3 novembre 2025
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Biografia di Sandro Dazieri
Sandro Dazieri , (soprannominato Sandrone dagli amici del centro sociale milanese Leoncavallo), nato a Cremona il 4 novembre 1964 (61 anni). Scrittore di gialli e thriller, sceneggiatore.
Vita «Mio padre lo ricordo in vestaglia, già molto malato. A quattro anni mi mandarono in campagna mentre stava morendo. Al ritorno, tutti tristi, mamma, sorella, nonna. Sono cresciuto sentendomi responsabile della loro infelicità: che faccio per vederle sorridere?» [a Carretta, IoDonna] • «Mia madre andò in depressione, c’era nonna e mia sorella [Stefania], io pensavo di dover prendere il posto di mio padre. Sentivo un grande peso e appena ho potuto sono scappato, a 14 anni. Ho scelto l’alberghiero perché c’era il collegio, via, volevo ricominciare. La cosa interessante è che mia madre mi ha lasciato andare, ha capito che tra noi non funzionava, lei faceva l’infermiera, ha tirato su la famiglia, ma stava sempre a lavorare, era depressa, io sono cresciuto con mia nonna». Sua madre era una grande lettrice di gialli. Vi siete riavvicinati quando lei ha iniziato a scriverli e pubblicarli? «Mai. Anche quando andavo a trovarla, sentivo forte il disagio. Era diverso per mia sorella, lei ha avuto rapporti buoni con entrambi, mia madre e me». Ricorda un momento con sua madre vissuto con meno disagio di altri? «Quando è morta. Non ho pianto, non ho avuto problemi particolari, perché era un rapporto già logorato nel tempo, di distanza» [a Mastrantonio, 7] • «Avevo già in mente che volevo fare lo scrittore. L’avevo deciso con chiarezza a tredici anni una domenica sera nella vasca da bagno. […] Niente mi dava più soddisfazione che scrivere i temi, che spesso venivano letti in classe (mi capitava sin dalle elementari) come esempio di buona scrittura. Questo perché leggevo moltissimo, e rielaboravo quanto leggevo secondo le necessità scolastiche. E sentivo che era quello che volevo fare, scrivere come lavoro, come stile di vita. In quella vasca da bagno pensai che se volevo scrivere avevo bisogno certamente di studio, ma soprattutto di spazio per esercitarmi, di solitudine lontano da casa. Mi inibiva la presenza di mia madre, che poteva chiedermi che cosa stessi facendo mentre scrivevo o che mi poteva chiedere di leggere quanto prodotto. Se esibire i temi in classe non mi dava fastidio, i miei tentativi di romanzo erano troppo personali e incompleti per poter essere mostrati. Ai tempi stavo cercando di scrivere le avventure di un gruppo di eroi modellato vagamente su Doc Savage e i suoi amici. Per cui mi informai su una scuola che mi portasse lontano da casa, e l’alberghiera faceva al caso mio perché era in provincia di Bergamo e dotata di collegio. […] Da subito mi accorsi che […] non vi era posto dove potessi tirare fuori il mio taccuino e scrivere senza venire scoperto e deriso. Un po’ alla volta rinunciai […]. Continuai a scrivere, però. Ovviamente i temi in classe, che anche all’alberghiera venivano letti per insegnare agli altri come fare (mi guadagnai il soprannome di Avvocato, perché parlavo e scrivevo meglio della media dei miei compagni), per il giornale scolastico» [a Strisciullo e Frati, MangiaLibri] • «Il mio sguardo è sempre stato rivolto a Milano. Non vedevo l’ora di visitarla. Ci riuscii la prima volta a 13 anni, in terza media, con un amico. Appena arrivato scoprii il piacere di trovare le edicole sempre aperte e di poter sfogliare tutte le pubblicazioni di fantascienza che mi piacevano. Poi la città mi sembrava enorme e piena di novità. Pensai: qui ci vorrei vivere ogni giorno dalle 10 alle 17» [a Chiavarone, Giorno] • «Finite le superiori, mi iscrissi a Scienze Politiche in via Conservatorio [a Milano]. Dopo un po’ di pendolarismo capii che dovevo restare qui anche la notte perché altrimenti mi sarei perso il meglio che le amicizie e la vita milanese potevano darmi. Ma non avevo soldi per l’alloggio. Trovai una soluzione: dormire in treno. Approfittando dell’abbonamento andavo in stazione verso le due del mattino e salivo sul convoglio per Cremona pronto sul binario e che poi sarebbe partito alle sei. Domivo un po’ di ore, poi il treno riprendeva a viaggiare, tornavo a casa, facevo una doccia e di nuovo corsa indietro per prendere un nuovo treno e tornare a Milano a seguire le lezioni. Prima mi fermavo a dormire sulle