1 novembre 2025
Tags : Enrico Albertosi
Biografia di Enrico Albertosi
Enrico Albertosi, nato a Pontremoli (Massa Carrara) il 2 novembre 1939 (86 anni). Ex calciatore. Portiere. Detto Ricky. Vinse due scudetti: con il Cagliari nel 1970 e con il Milan nel 1979. Con la Fiorentina ha vinto una Coppa delle Coppe (1961) e due Coppe Italia (1961 e 1966). Esordio in Serie A il 18 gennaio 1959 con la Fiorentina contro la Roma all’Olimpico (0-0), in Nazionale il 15 giugno 1961 a Firenze contro l’Argentina (4-1). Presenze: 532 in Serie A (12esimo nella classifica di tutti i tempi), 56 nelle coppe europee, 34 in nazionale. Vicecampione del mondo nel 1970, con la Nazionale ha partecipato a quattro Mondiali (1962-1974) e ha vinto l’Europeo del 1968 come secondo di Dino Zoff («sono rimasto in panchina dietro Zoff solo perché mi ero rotto un dito»). Nella storia per aver incassato il gol del nordcoreano Pak Doo Ik che costò agli azzurri l’eliminazione dai Mondiali del 1966 • «Il più forte tra me e Dino Zoff? Non scherziamo. Io, naturalmente. Zoff era uno che se saltava un allenamento, o il venerdì faceva l’amore, la domenica aveva le gambe molli. Io facevo l’amore il sabato, e la domenica mi esaltavo».
Vita Famoso per «fisico stratosferico, colpo d’occhio eccezionale, riflessi felini e quella facilità d’inarcarsi in volo che conquistò subito tecnici e tifosi. Lo sguardo sgherro, il sorriso da simpatica canaglia, l’ostentazione di una beata indifferenza alle regole correnti (gli piaceva fumare e frequentare gli ippodromi), tutto si sublimava nel rendimento sul campo» (Carlo F. Chiesa) • «Tè presento Albertosi. El ga tuto quel che mi no poso soportar: el magna, el bevi, el va in giro de notte, el xè carigo de babe, el scometi sui cavai come ti. Ma mi lo tegno perché el xè el meo portier del mondo...» (è così che Nereo Rocco presentò Albertosi a suo cugino) • «Ha ricordi della guerra? “Solo il flash degli aerei sopra Pontremoli, andavano a bombardare chissà dove”. Tifava Grande Torino? “Sì, mio padre mi portò a Milan-Torino: che fascino”. Papà Cecco era maestro e portiere: lei ha studiato fino al terzo anno di magistrali poi l’altra passione ha vinto. “Me l’ha fatta venire lui, mi allenava nell’intervallo delle sue partite. Avevo 7 anni e non sono più uscito fino ai 43”. Il suo debutto coi grandi arriva a 15 anni, a La Spezia. “Il titolare era un marinaio, che doveva imbarcarsi. Sembra l’inizio di un romanzo d’avventura, ma andò così: da lì ho preso il via, abbiamo vinto il campionato, è arrivata la Nazionale juniores e nel 1958 abbiamo vinto l’Europeo con Corso, Trapattoni, Galeone”. Sandro Mazzola ripeteva che “il segreto di Albertosi è che si allena poco”. Solo perfidia o c’era del vero? “Perfidia: lui era già in spogliatoio quando facevo l’allenamento vero, specifico”» (Paolo Tomaselli) • «Sempre fuori dai pali e a volte qualche uscita l’ha sbagliata: “Ma rifarei tutto”, dicono con puntiglio il portiere e l’uomo che non si sono negati niente: donne, cavalli, partite (532 in serie A), rivalità accese. Estroverso e spregiudicato, ha vissuto a mille all’ora. Solo un infarto, parecchi anni fa, ha rischiato di metterlo fuorigioco. Da quel giorno ha cambiato stile: meno stress e meno eccessi. “E mica è stato facile”. L’esordio in serie A alla Fiorentina, la squadra del suo cuore, dove è rimasto dieci anni. “E i primi cinque li ho trascorsi alle