Corriere della Sera, 2 gennaio 2026
Francesco Coppi: «Quando Fausto se ne andò di casa mia mamma soffrì moltissimo. Ma poi si è riavvicinata al fratello: le famiglie non sono più in guerra»
«Non ricordo con precisione l’età, ma avrò avuto sette o otto anni. Certamente era il 2 gennaio, il giorno dell’anniversario, perché al telegiornale passavano le immagini del funerale: la processione dietro al carro che sale la collina e il ricordo delle imprese in bianco e nero, le testimonianze dei gregari ancora in vita a colori. In un attimo realizzai che la persona di cui si parlava in tv era la stessa della foto sul comodino di mamma. Quando glielo dissi, mia madre rispose: quel signore è tuo nonno. Mi chiamo Francesco Bellocchio, figlio di Giovanni e di Marina Coppi, primogenita di Fausto, il Campionissimo. Sono il primo Coppi tornato a vivere a Castellania dove tutto era iniziato nel 1919».
Nei primi anni dell’Ottocento, nessuno sa di preciso quando, Teodoro Coppi, calzolaio o piuttosto ciabattino come molti suoi concittadini, scese nell’alessandrino dalle montagne di Quarna di Sotto, sulle Prealpi verbanesi, per cercare clienti che avessero bisogno di risuolare scarpe e scarponi. Bussando di porta in porta, si ritrovò a Castellania, collina isolata sulle rive dello Scrivia. Cosa Teodoro abbia trovato in quel minuscolo villaggio di contadini non è noto, probabilmente l’amore visto che decise di non tornare più in montagna, costruirci casa e mettere su famiglia. Nello spazio di tre generazioni, Angelo Coppi, nipote di Teodoro, mise al mondo cinque figli con una ragazza del villaggio, Angiolina Boveri. Il quarto era Angelo Fausto Coppi, nato il 15 settembre 1919, il Campionissimo per eccellenza della storia sportiva d’Italia.
Dove comincia la sua storia, Francesco?
«Da mia mamma Marina, figlia di Fausto, e da Bruna Ciampolini, mia nonna. Fausto e Bruna si incrociarono per caso nel 1940 mentre lui si allenava in Riviera, si fidanzarono subito per poi sposarsi nel novembre del 1945, pochi mesi dopo la fine della Guerra che aveva costretto nonno a due anni nei campi di prigionia inglesi in Algeria e Tunisia. Mamma nasce nel 1947, quando Coppi aveva già vinto due Giri d’Italia e raggiunto la fama. Con i primi soldi lui comprò una villa a Novi Ligure, quella che è ancora la casa di famiglia. Io sono del 1972 ma la mia storia in fondo comincia in quel momento, nel 1947».
Perché?
«Perché quando Fausto lasciò il paese natale cominciò la diaspora dei Coppi da Castellania. Nonno, come racconta mia madre, aveva scelto la bici per sfuggire alla fatica della campagna, a un lavoro che giudicava troppo pesante e senza prospettive di guadagno. Suo fratello Serse morì tragicamente in corsa nel 1951, gli eredi degli altri fratelli Livio, Dina e Maria si spostarono verso la città vendendo case e terreni per cercare una vita più agiata. E Castellania per i Coppi divenne solo terra della memoria e meta di pellegrinaggi: museo, mausoleo, casa natale».
Quella di Fausto Coppi non è solo la storia di un monumento dello sport ma anche uno scandalo che divise l’Italia.
«Nonno conobbe Giulia Occhini nel 1948 ma lasciò mia nonna e mia madre per andare a vivere con lei soltanto nel 1954. La vicenda, che creò enorme scalpore a quei tempi, in casa è stata sempre vissuta in silenzio e con discrezione».
Bruna Ciampolini è scomparsa nel 1979, lei l’ha avuto il tempo di conoscerla?
«Nel giardino di casa nonna aveva voluto l’orto e il pollaio che ricordavano a tutti noi le origini della famiglia. Era una donna energica e positiva come lo è mia madre: in 25 anni di separazione aveva elaborato il trauma».
Per anni e almeno fino al 1993 quando morì Giulia Occhini, la Dama Bianca, sui giornali si è sempre parlato della distanza e della freddezza tra i due rami della famiglia, quello considerato legittimo e quello invece della donna che aveva «rubato» Fausto a Bruna e con cui lei aveva avuto un figlio, Faustino.