panchine del Parco delle Basiliche ma la sistemazione in treno era quella che preferivo. Alcune volte neanche tornavo a Cremona, ma dopo aver riposato in una carrozza, andavo nel Diurno della stazione, mi lavavo e poi in università» [ibid.] • Inizia a frequentare il centro sociale Leoncavallo, del quale diventa portavoce. «Fui presente ai due sgomberi, quello del 1989 e poi quello finale del 1993. Nel primo riuscii a fuggire scappando sui tetti. In quegli anni vedevo Milano ostile, da militante. Noi del Leoncallo avevamo il motto “né eroina, né polizia”. Eravamo odiati dagli anarchici, come dalle Br. Rifiutavamo la lotta armata. Volevamo scuotere Milano, liberarla dai valori fatui della “Milano da bere”» [ibid.] • Durante una manifestazione, a 22 anni, viene arrestato • «Avevo lasciato l’università, non andavo al cinema, il teatro non sapevo cos’era. Leggevo tantissimo ma sempre vivendo in comunità. Mi occupavo di concerti, stavo alla cassa, facevo il facchino in una cooperativa legata al centro. E manifestazioni, cortei, occupazioni, una vera educazione sentimentale, ma alla fine, ripetitiva. Durante un’assemblea ho detto: ciao, me ne vado. Erano tutti allibiti» [a Carretta, cit.] • Si mette a lavorare come facchino, cuoco, correttore di bozze per il service editoriale Telepress, giornalista pubblicista per il Manifesto. «Ho scritto circa 2.500 tamburini per Onda Tv quando non c’era internet. Dovevo riassumere un film in cinque o sei righe fulminanti. È così che ho imparato ad attirare il lettore» [a Pezzini, Libero] • «Rinunciai all’idea del romanzo. Non ero in grado, non avevo il tempo, non ci credevo abbastanza. Ma sapevo che il cuoco o il facchino o le decine di altri mestieri che avevo fatto non mi interessavano. Servivano giusto per mantenermi. Poi finalmente un mio racconto fu pubblicato dalla Mondadori, in un’antologia curata da Valerio Evangelisti per Urania (Tutti i denti del mostro sono perfetti) che mi disse che era piaciuto alla redazione e che se avessi avuto qualcos’altro, magari un romanzo, l’avrebbero letto volentieri. A quel punto capii che era un treno che dovevo prendere. Lo scrissi facendo le notti, lo mandai a Valerio, che lo mandò a Einaudi e Mondadori. Mondadori lo prese. Era il 1997, avevo 33 anni» [a Strisciullo e Frati, cit.] • Nel 1999 pubblica il suo primo romanzo, Attenti al gorilla, per la collana da edicola Giallo Mondadori. Il protagonista (di questo e altri cinque libri successivi, e di un film con Claudio Bisio, La cura del gorilla) è il «Gorilla», un investigatore privato schizofrenico che si chiama come l’autore, Sandrone Dazieri, e che ne condivide in parte le vicende biografiche • Ti ricordi dove ti trovavi quando per la prima volta hai pensato al Gorilla? «Alla sede della Telepress, un service editoriale dove lavoravo come amministratore unico. Pensavo al fatto che volevo un personaggio che rappresentasse la scissione esistenziale che provavo, sentendomi da un lato un “figlio del Leoncavallo”, uno che fino a pochi anni prima dormiva in stazione, e dall’altro il dirigente d’azienda che ero diventato. Ed è arrivato lui. Almeno, il suo primo spunto. Volevo non un vincente, ma un perdente, un eroe riluttante. Mi è servito per smettere di essere un dirigente e cominciare un mestiere nuovo» [a Strisciullo e Frati, cit.] • Dal 19991 al 2005 dirige per Mondadori i Gialli e poi tutte le pubblicazioni da edicola (Gialli, Urania e i romanzi d’amore) • «L’impatto era con un mondo di super laureati, tutti iperspecializzati, multilingue. Le conversazioni con me cadevano subito: da che scuola vieni? L’alberghiero. Ah… E che hai fatto? Il cuoco. Ah… Poi, a Mantova durante il Festivaletteratura, vennero a cercarmi i carabinieri: c’era una multa di cinque anni prima per resistenza passiva a pubblico ufficiale. Sfilavo tra i due angeli custodi e sulle facce dei colleghi potevo leggere: sei qui, ma non sei come noi. Me ne sono andato anche da lì, dopo essere diventato direttore» [a Carretta, cit.] • È vero che si è licenziato? «Sono uno dei pochi direttori editoriali ad aver dato le dimissioni. Capii presto che non era un mestiere creativo. Nel frattempo avevo intrapreso la via della tv» [a Pezzini, cit.] • «Pensare che quando ero direttore di collana volevo portare a Mondadori Twilight e non ci sono riuscito. Mi dissero “A chi vuoi che interessino i vampiri?”» [a Silipo, Sta].