spalle di Sarti. All’epoca andava così: se eri giovane, dovevi fare la gavetta. Stavo in panchina e da panchinaro sono andato al Mondiale del ’62 con la Nazionale. Oggi sarebbe impensabile. I ragazzi hanno fretta e forse hanno ragione di averla. E poi è cambiata la mentalità, sia delle società che degli allenatori. Donnarumma, quando è entrato nel Milan, non è più uscito. Io ho esordito contro la Roma, ma quando Sarti si è ripreso dall’infortunio mi sono rimesso a sedere”. Quando se ne va, la Fiorentina vince lo scudetto… “Una beffa. Però mi sono rifatto a Cagliari. Ho lasciato i viola perché avevo qualche problema personale e non andavo d’accordo con Bassi, l’allenatore. Mi aveva chiamato Italo Allodi per portarmi all’Inter ma a giugno, con mia grande sorpresa, mi sono trovato ceduto al Cagliari”. Non deve averla presa benissimo. “Non ci volevo andare. All’epoca la Sardegna era una terra di banditi, mi faceva persino paura. E invece mi sono innamorato di quell’isola e di quella gente meravigliosa”. E ha vinto lo scudetto. “Eravamo un gruppo formidabile. Ancora oggi ci vediamo con quei ragazzi: Tomasini, Greatti, Brugnera”. Il simbolo era Gigi Riva. “Gigi sembrava scontroso, in realtà era solo timido. Nell’estate del ’74 mi ha combinato un brutto scherzo: insieme a lui dovevo andare alla Juventus e il suo rifiuto ha fatto saltare anche il mio trasferimento”. Ma non le è andata male... “Perché sono finito al Milan dove ho vinto lo scudetto della stella con Liedholm, un grande allenatore. Lui Scopigno e Valcareggi sono quelli a cui mi sento più legato, uomini che hanno capito il mio carattere. Però mi lasci dire una cosa...”. Prego… “Se fossi andato alla Juventus avrei vinto molto di più e la mia carriera sarebbe stata diversa. E invece a Torino c’è andato Zoff…”» (Alessandro Bocci) • Leggenda narra che nel 1970, dopo aver subito il 3-3 nella semifinale contro la Germania, volesse strangolare Gianni Rivera il quale, appostato sulla linea di porta, non aveva respinto il tiro di Gerd Müller (per lo spavento il golden boy avrebbe segnato nel giro di un minuto il gol del definitivo 4-3) • «A Messico ’70 era in stanza con Riva. Si annoiava? “Al contrario. Nel privato Gigi è un bel chiacchierone, sa stare bene in compagnia. È un timido, ma se entra in confidenza è un’altra persona”. Per Rivera le parole che lei gli disse dopo il 3-3 di Müller contro la Germania nella “Partita del secolo” sono impubblicabili. Conferma? “Direi molto impubblicabili. L’ho infamato perché non doveva starci lui su quel palo. Battendo la testa sul montante disse ‘ora posso solo andare a far gol’. E fu di parola”. Il mitico gol di testa di Pelé nel 1970 era parabile? “Lo è se mi aspetto che Burgnich non la prenda: lui saltava benissimo e quando l’ho visto scendere ho pensato che Pelé non l’avrebbe più colpita. Invece è rimasto in sospensione, ha dato forza al pallone e l’ha messo sul primo palo, dove un portiere raramente deve prendere gol: ho peccato di troppa fiducia in Burgnich”» (a Paolo Tomaselli) • Rapporto burrascoso con Zoff: «“Dino mi soffriva. Nel ’78, ero alla fine della carriera, mi chiama Bearzot e mi chiede: Ricky vuoi fare il terzo portiere in Argentina? Io rispondo sicuro: pur di venire porto anche le valigie. Sarebbe stato il mio quinto Mondiale come nessun altro calciatore italiano a quei tempi. Dopo dieci giorni mi richiama il c.t. e mi dice