Questo sito utilizza cookies tecnici (propri e di terze parti) come anche cookie di profilazione (di terze parti) sia per proprie necessità funzionali, sia per inviarti messaggi pubblicitari in linea con tue preferenze. Per saperne di più o per negare il consenso all'uso dei cookie di profilazione clicca qui. Scorrendo questa pagina, cliccando su un link o proseguendo la navigazione in altra maniera, acconsenti all'uso dei cookie Ok, accetto

 2026  gennaio 02 Venerdì calendario

Un’invisibile quercia americana

Un gomitolo di concause ha fatto sì che uno dei più grandi scrittori americani del Ventesimo secolo (che ha fatto in tempo a pubblicare due dei suoi libri più importanti nel Ventunesimo, all’età rispettivamente di 81 e 87 anni) sia attualmente poco considerato in patria. Merita gratitudine Lance Richardson – giornalista, scrittore e professore universitario a Bennington: il college di Bret Easton Ellis, Donna Tartt e Jonathan Lethem – per il decennio di lavoro certosino che ha portato ora alla pubblicazione di True Nature. The Pilgrimage of Peter Matthiessen (Pantheon) e che cerca di chiarire questo mistero.
Peter Matthiessen (1927-2014) è una delle figure più enigmatiche della letteratura americana: «Una contraddizione ambulante, in parte realtà e in parte fiction» prendendo in prestito la definizione che Kris Kristofferson diede dell’amico Johnny Cash, altro uomo estremamente complicato. Matthiessen era bellissimo (la copertina della biografia di Richardson ce lo mostra al suo meglio, lo sguardo enigmatico da attore della Hollywood in bianco e nero), ricco, di ottima famiglia, la laurea a Yale e l’emigrazione a Parigi nel dopoguerra per sciacquare i panni letterari nella Senna e fondare la «Paris Review» (con l’aiuto decisivo, si scoprì poi, della Cia), scrittore eclettico che passò dai racconti di viaggio con occhio da etnografo e stile cristallino (Il leopardo delle nevi, ultima edizione italiana da Beat, Meridiano blu sugli squali bianchi, uscito da Sperling & Kupfer, l’Africa di An African Trilogy e The Tree Where The Man Was Born) al giornalismo da attivista (Nello spirito di Cavallo Pazzo edito in Italia da Frassinelli e che costò milioni al suo editore americano per poi finire bandito per un decennio). Matthiessen, devoto ambientalista e maestro zen pacifista, era serenamente disposto ad ammettere nella prefazione al suo Cavallo Pazzo che fosse per lui irrilevante l’innocenza o la colpevolezza del nativo americano condannato per l’omicidio di due agenti Fbi al quale aveva dedicato il libro (era per lui irrilevante anche la montagna di parcelle legali, circa 5 milioni di dollari una volta calcolata l’inflazione, che il suo libro costò alla Viking).
Matthiessen è a oggi l’unico scrittore ad aver vinto il National Book Award sia per la narrativa sia per la saggistica, un record che difficilmente verrà battuto da altri. Amico dei grandi, da James Salter compagno di sbronze (Martini secchissimo) a William Styron col quale giocava a tennis, da George Plimpton a Jim Harrison, da Don DeLillo a John Irving a Joy Williams, E.L. Doctorow e lo storico Robert Caro.
Generoso mentore di giovani scrittori come Rick Bass, premiato in vita dai classici della Penguin pantheon della grande letteratura, Matthiessen resta però una figura inafferrabile, enigmatica anche per chi gli fu vicinissimo. «In tanti mi chiedono di presentare loro Matthiessen, ma non so mai chi incontreranno», diceva Salter che all’amico dedicò un formidabile ricordo sul «New Yorker» nel 2014, diventato un prezioso volumetto edito per pochissimi.
E fa impressione leggere Salter, uno degli scrittori in lingua inglese più eleganti del dopoguerra, che ammette: «Ero riluttante, non gli facevo leggere quello che stavo scrivendo. Avevo paura della sua disapprovazione, e troppo orgoglioso per chiedergli consiglio». Harrison, che lo adorava, diceva a tutti che l’amico Peter meritava il Nobel, eppure Matthiessen era capace di criticare con sorprendente durezza, come se nulla fosse, quel che di Harrison non gli piaceva.
Richardson descrive attentamente l’architettura emotiva, complicatissima, di uno dei massimi scrittori americani di saggistica che però si considerava più narratore (Giocando nei campi del Signore, tradotto da Frassinelli, Far Tortuga nel quale ricostruì la lingua perduta dei pescatori caraibici attraverso otto anni di lavoro maniacale tra etnologia e filologia e che fino alla fine considerò il suo libro più riuscito).
Richardson non batte ciglio davanti alle pecche del Matthiessen uomo, che ci riferisce da cronista: i compulsivi tradimenti ai danni delle mogli (fu uno straordinario tombeur de femmes), la tendenza a scomparire nel nulla per mesi in tempi nei quali non esistevano internet e i cellulari (cose che lasciavano perplessi gli amici: possiamo immaginare l’effetto su moglie e figli), l’incapacità di rivelarsi anche alle persone più vicine.
Matthiessen oggi è inviso all’accademia americana proprio a causa delle sue contraddizioni: ambientalista radicale quando non era ancora di moda, violentissimo critico dell’imperialismo e del colonialismo ma bianco, ricco, etero, di ottima famiglia con magione a Long Island, e quell’aiuto della Cia per la sua startup letteraria (non lo rivelò mai ai soci-amici, che scoprirono tutto vent’anni dopo sul «New York Times», noblesse oblige).
Negli anni della luminosa vecchiaia invece di dare segni di cedimento come certi suoi contemporanei, mise ordine nella trilogia sul fuorilegge Edgar «Bloody» Watson (1855-1910) – Uccidere Mister Watson (1990), tradotto da Frassinelli, Lost Man’s River (1997) e Bone By Bone (1999) – e la sintetizzò nel formidabile romanzo Shadow Country (2008): National Book Award per la narrativa e medaglia Howells. A 81 anni compiuti.
Scoperta al ritorno dall’ennesima spedizione sull’Himalaya una malattia incurabile, Matthiessen passò l’ultimo anno della sua vita lunghissima e straordinaria scrivendo nel suo piccolo capanno nel giardino di casa, incurante del progredire del male: ecco In Paradiso (e/o), riflessione su Auschwitz, la sua «morte di Ivan Il’ic» pubblicata negli Stati Uniti tre giorni dopo la sua scomparsa.
Matthiessen muore nel suo letto il 5 aprile 2014, circondato dalla famiglia che lo adorava nonostante tutto, la musica dell’amata Sinfonia concertante per violino e viola di Mozart nell’aria. Il ricordo del figlio Luke: «L’albero fuori dalla sua finestra si animò, decine di uccelli cantavano come una sola voce». Poi all’improvviso gli uccelli volarono via, e Peter Matthiessen morì. Alla moglie Maria, ancora una volta al suo fianco, l’ultima parola: «Una possente quercia è caduta».