Amore Quando era giovane le sue relazioni «non duravano a lungo. Se la fanciulla che stava con me aveva qualche problema poteva essere solo il segno del mio fallimento. Perciò il tentativo di renderla felice diventava ossessivo: fai così e cosà. Ero insopportabile. Una di queste volte, la ragazza del momento mi molla e se ne va a Parigi con un altro. Era carina, rossa di capelli. E io molto innamorato. Perciò, mi ubriaco, seguo qualcuno da qualche parte, infine crollo su un materasso. Mi sveglia la polizia che sta sgomberando: ero finito in un appartamento occupato. Quelli del Leoncavallo li ho conosciuti così» [a Carretta, cit.] • «Io ai libri do tutto, sangue e respiro. Non ne ho mai scritto uno col piede sinistro. Io ci muoio, dentro i miei libri. Gli ultimi quattro mi hanno catturato così tanto da indurre anche le mie rispettive quattro fidanzate dell’epoca a mollarmi. Oggi ho imparato a gestire anche questa mia difficoltà relazionale» [a Pezzini, 2014, cit.] • «Mi sono innamorato un sacco di volte, ma sposato solo una» [a Strisciullo e Frati, cit.] • «Una sera del 2006 a Bologna, durante la Fiera del libro per ragazzi, Dazieri conosce Olga Buneeva: è bella, ha 12 anni in meno, lavora per l’editore moscovita Rosnet. [...] Lei non gli dà solo il suo biglietto da visita, fa una cosa in più: disegna sul retro una mappa per non perdersi, per arrivare fino a lei attraverso la foresta degli stand. “Tempo due settimane per aspettare il visto, ed ero a Mosca. L’anno successivo eravamo marito e moglie […] Con Olga ha contato un fatto: parlavamo in inglese, che io non sapevo, e cercare i termini mi costringeva a riflettere, rallentava la mia tendenza a essere ossessivo, tutto diventava più sfumato. Vive qui anche la sorella che ha sposato un mio vicino. E la madre si è trasferita nella casa che abbiamo in Umbria, così cura l’orto. Tre donne fortissime, come tutte le russe. E non solo in senso mentale. Olga ha quattro lauree e parla il cinese, ma se c’è da aggiustare la lavatrice, l’affare è suo”» [Carretta, cit.] • «È molto precisa, una donna russa molto studiosa» [a Mastrantonio, cit.].
Politica «Io non faccio parte di niente. Né a destra né a sinistra. […] Per loro ci sono i bravi cittadini, che producono e stanno zitti, poi ci sono loro che ne godono i frutti. E tutti gli altri devono essere tacitati. Sto parlando della destra, che ce l’ha nel Dna, ma anche della sinistra, che non riesce più a capire.» [a Canaletti, Mow] • Ad agosto di quest’anno ha parlato pubblicamente contro lo sgombero del Leoncavallo, e sottolineato che pochissimi intellettuali lo hanno imitato: «Immagina di essere uno scrittore di moda, invitato in tv da Fazio, e pensa di provare a difendere un centro sociale. Ti diranno che ti schieri con l’illegalità, ti rimprovereranno con le solite frasi fatte. Ecco perché gli scrittori stanno zitti e preferiscono parlare di quando la loro nonna incontrò Pasolini. Per loro fare politica di sinistra è quello ormai» [ibid.] • Il suo ultimo libro si intitola Uccidi i ricchi ed è ambientato a Milano. A uno dei tuoi personaggi, Sermonti, fai dire una battuta che può essere un teorema generale: “Quando un uomo fattura come un piccolo Stato entra naturalmente nella nostra sfera di interessi”. Questo vale anche per gli scrittori? I ricchi dovrebbero interessare anche gli scrittori? «Dovrebbero. Se tu vuoi parlare del presente devi capire come è mutato. La nostra cultura fa fatica a distaccarsi dal Novecento, sia dal punto di vista politico e culturale, sia dal punto di vista sociale. Ma il nostro mondo non è più quello del secolo scorso. Le dinamiche di potere, l’intreccio tra economia, finanza e potere, non sono gli stessi di un tempo. In questo momento il potere politico e quello economico sono indistinguibili. Il “modello Milano” è un problema perché la città viene disegnata sulla fantasia di un gruppo, di un ceto, che in qualche modo si riconosce tra di loro. Se vieni dallo stesso ambiente del costruttore, balli sugli stessi balconi degli imprenditori, è ovvio che come politico tenderai ad avere una visione politica simile a quella dell’imprenditore. Ma Milano è diventata un ottimo esempio di investimento finanziario, di speculazione edilizia, ma è invivibile per le persone normali. La gente se ne va, i nuovi cittadini hanno i soldi. Vengono costruiti solo palazzi enormi con dentro centinaia di Airbnb. È una visione della città che non tiene conto della sua anima. E l’anima è fatta di comunità, che oggi viene disgregata» [ibid.] • «Nessuno vuole cambiare il mondo, tutti vogliono solo migliorare la propria personale situazione. È poi io sono un pacifista, non credo alla rivoluzione, se ammazzare la gente fosse una soluzione ormai vivremmo nel migliore dei mondi possibile. L’unico modo per me è chiamarsi fuori dal sistema, uscire dalla ruota del criceto. Infatti a Milano tengo solo un appartamento per lavoro, vivo sempre in campagna vicino a Castelnuovo Don Bosco, sessanta abitanti» [a Silipo, Sta].