«Di sicuro mamma e nonna hanno sofferto molto, sia per essere rimaste sole sia per il clamore della vicenda. In mia madre ho ammirato il percorso con cui ha ritrovato equilibrio e serenità e si è riavvicinata a suo fratello. Adesso con lui e i suoi figli i rapporti sono civili, la separazione aveva lasciato un segno profondo ma non c’è più motivo di farsi la guerra».
Cosa succede a Castellania dopo la morte di Fausto?
«Nonno credeva negli investimenti concreti, con i guadagni aveva comprato case, terreni e anche una grande cascina che si chiamava la Garibalda, a Tortona. Nella divisione dei beni alla sua morte, a mamma non toccarono i terreni: l’idea era di preservare una ragazza di tredici anni dalla fatica e dagli oneri di gestire la campagna. La terra venne a poco a poco venduta e ai cugini di nonno rimase poca roba».
E poi?
«Mio nonno realizzò subito qual era il suo destino: la bicicletta. Io, dopo una serie di esperienze e studi che non mi soddisfacevano, ho capito che il mio destino doveva essere raccogliere l’eredità della famiglia, ripartendo da ciò che Fausto aveva rifiutato: il lavoro dei campi. In casa c’era un’immagine di lui alla guida di un trattore che mi ha sempre affascinato e ispirato quasi più di quelle dove pedala».
Che campagna era quella di Castellania?
«Non quella ubertosa dell’Oltrepò ma nemmeno quella della malora di Fenoglio: una campagna bella, non facile da coltivare, che fino a quel momento aveva permesso a una trentina di famiglie di ricavare ciò che serviva loro per mangiare. Io volevo di più e cominciai a studiarla».
Come?
«Qui in cantina teniamo una foto di Fausto e suo fratello Serse che pigiano l’uva: è un’immagine familiare, gioiosa. Che queste colline fossero vocate alla vigna lo dicevano in molti ma nessuno ci aveva mai provato seriamente, se non per qualche damigiana da consumare in casa e forse per paura di sfigurare rispetto ai Colli Tortonesi dove stava emergendo il Timorasso, il vino bianco che ha reso celebre e ricca la zona».
E lei?
«E io ho studiato con l’aiuto indispensabile di mia moglie e di un ottimo enologo. Quando ho capito che si poteva fare, ho bussato casa per casa cercando di comprare particelle di terreno, scegliendo tra quelle che sembravano avere caratteristiche più favorevoli per Timorasso, Nebbiolo, Croatina e Barbera, le nostre uve. I campi sono marne e arenarie protette a mezza costa, respirano aria marina e hanno bisogno di poca acqua. Sceglierli è stato come comporre un puzzle, completato acquistando la casa-cantina vicina a quella in cui nacque nonno».
Da chi acquistò?
«In parte da lontani parenti, in parte da gente che non conoscevo, io che a Castellania ero stato pochissime volte. Mi presentavo con “Piacere, Bellocchio” ma quando scoprivano che ero il nipote di Fausto cambiava tutto: ho conosciuto anziani vignaioli che erano amici di Coppi e mi hanno regalato consigli preziosissimi».
Suo nonno Fausto era un fuoriclasse.
«Io non credo di esserlo, ma sono certo di aver ereditato qualcosa da lui: fare il vino bene, farlo con amore significa stare nei campi e in cantina tutti i giorni, tutto l’anno senza paura di faticare. È un allenamento duro, continuo, in cui rischi di cadere e fallire in ogni momento. E quando vinci, quando ti arrivano le annate e le bottiglie buone, sai che comunque dal giorno dopo ti devi rimettere in discussione partendo da zero».
Cos’altro l’accomuna a Fausto?
«Da ragazzo ho avuto il privilegio di frequentare i suoi gregari e in particolare Ettore Milano e Andrea Carrea, uomini meravigliosi. Gli erano sinceramente devoti perché lui li trattava come compagni di viaggio: anche nel vino funziona così, è un lavoro di squadra, da soli non si fa nulla».
La sua squadra?
«È la mia famiglia. La Cantina si chiama “Marina Coppi”, le etichette di punta “Fausto” e “Grand Fausto”, le braccia sui campi e in cantina sono le mie e quelle di mia moglie Anna, il futuro le nostre tre figlie. Abbiamo riportato i Coppi a Castellania – 70 abitanti in tutto – e alla terra, riunendo una famiglia che si era divisa in modo traumatico. Il nostro Giro d’Italia dura un anno intero, non sono previsti giorni di riposo, le salite da scalare sono tante ma io che certo non ho le gambe e i polmoni di Fausto ho la presunzione di pensare che nonno sarebbe orgoglioso di tutti noi»