Corriere della Sera, 2 gennaio 2026
Il discorso imperiale di Xi che promette un anno di trionfi dall’economia a Taiwan
Il discorso «imperiale» di Xi Jinping ha promesso ai cinesi un anno di trionfi. La Cina raggiungerà il suo obiettivo di crescita nel 2026: +5% del Pil. Progredisce nelle tecnologie avanzate, dai microchip all’intelligenza artificiale. Modernizza le forze armate. La riunificazione con Taiwan è una certezza.
L’ottimismo poggia su fatti concreti. In trent’anni la Cina è passata da Paese sottosviluppato a sfidante dell’America in tutte le tecnologie di punta. Domina settori cruciali come le terre rare, l’energia solare, le batterie elettriche. Quando Trump mette sotto pressione il Venezuela e altre nazioni latinoamericane, lo fa anche per reagire alla penetrazione cinese: le Vie della Seta si sono estese nell’emisfero occidentale, tra infrastrutture e risorse minerarie. Dall’altra parte del pianeta, una nave cargo cinese ha compiuto il primo tragitto fino alla Gran Bretagna attraverso la rotta artica: lo scioglimento dei ghiacci aiuterà la Cina a emanciparsi dal controllo americano delle rotte navali tradizionali (da Hormuz a Malacca, le «vene giugulari» del trasporto petrolifero sono un punto debole di Pechino).
Xi trova un pubblico ben disposto nel resto del mondo. L’effetto-Trump spinge molti ad abbracciare lo scenario di un «ordine globale sinocentrico», guidato da una potenza multilateralista e benevola, come la Cina vuole presentarsi. Ma osteggiare Trump non è una ragione sufficiente per ignorare i punti deboli nel discorso di Xi.
Il 5% di crescita che lui «conferma» è una tautologia: in Cina il Pil non è una misura risultante dall’economia reale, viene prefissata dall’alto, per decisione del governo. La realtà sottostante è problematica. Pechino ha celebrato il suo trilione: il record di mille miliardi di attivo commerciale col resto del mondo; ma questa è una vulnerabilità, la sua crescita dipende dalla possibilità di invadere mercati altrui con comportamenti predatori.
«State uccidendo i vostri clienti», ha ammonito Macron al suo ultimo incontro con Xi, preannunciando l’inevitabile protezionismo europeo. Il 2026 si apre con un superdazio del 50% inflitto dal Messico al made in China: anche il Grande Sud globale corre ai ripari. È singolare la mancanza di «intelligence politica» dei leader comunisti cinesi: incapaci di prevedere le reazioni delle opinioni pubbliche democratiche contro la distruzione delle loro industrie. La stessa mancanza di empatia, Xi Jinping l’ha dimostrata evitando ogni allusione alle masse di giovani neolaureati in patria senza lavoro: il miracolo tecnologico cinese non crea occupazione a sufficienza.
Per non parlare di Taiwan. Si sono appena concluse le ennesime manovre militari minacciose attorno all’isola: ma perché il «modello cinese» non riesce a sedurre quei 24 milioni di cinesi abituati a vivere in una democrazia, rispettosa dei diritti umani, e deve invece terrorizzarli? In Occidente si perdonano molte cose a Xi anche per la sua presunta funzione salvifica: il mito della «superpotenza verde» che salverà il pianeta; in realtà la Cina consuma più di metà di tutto il carbone mondiale; e si è lanciata in un piano di sfruttamento del suo gas naturale che è il contrario della de-carbonizzazione.
La peculiare atmosfera geopolitica generata da Trump fa dimenticare che la leadership cinese ha abbracciato una narrazione anti-occidentale esplicita a partire dal 2008-2016 quando c’era Barack Obama alla Casa Bianca. Il vittimismo che la propaganda di Xi instilla nei cinesi dalla scuola media, deve enfatizzare i danni subiti nell’Ottocento (le Guerre dell’Oppio contro gli inglesi); cancella il ruolo dell’America nella liberazione della Cina dall’occupazione giapponese, e nel suo miracolo economico degli ultimi trent’anni.
Il 2026 si apre sotto auspici trionfali ma è l’ultimo anno di tregua prima di una scadenza delicata: il prossimo discorso dell’anno nuovo segnerà l’apertura dei giochi di potere per il quarto mandato di Xi (un evento senza precedenti dal 1949) o per la sua successione. I passaggi delle consegne da Mao in poi non sono mai stati indolori. Le purghe a ripetizione che Xi infligge ai vertici del partito e dell’esercito, suggeriscono che ci sia un vulcano in ebollizione sotto di lui, malgrado l’apparenza di stabilità.