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 2026  gennaio 02 Venerdì calendario

Il triste tramonto di Grillo. Amarezza, rabbia e accuse nel suo post per San Silvestro

«Italiani, siete in ferie con la social card, eh? Due parole inglesi per prendervi per il c..o in italiano», irrideva nel messaggio di fine anno edizione 2009, malignando contro la carta acquisti predisposta dal governo Berlusconi tra le misure anticrisi. La sera di San Silvestro del 2012, qualche settimana prima che vagonate di eletti grillini varcassero per la prima volta gli ingressi di Montecitorio e Palazzo Madama, era euforico: «Sarà speciale, sarà micidiale, sarà un anno indimenticabile. L’importante è esserci per cambiare l’Italia». Altri dodici mesi e sarebbe arrivato il turno della pacatezza suggeritagli dalla macchina della comunicazione del Movimento prima delle Europee. Pacatezza nei toni («Non ho detto neanche una parolaccia»), perché nella sostanza c’era nientemeno che l’ipotesi di un referendum sull’euro, «non è un tabù», «gli italiani dovranno decidere se adottarlo o meno», «il futuro può essere bellissimo ma dipende soprattutto da voi», «in alto i cuori, vinceremo noi».
Ecco, quel Beppe Grillo non esiste più. E il messaggio di fine anno che segna il suo passaggio dal 2025 al 2026 è la negazione in termini del futuro bellissimo, dei cuori in alto, del vinceremo noi. Non esiste una versione televisiva, com’era ai tempi in cui il «messaggio all’umanità» veniva trasmesso sul satellite da Telepiù, fine anni Novanta; non c’è neanche nella versione su YouTube. È tutto scritto, sul suo blog, perché il comico non appare più.
«Il mio tempo non è ancora venuto, io sono postumo. Resto qui, a guardare e a pensare... In silenzio, perché è la forma più elevata di presenza», è il modo in cui lo conclude. Nelle righe precedenti c’è un distillato di malinconia senza fine («Mi sento in uno stato in cui non esiste noia, tristezza, né dolore fisico e morale. Un bozzolo dalle dimensioni infinite»), di amarezza personale («Questo è stato un anno di sottrazione, che ha tolto più di quanto abbia dato. Ha tolto senso alle parole, voglia di spiegare»), di impotenza politica («E la politica continua a recitare, cambiano le sigle, i simboli, gli accordi, e le facce sono sempre le stesse, che come zombie si trascinano con la scorta tra i palazzi»), di rabbia. Come nel passaggio sulla giustizia, in cui è facile leggere una risposta alla condanna in primo grado del figlio Ciro («Quella parola solenne agitata da tutti come una bandiera e usata come una clava»), che qualcuno tra i suoi ex fedelissimi immagina come l’antipasto di un Sì al referendum sulla riforma della giustizia del governo Meloni che avrebbe del clamoroso, visti i pregressi.
Ma questo è il futuro. Il presente di Grillo sembra triste, solitario y final come la parabola decrescente di certe star hollywoodiane sul viale del tramonto raccontate da Osvaldo Soriano nel suo romanzo omonimo. Dentro il Movimento faceva ridere, piangere e incuteva timore, tutto assieme, capacità comune soltanto a un numero ristrettissimo di portenti; al di fuori, dopo l’abolizione della figura del garante pretesa da Giuseppe Conte e appoggiata dalla base, è come se «l’evaporazione» dei 5 Stelle da lui preconizzata si sia rivelata, alla fine, la sorpresa amara che il destino ha riservato a lui stesso.
Dell’«Elevato», come si era autoproclamato da un certo punto in poi, resta insomma solo il silenzio. E forse l’amarezza nel constatare che mentre i grillini più ortodossi e intransigenti sono tornati da dov’erano venuti, quelli che dal suo punto di vista hanno «tradito» scalano da qualche parte posizioni di potere: Conte, «il democristiano», quello che «parlava tanto e si capiva poco», è tornato a sognare la scalata alla premiership; Di Maio, che Grillo definì «Giggino ‘a cartelletta», nientemeno che quella all’Onu, partendo dal ruolo di rappresentante speciale dell’Unione europea.
Raccontano dentro il Movimento che la vera grandezza di Grillo sia stato l’aver intravisto l’epilogo molto prima che si avvicinasse. Molte delle cose che c’erano non ci sono più o sono altrove, a cominciare dal trumpismo. A oggi, l’ultimo suo atto politico rimane la fiducia al governo Draghi e quel rapporto diventato così stretto con l’ex presidente della Bce che spinse Conte a staccare anzitempo la spina alla legislatura. C’era anche il primato del comico arrivato a scrivere più in alto il suo nome nella storia politica del XXI secolo, in Europa. Ma poi è arrivato un certo Volodymyr Zelensky. E si è portato via anche quello.