Corriere della Sera, 2 gennaio 2026
Kirsty Coventry: «L’Italia sarà d’esempio per i Giochi futuri»
Signora presidente o presidente?
«Solo Kirsty».
Kirsty Coventry, 42 anni, zimbabwese di Harare, due volte campionessa olimpica nei 200 dorso, già ministro della Gioventù e dello Sport del governo Mnangagwa, è leader del Comitato olimpico internazionale (Cio), l’organizzazione non governativa fondata nel 1894 dal barone Pierre De Coubertin, prima donna in 132 anni di storia, da 193 giorni. Alla vigilia di Milano-Cortina 2026, l’Olimpiade italiana che scatterà il 6 febbraio con una doppia cerimonia d’inaugurazione, al Corriere della Sera racconta la sua visione dello sport e dei Giochi.
Da Torino 2006 a Milano Cortina 2026 passando attraverso Canada, Russia e Asia. L’Italia torna ad ospitare neve e ghiaccio sotto gli occhi del mondo: perché è importante che, alla fine di un viaggio durato vent’anni, i Giochi invernali tornino al centro dell’Europa?
«Ricordate l’atmosfera incredibile di Parigi 2024? Ecco, in Italia, tra un mese, mi aspetto qualcosa di simile. Voi italiani mettete una passione unica nello sport e le vostre montagne saranno un fondale bellissimo. Le discipline invernali sono nate sulle vette europee. Sarà un’edizione olimpica da cui imparare molto».
Cosa, in particolare? L’Olimpiade diffusa è inedita e presenta varie criticità.
«Entriamo in una fase diversa: la nuova normalità è quella dei Giochi sparsi sul territorio. I dati che raccoglieremo in Italia, sentendo gli stakeholder, ci indirizzeranno per il futuro. Se ci saranno da apportare correzioni, naturalmente, lo faremo».
Due città, Milano e Cortina, due cerimonie, due bracieri. Il budget cresce. Ci si poteva limitare all’inaugurazione di San Siro?
«Il Comitato organizzatore, in questo, ha avuto libertà assoluta. Dal mio punto di vista, io sono grata che ci sia una cerimonia per gli atleti anche a Cortina: più piccola, con costi contenuti, ma in grado di far partecipare tutti alla grande festa, sapendo che il cuore dell’inaugurazione sarà Milano. Come ex atleta, dico: è importante che lo spirito olimpico lo vivano tutti. È nel diritto dell’Italia decidere come proporre al mondo i propri simboli e la propria cultura».
Per la spinosa questione del bob, il Cio aveva avallato una soluzione estera ma il Governo italiano ha insistito che restasse a Cortina, riportando in attività la pista olimpica Eugenio Monti. Altri costi lievitati, centinaia di alberi abbattuti. La fierezza di una Nazione vale l’extrabudget e l’aggressione del territorio?
«Il Cio aveva chiesto che non fosse costruito un impianto nuovo. Vale come raccomandazione, poi il Paese ha il diritto di muoversi come vuole. La pista Monti sarà una delle eredità dell’Olimpiade. I test event dimostrano che si è lavorato bene».
È vero che l’idea dei quattro portabandiera chiesti dall’Italia (Federico Pellegrino e Arianna Fontana a Milano, Amos Mosaner e Federica Brignone a Cortina) ha colto il Cio un po’ di sorpresa?
«Non direi. La nostra richiesta era la parità di genere introdotta a Tokyo 2020: un uomo e una donna. Due alfieri a Milano e due a Cortina ci sono parsi una buona idea. Più atleti vengono coinvolti, meglio è. Io sono stata portabandiera dello Zimbabwe due volte: è un’esperienza che ricordo con enorme orgoglio».
L’orgoglio, ecco. Cosa significa rappresentare il proprio Paese? È spiegabile, a parole?
«Avevo nove anni quando dissi ai miei genitori che il mio sogno era vincere un oro olimpico. All’epoca non avevo idea di quanto lavoro avrebbe richiesto: gli alti e bassi, i sacrifici, gli allenamenti… Nel 2004, ad Atene, quando mi ritrovai sul podio mentre suonava l’inno, fu un momento surreale e specialissimo. Fu il raggiungimento dell’obiettivo della vita: ricordo la sensazione del tocco della mano per prima nella finale dei 200 dorso, e il senso di sollievo. Ogni Olimpiade a cui ho partecipato è stata una specie di magia. La ghirlanda che mi misero in testa, la piscina esterna (ad Atene fu l’ultima volta ai Giochi del nuoto all’aperto), l’aria calda sul volto quando riemergevo dalla bracciata, il tifo... Atene per me fu tutto questo. E molto di più. Emozioni che è difficile tradurre in parole».
Dove tiene le medaglie?
«Ciascuna infilata e avvolta dentro una morbida calza, perché non si rovini, in una cassetta di sicurezza. Stiamo pensando di esporle in una vetrinetta del museo olimpico di Losanna».
Decimo presidente, prima donna e prima africana, dal 1894. Alla fine del suo mandato, quale vorrebbe fosse il suo contributo al processo di emancipazione delle donne?