che Zoff soffre la mia presenza e che è costretto a lasciarmi a casa”. Come ci è rimasto? “Malissimo. E ho criticato pesantemente Dino per i due gol presi fuori dall’area con l’Olanda, uno quasi da centrocampo (ride…). Solo tanti anni dopo, incontrandoci in un albergo, abbiamo fatto pace”. Ma chi è stato il portiere più forte di tutti i tempi: Zoff o Buffon, o magari proprio lei Albertosi. “Gigi è un grande, forse il migliore. Ma se fossi andato a Torino magari lo sarei diventato io…”. Ha sentito più la rivalità con Sarti o quella con Zoff? “Sono state diverse. A Sarti portavo le valigie. Con Zoff me la sono giocata. Eravamo diversi: lui taciturno, io estroverso. Lui maniacale negli allenamenti, io pronto la domenica”. Anche in Nazionale ha pagine molto belle e al tempo stesso molto brutte da raccontare. “L’azzurro, per quelli della mia generazione, era un traguardo perché solo i migliori ci arrivavano. Ne ho viste tante in quindici anni. Non posso dimenticare il lancio di uova quando siamo tornati dall’Inghilterra dopo la sconfitta con la Corea e neppure Italia-Germania 4-3, la partita di una generazione, la migliore del secolo”» (Alessandro Bocci). • Squalificato fino al 27 marzo 1984 per il coinvolgimento nel calcioscommesse: «Sono stato un ingenuo. Quando sono stato contattato dai laziali ho riferito cosa era successo a Felice Colombo, il presidente del Milan, anziché denunciare tutto alla Federazione. E ho pagato» • «A Regina Coeli ho mangiato i migliori bucatini all’amatriciana della mia vita. Li cucinava un truffatore che stava nel nostro braccio» • Albertosi fu graziato dopo la vittoria azzurra ai mondiali dell’82 • Tornato in porta con l’Elpidiense (C2), chiuse la carriera nell’84, dopo un grave infortunio, il primo della carriera, a un ginocchio (il portiere di riserva gli franò addosso in allenamento) • Preparatore dei portieri della Fiorentina di Vittorio Cecchi Gori, poi al “Margine Coperta” (società satellite dell’Atalanta), nel maggio 2004 fu colpito da un malore all’ippodromo Sesana di Montecatini, dove aveva appena disputato una corsa al trotto. Restò tre giorni in coma • Adesso vive con la seconda moglie Elisabetta in una villa di Forte dei Marmi, a trecento metri dal mare, duecento dal negozio di giocattoli del figlio.
Religione «Papa Wojtyla le parlò da portiere a portiere? “Sì, in udienza dopo la vittoria dello scudetto mi disse che gli piaceva tanto giocare in porta da ragazzo”. Lei crede nell’aldilà? “Sì, sono religioso”» (a Tomaselli, cit.).
Vizi «Liedholm al sabato le chiedeva se preferiva l’ippodromo o il cinema con la squadra: mai accontentato? “Mai. All’ippodromo passavo un paio di ore in tranquillità. La mia fortuna erano allenatori come lui o Scopigno che mi capivano”. Nel ’76 il Corriere le chiese: “Quante volte fa l’amore alla settimana?”. E lei: “Se lo dico, a Milanello scoppia un casino!”. Un po’ ci marciava attorno al suo personaggio? “Certamente. Non facevo l’amore ogni giorno, ma due-tre volte alla settimana sì”. Come portiere è stato più genio o più sregolatezza? “Forse più genio. Poi faceva colpo dire che fumavo quaranta sigarette al giorno anche se non era vero, che andassi sempre all’ippodromo o che andassi a letto tardi: facevo tutto, perché mi sentivo bene, ma non è che giocassi male perché non facevo una vita consona allo sport. Dipendeva anche dal mio fisico”» (a Tomaselli, cit.).