6 novembre 2025
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Biografia di Angelo Scola
Angelo Scola, nato a Malgrate (Lecco) il 7 novembre 1941 (84 anni). Cardinale (dal 21 ottobre 2003, creato da papa Giovanni Paolo II). Arcivescovo emerito di Milano (dal 7 luglio 2017). Già arcivescovo di Milano (2011-2017), patriarca di Venezia (2002-2011) e vescovo di Grosseto (1991-1995). Teologo. Già rettore della Pontificia Università Lateranense (1995-2002) e preside del Pontificio istituto di studi sul matrimonio e sulla famiglia Giovanni Paolo II (1995-2002). «“La storia è il luogo della libertà di Dio, degli uomini e anche del maligno. Questo intreccio di libertà produce processi. Io sono convinto che oggi stiamo assistendo a un processo straordinario per qualità e quantità: il meticciato di civiltà. E sottolineo la parola civiltà. L’enfasi non va messa sul meticciato”. Perciò quale atteggiamento devono tenere i cattolici nei confronti dei musulmani? “L’atteggiamento di chi crede alla provvidenza. Se un simile processo è in atto, significa che esprime la volontà di Dio. Le diversità esistono, però tutti apparteniamo alla famiglia umana”» (Stefano Lorenzetto) • «Nato nel novembre ’41 a Malgrate, sulla riva opposta a Lecco del ramo manzoniano del lago di Como, Angelo Scola dice d’essere “orgoglioso di venir da una famiglia poverissima: i miei hanno sempre vissuto in un appartamentino nella vecchia corte di una grande fattoria di non più di 35 metri quadrati, dove c’era un piccolo ambiente con una stufa economica che fungeva da cucina, da salotto e da tutto. Poi si entrava nella camera da letto dei miei e da lì si passava in un bugigattolo dove dormivamo io e mio fratello”» (Gian Antonio Stella). «Un fratello più piccolo e più dolce di lui, Pietro, che poi sarebbe diventato maestro elementare e sindaco per la Dc. Morì […] in un incidente stradale: scendeva da Lavarone su una macchina con quattro gomme nuove, una scoppiò» (Carlo Verdelli). «Una vita povera di cose ma ricchissima di affetti e di amici. […] La vera casa era tutto il paese, dal molo con i pescatori alle scorribande nei frutteti, al cortile dell’oratorio, alla piazza. La mia infanzia è stata una grande scuola di realismo» (ad Antonio Gnoli). «Papà Carlo faceva il camionista. […] Socialista nenniano, a differenza della mamma Regina, che mandava i figli a distribuire il cattolico Resegone e rappresentava quella religiosità popolare delle terre lombarde dove “credere è come respirare, non occorrono tanti ragionamenti”, tornava tenendo nella tasca della giacca (“aveva un forte senso della sua dignità: se smetteva la tuta era sempre in giacca”) l’Avanti! e l’Unità» (Stella). «Mio padre guidava un Fiat 626 che faceva al massimo 37 chilometri orari. Allora non c’era il servosterzo, […] quindi doveva girare le ruote a forza di braccia. Gli erano venuti due muscoli così. Portò fino a Messina il prototipo del palo per l’illuminazione dello Stretto, impiegando 17 giorni. Senza autostrade e senza telefono, non si sapeva mai quando sarebbe tornato. Fu un nenniano di ferro, almeno fino a quando Pietro Nenni non varò il centrosinistra con la Dc: ci restò malissimo. La passione per il popolo, l’ho presa da lui. Gli devo molto. Compreso il fatto che, essendo un socialista massimalista, mi ha fatto studiare perché Unità e Avanti! raccomandavano di mandare i figli a scuola». «Si ammazzò di lavoro, per farci studiare». «C’è un momento in cui lei identifica l’affiorare della sua vocazione? “Sì. In quarta elementare. Credo che fosse il 1950. Un mattino venne a scuola un religioso e ci propose di seguirlo, per