. Inizio. E mi fermo quasi subito».
Cosa cambia a 50 anni?
«Le partite di calcetto. Prima c’era uno che veniva meno e dovevi pensare come sostituirlo. Adesso vengono meno in quattro e non si gioca più».
Campetti vuoti, sale piene. Il suo nuovo spettacolo ha innumerevoli sold out consecutivi. Quasi quaranta date a Napoli, poi in Italia e in Europa. Lo ha intitolato “Fake news”.
«Sono partito da un gioco di parole: il telefono ci ha preso la mano. Siamo convinti di guardarlo e invece è lui che guarda noi. È tutto alla rovescia».
Si dedica alla disinformazione ma non ha profili social. Che ne sono il contenitore.

«Mai avuti. Per preparare lo spettacolo mi sono messo a studiarli. Come si fa per un film ambientato in un periodo o in un luogo che non conosci. E sono andato alle origini delle fake news. Dal millennium bug alla profezia dei Maya. Senza parlare di Nostradamus…».
Parliamone.
«Tra 400 anni i mari sommergeranno le città! E vabbè, Nostradà... noi al limite prenotiamo a Roccaraso».
Definisca le fake news.
«E che è, l’interrogazione? Sono inganni. E gli inganni sono parenti delle truffe. Come quelle telefoniche. Apriamo anche questo capitolo?».
Apriamolo.
«Ma dico io: tu non rispondi neanche a tua sorella che vive a Quarto o a Giugliano e poi ti chiamano con il prefisso della Transilvania e rispondi? E chi ti credi che ti sta cercando, il conte Dracula?».
Ci sono anche fake news che la riguardano personalmente?
«Sono quelle che mi hanno fatto pensare a mettere in piedi questo spettacolo».

Ne racconti una.
«Basta aprire Wikipedia secondo cui mia mamma è Maria Pia Carsana che con tutto il bene non so chi sia. E soprattutto sarebbe di origini lombarde.
Cioè a Fuorigrotta, il quartiere di Napoli in cui sono cresciuto, tutti mangiavano le graffe e io: “No guagliù, ho l’ossobuco”».
L’interesse per le fake news, il suo cognome d’arte dedicato a Giancarlo, cronista ucciso dalla camorra. Ha mai pensato di fare il giornalista?
«Mi interessa la cronaca, capire l’attualità. Ho fatto anche qualche esame a Scienze politiche. Ma nei sogni di bambino fare il giornalista non c’era».
E cosa voleva diventare il piccolo Alessandro?
«Volevo fare per sempre quello che facevo a Natale, quando invece di leggere la letterina, imitavo i parenti».
Della sua vita privata è molto geloso.
«E così sia».
Vive ancora a Napoli?
«Sono cittadino onorario dell’autogrill. Ma sì, vivo a Napoli. E anche se sono sempre in giro, ci torno appena posso».

Chissà i fan che la fermano per strada.
«Come no. Per chiedermi il numero di telefono di De Martino».

Gli amici che frequenta sono quelli di sempre?
«Non potrei cambiarli. Negli anni ho incluso nel giro stretto di amicizie Gigi D’Alessio. E ultimamente Geolier».
Mai avuto la tentazione del teatro “accademico”?
«No e dipende da come ho iniziato. L’ho anche studiato ma sin da subito la cosa che ha colpito il pubblico è stata la mia modalità di fare spettacolo con un linguaggio molto urbano. Mi sono concentrato su quello e sulla sensazione che fosse molto importante regalare un sorriso alle persone. Il mondo a volte è così brutto che un sorriso diventa una cura».
E ridendo si riflette.
«Soprattutto se riusciamo a smontare le nostre nevrosi. Tipo quella del dottor Google. Mi fa male la testa, vado su internet, cerco i sintomi e scopro di essere morto da nove mesi. Affidiamoci ai professionisti, non facciamo tutto da soli».
Scrive i suoi spettacoli da solo?
«Gli ultimi sì. Ma il teatro e il cinema sono sempre lavori di gruppo».
Prima di andare in scena ha dei riti?
«Sbircio il pubblico. E ci sono delle cose che ripeto se lo spettacolo del giorno prima ha funzionato. E non chiedetemi quali sono perché ovviamente non ve le dico».
Il successo le ha mai dato alla testa?
«Non può accadere. Non mi interessa essere il re della commedia o il re del cabaret o il re del botteghino. A me va bene anche essere il numero due, il quattro o il cinque. È meglio».
In che senso?
«I re sono sempre caduti. E allora è meglio abdicare sin da subito in favore del popolo».
E “popolare” per lei non è un’offesa.
«È una benedizione».