«Questo è un ruolo che, al di là del genere sessuale, implica grandi responsabilità e pressione. Il mio primo pensiero è non deludere. Il secondo è ispirare: la futura generazione di dirigenti sportive, ma non solo. Ho due figlie che rappresentano il mio costante promemoria: le decisioni che prendo ogni giorno spero che aprano nuove possibilità anche a loro. Il nuovo presidente del Cio è un brav’uomo, ha chiesto la figlia dodicenne di un mio collaboratore, mentre la metteva a letto. Non era scontato che venissi eletta. Per una dodicenne, anzi, era normale che, seduto al mio posto, ci fosse un uomo. C’è ancora tanto da fare, moltissime opportunità rimangono da creare. Insomma, ogni volta che mi cullo al pensiero della posizione speciale in cui mi trovo, ripiombo nella responsabilità che il mio mandato implica».
Quanto è stufa di sentirsi fare le solite domande-cliché, quelle che agli uomini sono risparmiate? Tipo: come si concilia il ruolo di leader con quello di madre?
«Quando me lo chiedono, sorrido. E rispondo: ma a Thomas Bach, che mi ha preceduto, l’avete mai domandato? È una tassa da pagare, credo. E allora, a chi insiste a volerlo sapere, dico che ho un marito meraviglioso che mi supporta con zero ego, che ama occuparsi delle nostre ragazze, che spesso lavora da casa e che non si sente sminuito se deve cambiare la sua agenda per venire incontro alla mia. Le quote rosa non mi piacciono: le persone vanno scelte per i ruoli di responsabilità se sono brave, non se sono donne. Ok, ho rotto un soffitto di cristallo ma nel corso del mandato vorrei farmi conoscere meglio come persona e dimostrare ciò di cui sono capace».
Quali sono i suoi modelli di riferimento?
«I miei genitori, Robert e Lyn. Mia nonna rimasta orfana da piccola: donna forte e indipendente, a cui mi ispiro. Da nuotatrice, quando arrivai negli Stati Uniti alla Auburn University dell’Alabama, il mio coach, Kim Brackin, era una donna. Suo marito fu assegnato a una missione in Afghanistan e poi in Iraq, lei rimase a casa con due bambini piccoli: la prima lezione su come bilanciare vita privata e lavoro la imparai da Kim, per osservazione. A quel tempo compresi che, volendolo, tutto è possibile. Una chiave è la qualità del tempo che si passa in famiglia: io mi sforzo di mettere da parte cellulare e computer, per essere presente per mio marito e le mie figlie».
Quali talenti che ha allenato da atleta le sono utili, oggi, alla presidenza del Cio?
«Beh intanto sono molto competitiva: detesto perdere. L’etica del lavoro l’ho coltivata per tutta la carriera in piscina, come la capacità di rimettermi in piedi dopo una sconfitta. Accetto le critiche: l’ho sempre fatto con i miei coach. E non mi hanno sempre detto cose carine. Essere stata atleta, poi, mi ha fatto capire l’importanza della squadra: da soli, non si va da nessuna parte. Non sono esperta di tutto ma so di poter contare sui massimi specialisti di ogni settore, e non mi vergogno di chiedere».
A tal proposito: sulla delicatissima questione della partecipazione alle gare di transgender, intersex e atleti Dsd, il Cio sembra cercare soluzioni solo al suo interno, senza ascoltare l’autorevole parere della comunità scientifica internazionale. Perché?
«Abbiamo creato commissioni che stanno facendo un ottimo lavoro su tutti i fronti, medico e scientifico. Abbiamo bisogno di un po’ di tempo per completare i rapporti. L’obiettivo è creare consenso tra Federazioni e stakeholder senza mai perdere il filo conduttore dell’imparzialità e della tutela degli atleti. Spero che nel giro di qualche mese avremo interessanti novità da condividere».
Il 19 novembre scorso l’assemblea generale delle Nazioni Unite ha adottato la risoluzione sulla tregua olimpica per Milano-Cortina: crede verrà rispettata? Ha un canale di comunicazione aperto con i presidenti Putin e Netanyahu?
«Il canale è aperto con i Comitati olimpici di Russia e Israele».
Se si raggiungesse una qualche forma di pace tra Russia e Ucraina, la partecipazione degli atleti di Putin potrebbe essere piena?
«A questo punto, nulla cambierebbe sulla decisione già presa: atleti neutrali a titolo individuale».
Chi vincerà la sfida tra continenti per ospitare l’Olimpiade estiva, secondo lei: l’Africa che quest’anno organizza gli Youth Olympic Games in Senegal o l’India?
«Le commissioni Cio ci stanno lavorando. Vorremmo revisionare il processo di candidatura ai Giochi: deve diventare ancora più inclusivo e trasparente. Parliamo del 2036 e oltre: fino a Brisbane 2032 (estivi) e Salt Lake City 2034 (invernali), i Giochi sono assegnati. Riceviamo interesse da molte diverse regioni del mondo, che vorrebbero approfittare del potere dello sport di cambiare le cose».
Speriamo che l’Italia esca migliore dall’Olimpiade che sta per cominciare. Una curiosità: come si sposterà tra i siti dei Giochi italiani diffusi, tra otto località, tre regioni, in un’area di circa 22 mila km quadrati? Avrà un elicottero presidenziale con i cinque cerchi sulle pale?
(ride) «Nooo, nessun elicottero. Mi muoverò con un van dell’organizzazione, su strada, come tutti».
In bocca al lupo, Kirsty.