studiare e poi andare in Africa con lui. Tornai a casa e dissi a mia madre che volevo partire”. E sua madre che cosa fece? “Andò dal parroco. Lui le disse che, se avessi voluto andare in seminario, sarebbe stato meglio quello della diocesi. Non se ne fece nulla”» (Vittorio Zincone). Da piccolo, Scola «è, sì, un secchione, come dicono gli amici di allora, ha una memoria prodigiosa, studia latino e greco talmente ad alta voce che al piano di sotto non ne possono più. Ma è anche un ragazzino introverso, taciturno, capace di mattane come tuffarsi d’inverno nelle sfumature di grigio del lago e fare la traversata fino a Lecco, un chilometro scarso ma ci sono le correnti. Certo che va a messa, come tutti, compreso il padre socialista, ma non è un bigotto (“stavo in ultima fila, con una certa voglia di uscire”). Al liceo classico si butta su Dostoevskij, Faulkner, persino Kerouac. Prova anche l’ebbrezza di un amore, fidanzato con una ragazza che ricordano molto bella. Finirà con lui che sceglie la strada del Signore e lei lo stesso: monaca di clausura tra le trappiste, di cui diventerà badessa» (Verdelli). «Tra i 14 e i 18 anni, durante gli anni del mio liceo, ero preso dall’interesse per la politica in una maniera tale che l’appartenenza alla Chiesa era come caduta in secondo piano. Ero talmente conquistato dai problemi sociali, politici – avevo una simpatia per i partiti marxisti perché il mio papà era impegnato nel partito socialista di Nenni, quando era massimalista – che questi prendevano il sopravvento su tutto il resto. Allora era come se Dio non ci fosse, come se la Chiesa non ci fosse, se Dio non contasse più. […] Poi, grazie a Dio, alla fine del liceo ho trovato degli amici che invece vivevano in maniera più intensa tutto». «La prima volta che vidi don Giussani fu nel 1958, quando a Lecco durante la Settimana Santa la Gioventù studentesca invitò i giovani liceali ad alcuni incontri di preparazione alla Pasqua. Mi ricordo che ci andai su grande insistenza di un mio compagno di scuola, che vinse le mie resistenze. Non amavo molto Gioventù studentesca, perché mi sembrava un luogo adatto ai miei compagni, quasi tutti di estrazione borghese, piuttosto che a me. […] Don Giussani tenne una splendida lezione sulla gioventù come tensione e per la prima volta percepii un accento diverso nel considerare il rapporto tra Cristo e la mia vita. Io, infatti, avevo perso questo nesso: la mia fede era stanca, la mia pratica passiva. I miei interessi si erano spostati sulla politica e sulla letteratura russa e americana. Ma quel giorno, quando sentii don Giussani parlare così, ebbi un fremito, e cominciai a guardare a Cristo in maniera diversa». «Ho conosciuto […] Formigoni quando era un ragazzino di quattordici anni e faceva scherma. Lo invitai io ad aderire alla Gioventù studentesca di Lecco». «Lei quando viene ordinato sacerdote? “Molto dopo. Nel 1970. Prima mi iscrissi a Ingegneria, che poi lasciai per Filosofia. E, dopo la laurea, divenni assistente di Gustavo Bontadini all’Università Cattolica di Milano”. Ma è vero che ha fatto anche l’operaio? “Diciamo che per mantenermi agli studi ho sempre dovuto darmi da fare. Prima di entrare in seminario, tra il 1965 e il 1967 ho anche insegnato un paio di anni in un liceo”» (Zincone). «Lei ha studiato a Friburgo con Hans Urs von Balthasar, uno tra gli uomini più dotti del Novecento. Cosa le ha insegnato la sua teologia? “La decisività della bellezza e della santità, anche per far teologia”» (Gnoli). «Scola vive dal di dentro la fondazione e la crescita di Cl. […] Nella Chiesa non perde fiducia neppure nelle prove