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 2026  gennaio 02 Venerdì calendario

Elon Musk per il 2025 aveva promesso cinque cose: non se n’è realizzata neanche una

Il 2025 è stato un anno formidabile per Elon Musk. O almeno per il suo patrimonio, che ormai vale più di alcune grandi aziende e più dell’economia di diversi Paesi mondiali. Secondo la Real-Time Billionaires List di Forbes, al 31 dicembre il magnate sudafricano è seduto su una fortuna che vale 726,3 miliardi di dollari. All’incirca quanto i tre mega-miliardari che seguono nelle classifica di Forbes, messi insieme: il cofondatore di Google, Larry Page (256,9 miliardi di dollari), il presidente di Oracle Larry Ellison (245 miliardi) e Jeff Bezos di Amazon (242,2 miliardi di dollari). 
Ma il 2025 per Musk era anche un anno di grandi promesse, che qualcuno si è preso la briga di verificare. A vedere i risultati, i più benevoli con il proprietario di Tesla potrebbero definirlo un inguaribile ottimista. I più critici, semplicemente, un venditore di fumo. Perché i dodici mesi appena trascorsi hanno raccontato una storia fatta di grandi entusiasmi e di risultati ben più modesti, un copione che ormai sembra ripetersi con preoccupante regolarità nelle imprese (molte delle quali reali e tangibili, va detto) del visionario sudafricano.
Prima promessa: partiamo dalla più ambiziosa e capace di far sognare chiunque abbia un minimo afflato per l’espansione dell’uomo nell’universo là fuori. Parliamo di Marte, ovviamente, il sogno rosso che ha alimentato l’immaginario di SpaceX fin dalla sua nascita. 
Già nel 2011, in un’intervista al Wall Street Journal, Musk promise di portare un uomo su Marte «tra 10 anni». Nel 2016, alla conferenza Code 2016 di Recode, il miliardario sudafricano spostò l’obiettivo più in là: «Se le cose andranno secondo i piani, dovremmo essere in grado di lanciare persone probabilmente nel 2024 con l’arrivo nel 2025». Il 2025 è finito e, no, non siamo su Marte. Nessun essere umano è nemmeno lontanamente vicino al pianeta rosso. Certo, i voli di prova di Starship hanno segnato progressi importanti, ma gli esperti del settore sono unanimi: mancano ancora tasselli fondamentali (come il rifornimento in orbita e i sistemi di supporto vitale) per viaggi così estremi.
Tornando sulla Terra, la promessa dei robotaxi Tesla si è rivelata altrettanto sfuggente. Agli investitori era stato garantito che entro fine anno «metà degli americani» avrebbe avuto accesso a questa rivoluzionaria rete di trasporto autonomo. La realtà? Il servizio per ora è limitato a Austin, Texas. Anzi, neppure in tutta l’area metropolitana. E nonostante gli annunci roboanti su corse «completamente non presidiate», i conducenti di sicurezza in carne e ossa restano saldamente al loro posto, richiesti sia dalle autorità che dai protocolli interni di sicurezza. 
Una certa quota di veicoli pubblici a guida autonoma esiste davvero negli Stati Uniti, e si allarga a un numero sempre maggiore di città, anche verso l’Europa (Londra), il Medio Oriente e la Cina. Ma per opera di Waymo (Google) e di alcune compagnie cinesi.
Sul fronte dell’intelligenza artificiale, attraverso xAI, Musk aveva dipinto il 2025 come l’anno dell’Agi, l’intelligenza generale artificiale capace di ragionare come un essere umano. Col passare dei mesi, però, questo traguardo si è trasformato in un altro bersaglio sfuggente, rimandato ai «prossimi anni» con crescente vaghezza. I ricercatori del settore hanno fatto notare che ammassare potenza di calcolo non basta: i modelli attuali continuano a mostrare fragilità imbarazzanti e quella tendenza alle «allucinazioni» che mina ogni pretesa di affidabilità per lavori realemente complessi e di livello «umano».
Con Tesla, Musk ha creato negli anni e sostanzialmente fin dall’inizio una vera e propria «hype machine», facendo dell’azienda una delle più valutate in Borsa al mondo. Ma la storia della seconda generazione di Tesla Roadster è diventata un caso emblematico di ritardi reiterati.. La La Roadster 2G era stata svelata nel novembre 2017 con promessa di produzione entro il 2020. Musk ha successivamente indicato il 2021 («entro 12-18 mesi» in una call del luglio 2020), poi il 2022, il 2023, il 2024 e infine il 2025, senza mai avviare la produzione. A fine ottobre 2025 Sam Altman ha pubblicamente lamentato di aver versato un deposito nel 2018 e di non riuscire nemmeno a ottenere rimborso (Musk ha replicato che il problema è stato risolto in 24 ore). Pochi giorni dopo, nel podcast di Joe Rogan, Musk ha promesso una demo «indimenticabile» entro fine anno e alluso a tecnologie «da auto volante» senza confermare dettagli. Tuttavia, al meeting degli azionisti di novembre 2025, Tesla ha nuovamente rinviato il lancio al 1° aprile 2026 e la produzione al 2027.
E infine c’è il capitolo governativo, forse il più controverso (insieme al saluto romano). Nel suo ruolo quasi-istituzionale al DOGE, Musk aveva giurato di eliminare 2 trilioni di dollari di sprechi federali. Il risultato? Secondo diverse analisi indipendenti, che hanno provato a scavare dietro all’operato opaco dell’organizzazione messa in piedi e poi abbandonata dal ceo di Tesla e SpaceX, la spesa pubblica è  persino paradossalmente aumentata durante il suo mandato, e molti dei tagli promessi si sono dissolti nel nulla o, peggio ancora, hanno innescato crisi umanitarie come quella dei programmi Usaid.