Metodo «Scrivo tutti i giorni compresa la domenica e le vacanze. […] Non è però una scrittura focalizzata su un unico obiettivo, ma lavoro contemporaneamente su più fronti. Solo nella fase finale del romanzo mi dedico esclusivamente a una storia» [Matarazzo, sulromanzo] • «Scrivere è sicuramente complicato. Quando lo faccio mi chiedo sempre se abbia senso o meno. Questa è la parte amara. È come se mi sentissi obbligato a trovare un senso a quello che faccio che vada oltre il piacere dello scrivere» [a Canaletti, cit.] • «Non prendo mai appunti, lascio che sia il mio cervello a ricordare i pezzi che servono. Il resto lo invento. […] Questo perché non credo che un romanziere debba essere un giornalista o un geografo, ma un creatore di mondi. Certo, devono servire a rappresentare il nostro, a comprenderlo, ma senza essere impastoiati. L’unica cosa che ritengo necessaria è di esserci stato nei luoghi di cui parlo e di avere vissuto, in qualche modo, le atmosfere che rappresento» [a Strisciullo e Frati, cit.] • Com’è cambiato – se è cambiato – il tuo metodo di lavoro negli anni? […] «So che è brutto da dire, ma ho pubblicato la prima cosa che ho scritto, quindi non ricordo un periodo in cui scrivevo e non pubblicavo. Diciamo che prima scrivevo solo di notte, perché di giorno facevo un altro mestiere (a seconda del periodo il cuoco, il correttore di bozze o il funzionario editoriale) adesso scrivo essenzialmente di giorno. Ma a parte questo, scrivo ancora sul tavolo della cucina con un portatile». È ancora vero che lo scrivere è un’attività solitaria? […] «La scrittura è sempre solitaria, se no non funziona. […] non lavoro all’americana, con la scaletta e tutto, ma con un soggetto che sta nella mia testa. Se devo appuntarla, vuol dire che l’idea non è abbastanza buona» [Sugarpulp].
Altro Da giovane lesse e gli piacque molto Il lupo della steppa di Herman Hesse • Considera suoi maestri Steven King, Jeffrey Deaver, Paul Auster, Don De Lillo • «Per rimanere in Italia invidio la genialità di Niccolò Ammaniti, la disinvoltura di Carlo Lucarelli, la proteiformità stilistica di Maurizio De Giovanni, la “presenza” di Donato Carrisi, la cultura di Giancarlo De Cataldo… Insomma, mi nomini uno scrittore e di sicuro lo invidierò per qualcosa» [a Capritti, cit.] • Non segue il calcio, ma da bambino andava a scuola con Gianluca Vialli: «Ricordo che da ragazzi una volta mi prestò uno smoking, era per una festa di carnevale. Mi ero travestito da uno elegante» [a Mastrantonio, cit.] • Dice di essere «una persona cui è molto difficile stare accanto. Il mio cervello funziona come funziona» [a Capritti, cit.] • «Amo mangiare, anche se sono un po’ limitato dall’essere vegetariano. Adoro cucinare per gli amici, è un momento di socializzazione molto importante, tanto che mia moglie mi dice spesso che dovrei scrivere un libro di ricette, ci sto pensando» [a Matarazzo, cit.].