difficili. Vorrebbe diventare sacerdote, ma il seminario di Milano tergiversa, gli propone di aspettare, di fare prima il servizio militare. Allora Scola incontra un monsignore – Abele Conigli, […] vescovo a Teramo – disposto a ordinarlo subito. E diventa prete lontano dalla sua diocesi» (Aldo Cazzullo). «Nel ’74 sono stato così male da finire in coma; cercando la diagnosi di morbo di Addison, che sarebbe arrivata solo sei anni dopo, ho tentato anche la strada feconda della psicanalisi». «Le fu suggerito da Giacomo Contri, uno dei massimi conoscitori di Lacan, di rivolgersi a un analista lacaniano perché potesse curare il suo deperimento fisico. “Accolsi il suggerimento e decisi di andare in analisi da un lacaniano della prima ora, Louis Beirnaert, un gesuita alsaziano; al tempo stesso frequentai alcune sedute del seminario di Lacan a Parigi”. Che impressione le fece? Voglio dire, su Lacan, sulla proverbiale oscurità delle sue opere, ci si è divisi tra chi lo considera un genio e chi un ciarlatano. “Chi definisce Lacan un ciarlatano è uno che non vuole affrontare la fatica di leggerlo e, in fondo, ha paura di conoscere un po’ più se stesso”» (Gnoli). A metà anni Settanta «Scola è uno degli intellettuali che va a tenere una lezione all’imprenditore Berlusconi e ai suoi manager, tra cui Marcello Dell’Utri e Fedele Confalonieri. […] Questi seminari […] servono a dare una formazione di cultura politica a una ventina di collaboratori di Berlusconi» (Sabrina Cottone). «Viene ordinato prete nel 1970. Un anno dopo, durante la Quaresima, in un ristorante sulle rive del Danubio, avviene l’incontro con il professor Joseph Ratzinger, che insieme ad altri illustri teologi sta per dar vita alla rivista Communio. Don Angelo sarà tra i curatori dell’edizione italiana. Negli anni Ottanta, quando Ratzinger è diventato il cardinale custode dell’ortodossia cattolica, Scola è tra i consultori del dicastero, mentre insegna Antropologia teologica all’Istituto Giovanni Paolo II per gli studi sul matrimonio e la famiglia. Papa Wojtyła lo nomina vescovo a Grosseto nel 1991, quindi quattro anni dopo lo richiama a Roma per farlo rettore dell’Università Lateranense e nel 2002 lo invia nuovamente in missione pastorale, affidandogli la sede patriarcale di Venezia. Qui, oltre che pastore e intellettuale, il cardinale dimostra di essere anche un grande organizzatore. Sceglie collaboratori anche molto diversi da lui e distanti dalle sue posizioni. Istituisce il polo universitario Marcianum e la rivista Oasis per il dialogo con il mondo islamico. Da Venezia […] lancia l’idea del “meticciato di civiltà”: “Come cristiani vogliamo restare ancorati alla realtà. […] Il vero terreno di confronto non è tra cristianesimo e islam, ma tra uomini che condividono la stessa esperienza elementare”. Scrive diversi libri e soltanto una lettera pastorale, privilegia il contatto personale. […] Predilige l’incontro con gli ammalati, i bambini, gli emarginati. Insiste particolarmente sull’educazione: “Forse non c’è mai stata un’epoca in cui si sia parlato così tanto di valori come quella attuale. Ma il punto è che non si educa ai valori parlando di valori, ma facendone fare esperienza”» (Andrea Tornielli). «Il cardinale Bertone, nel 2007, non lo volle presidente della Cei: “Così mi hanno riferito. Forse perché faccio discorsi difficili da capire. Un mito che circola da sempre, ma è vero solo in parte, perché la gente trova facile solo quello che sa già”» (Chiara Pelizzoni). Nel 2011 papa Benedetto XVI lo nominò arcivescovo di Milano. «Da arcivescovo di Milano ha sfondato il muro di separazione tra società e Chiesa riempiendo per due volte piazza Duomo con spettacoli capaci di parlare di Dio con un linguaggio universale. “Un gesto di preghiera reso vivo da cori, canti, musica”. E a Milano ha portato papa Benedetto XVI e papa Francesco. “Papa Benedetto è stato anche a Venezia quando ero patriarca. Sono stato fortunato. E, sì, forse c’è anche il riconoscimento del lavoro fatto”» (Barbara Gerosa). In seguito alla rinuncia di Ratzinger («come prendere un pugno nello stomaco»), Scola fu insistentemente indicato dalla maggior parte degli organi di stampa quale suo naturale successore. «Una fake news, costruita in modo tale da sembrare la più plausibile». Addirittura, pochi minuti dopo l’annuncio dell’elezione di Begoglio, un improvvido comunicato della Cei espresse «gioia e riconoscenza» per l’ascesa di Scola al soglio pontificio. «Non ho mai creduto alla possibilità di diventare papa. E quindi non ho sofferto per questo motivo. Devo ammettere però che, sulla base di quel che hanno scritto i giornali, io ho subìto una certa emarginazione. Dopo il conclave sono stato considerato l’avversario che ha perso la sfida con Bergoglio, il cardinale nostalgico dei papi precedenti, l’uomo del passato. E questo ovviamente non mi ha fatto piacere». Il 7 luglio 2017, accogliendo la rinuncia presentata da Scola al compimento del settantacinquesimo anno d’età, papa Francesco lo sostituì alla guida dell’arcidiocesi di Milano con Mario Delpini. «È tornato alle sue umili origini il cardinale emerito Angelo Scola. Come dopo un lungo percorso che si chiude, così uno degli uomini più potenti della Chiesa ha reso omaggio al detto evangelico che occorre spogliarsi delle ricchezze terrene per poter bussare alle porte regali. Oggi Scola, dopo essere stato arcivescovo di Milano e a un passo dal soglio pontificio (circostanza che con molta determinazione nega sia mai avvenuta), vive nella canonica di Imberido, frazione di Oggiano, non distante da dove è nato. […] “Sono contento di non vivere più sotto i riflettori ma di fare il prete. Alla mia età vivere in una dimensione appartata significa chiedere la grazia che il desiderio di vedere il volto di Dio la vinca sull’uggiosa preoccupazione della morte”» (Gnoli) • Autore di numerosi saggi e di un’autobiografia scritta con Luigi Geninazzi, Ho scommesso sulla libertà (Solferino, 2018) • «Il suo libro preferito? “L’uomo senza qualità di Musil. Lo riprendo in mano spesso”. Il film? “Kolja. Per la forza del linguaggio e perché fa vedere come un frammento del desiderio di Dio è sempre presente nel cuore dell’uomo”. La canzone? “Il Concerto n. 27 per pianoforte di Wolfgang Amadeus Mozart”. Ha scelto il più libertino dei compositori. “È di gran lunga il migliore”» (Zincone) • Milanista • Colore preferito il grigio. «Lei sa quante sfumature di grigio può dipingere su un paesaggio uno specchio di lago? Da ragazzo ne ho contate otto o nove. Per questo noi lacustri siamo tentati di essere almeno un poco crepuscolari, se non romantici» (a Umberto Folena) • «La prima cosa che colpisce di Angelo Scola […] è come si sposino nella stessa persona il rigore dottrinario e il calore umano. […] È un intellettuale, che ha tenuto testa a Joseph Ratzinger e a Hans Urs von Balthasar nelle discussioni teologiche. Eppure ha un tratto gioviale, diretto, da uomo del popolo; quale è» (Cazzullo). «Un uomo di lago, […] duro, forte fisicamente, sbrigativo, algido secondo alcuni, timido e concreto per altri, uno che non ti abbraccia, che magari suscita affetti ma che non dà mostra di ricambiarli» (Verdelli) • «Da cardinale, Scola è andato costruendo […] un proprio sistema di pensiero, dalle fondamenta ben piantate nei papati di Wojtyła e di Ratzinger, ma con forti elementi di autonomia. Un sistema incentrato attorno ad alcune parole-chiave. A partire dalla “vita buona”. […] La sua idea è che il cristianesimo non penalizza le passioni, i desideri, financo gli istinti; anzi, esalta l’umanità, la differenza tra uomo e donna, l’attrazione per il bello. […] Questa è per lui la vita buona: la forma più alta di libertà, in cui il voler essere e il dover essere coincidono – si vuol fare ciò che si deve fare –, animata dall’amore per il bello, il bene, il vero, l’eterno. Perché “non c’è amore senza promessa, non c’è promessa senza ‘per sempre’, e non c’è ‘per sempre’ se non sino alla fine, sino e oltre la morte”. […] Altri due concetti fondamentali. La “nuova laicità”, quasi un manifesto del modo della Chiesa moderna di stare nella società e partecipare alla discussione e alle decisioni politiche: senza creare un legame con un partito, senza pretendere obbedienza, ma anche senza rinunciare a esprimere la propria posizione e ad auspicare che il legislatore la recepisca. E il “meticciato” – non una scelta, ma un fenomeno storico con cui fare i conti –, agli antipodi sia dei retori del relativismo culturale sia dei nemici della società multietnica» (Cazzullo) • «Sul consumismo: “Lo stile di vita dell’Occidente tende all’osceno”. Sulla bioetica: “Anche la medicina a volte s’ammala”. Sugli ogm: “No all’imperativo tecnologico secondo cui tutto ciò che si può fare si deve fare”. Sui politici: “Se guardassero alla profonda radice di saggezza del popolo italiano, allora l’indice di litigiosità s’abbasserebbe”. Sugli scioperi con blocchi stradali: “Il diritto della forza non può sostituirsi alla forza del diritto”. Il patriarca ha le idee altrettanto chiare sull’islam: “Categorie come reciprocità e tolleranza non bastano più. La compenetrazione planetaria ha bisogno di un nuovo ordine mondiale. L’integrazione con il mondo musulmano o avverrà in Europa o non so dove potrà avvenire”» (Lorenzetto) • «Se oggi il cristianesimo è meno incidente, è perché ha perso il suo pungolo. E il suo pungolo, come diceva Kierkegaard, è la contemporaneità. Cristo mi può salvare solo se mi è presente. Un giudizio sul presente mi fa dire che per quanto travagliato possa essere non fermerà l’offerta eucaristica di Gesù alla libertà di ogni uomo» • «Non le pesa il celibato? “Al contrario, penso che questa tradizione della Chiesa latina sia un ideale da custodire. Ogni amore è drammatico. Implica un possesso nel distacco. Il sacerdote celibe insegna a chi lo avvicina che il sacrificio è per il bene del desiderio e che il dovere rettamente inteso non si oppone al volere”» (Lorenzetto) • «Se non avesse fatto il prete cosa le sarebbe piaciuto fare? “Forse avrei fatto il politico, come mio fratello. Ma è solo una labile immagine. Per grazia di Dio sono contento della scelta compiuta”. […] Le ha pesato, o ritiene che sia stato comunque un limite, essere identificato come un’espressione fondamentale e organica di Comunione e liberazione? “No di certo. Anche perché mi sono sempre attenuto a quanto mi disse don Giussani in un dialogo subito dopo la nomina a vescovo di Grosseto: ‘Adesso tu fai il tuo e noi facciamo il nostro’”» (Gnoli) • «A chi rivolge il suo ultimo pensiero la sera prima d’addormentarsi? “Fin da bambino la mia mamma mi ha insegnato a rivolgerlo alla Madonna. Teneva fra le braccia Gesù in fasce e lo prese fra le braccia cadavere ai piedi della croce. C’è qualcosa di più tenero a cui consegnarsi prima di questa strana parentesi del sonno?”» (Lorenzetto).