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 2025  novembre 07 Venerdì calendario

Biografia di Sandro Mazzola (Alessandro)

Sandro Mazzola (Alessandro), nato a Torino l’8 novembre 1942 (83 anni). Ex calciatore. Centrocampista e attaccante. Ex dirigente sportivo. Con la Nazionale fu campione d’Europa nel 1968, vicecampione del Mondo nel 1970 (in tutto 70 presenze e 22 gol). Con l’Inter vinse quattro scudetti (1963, 1965, 1966, 1971), due coppe dei Campioni (1964, 1965), due coppe Intercontinentali (1964, 1965). Secondo nella classifica del Pallone d’oro 1971 (dietro l’olandese Johan Cruyff), 8° nel 1965 e nel 1970, 10° nel 1967 ecc. Nel 2005 l’Uefa premiò un suo gol segnato l’8 dicembre 1966 contro il Vasas Budapest come il più bello in cinquant’anni di coppa Campioni/Champions League.
Vita «L’8 novembre di 80 anni fa era la domenica in cui suo padre, il divino Valentino granata (1919-1949) segnava il gol più bello del 5-0 che il Torino rifilò alla Fiorentina, con i viola che con il n “6” schieravano il futuro ct della Nazionale dell’epica “staffetta” Sandro Mazzola-Gianni Rivera: Ferruccio Valcareggi. Parliamo della staffetta azzurra di Messico ’70, “il più grande rimpianto della mia vita da calciatore, il Mondiale perso contro il Brasile di Pelè”, sottolinea da sempre Mazzola» (Massimiliano Castellani) • «C’era una volta, un’Italia bella che usciva dalla guerra e che aveva tanta fame, come me e mio fratello Ferruccio. In Porta Ticinese, da ragazzini vendevamo le sigarette di contrabbando per tirare su qualche lira…» (ad Avvenire) • «A un certo punto, l’etichetta di figlio del leggendario Valentino divenne quasi ingombrante. Sandrino Mazzola era nato a Torino, dove il padre era il leader della squadra granata destinata alla storia. Presto i genitori si separarono, lui rimase col padre, facendo da mascotte nelle partite casalinghe. Quando l’aereo della squadra si schiantò a Superga aveva appena sei anni. Si ricongiunse alla madre, a Cassano d’Adda, e al più giovane fratello Ferruccio e cominciò presto a sentire il richiamo del sangue per la sfera di cuoio» (Carlo F. Chiesa) • «Quanto pesava chiamarsi Mazzola? “Per me era un infinito orgoglio, una favola che s’è interrotta troppo presto. Non avevo ancora realizzato che mio padre aveva lasciato mia madre, che abitava a Cassano d’Adda con mio fratello, e io stavo con lui e la nuova compagna a Torino”. Né poteva realizzare il disagio di un viavai di carte bollate, avvocati, carabinieri, per stabilire con chi dovessero vivere i figli di Valentino e perfino il luogo dove seppellirlo. Il 20 aprile del ’49, a pochi giorni dalla tragedia di Superga, Mazzola aveva sposato a Vienna la diciannovenne Giuseppina Cutrone. Non si poteva divorziare, allora, e come molti italiani Mazzola per l’annullamento del matrimonio precedente s’era rivolto al tribunale di Ilfov, in Romania. “Per me era un orgoglio, un punto di riferimento. Nelle squadre giovanili giocavo col suo numero di maglia, l’8. E non mi sentivo una punta, è stato Herrera a inventarmi attaccante. Più o meno consciamente, cercavo di essere come mio padre. Una volta in prima squadra, il 10 toccava al regista ed era già sulla schiena di un grandissimo come Luisito Suarez. Avrei accettato qualunque maglia pur di giocare in prima squadra, dopo aver rischiato di andare al Como, perché all’inizio il Mago non mi vedeva granché bene. È stato Moratti padre a impormi, all’inizio seconda punta dietro a Hitchens, poi prima punta. Ma per anni, molti anni, ho sentito un sacco di gente mugugnare: quello lì, quel magrettino lì se si chiamasse Brambilla sarebbe ancora all’oratorio. Quello lì ha solo il nome, di suo padre, il resto è fuffa. Quel fil di ferro non è da Inter. È una musica che m’ha accompagnato da quando Lorenzi mi portò all’Inter, e fino alla certezza di essere titolare. Devo tutto ad Angelo Moratti in primis, e poi a Herrera”» (a Gianni Mura) • «“Dopo una perdita del genere impari a non piangere più... Spesso papà l’ho ritrovato nei sogni, che faccio ancora, ad occhi aperti. Rivedo di quando palleggiavamo assieme in allenamento o mentre ci cambiavamo felici nello spogliatoio del Torino: avevo il mio stipetto di fianco al suo, ci tenevo la maglia granata e i calzoncini bianchi”. Il giorno della morte del padre, il piccolo Sandro era con la “dama bianca” e accadde un fatto molto strano. “La compagna di mio padre mi mise su un’auto e partimmo da Torino, non so per dove. Ricordo solo che mi tenne nascosto in un mulino... Crescendo ho capito che, in pratica, quel giorno ero stato rapito. Mia madre, che viveva a Cassano d’Adda, aveva allertato carabinieri e tifosi. Mi vennero a cercare e quando mi trovarono accadde un fatto ancor più strano: nessuno che mi abbia detto, ‘sai, il tuo papà è morto’… Quel giorno ho scoperto di avere un fratello più piccolo, Ferruccio”. Due “tusi” cresciuti per le strade di Milano e portati all’Inter da Benito Lorenzi, detto Veleno ‘che fece di me e Ferruccio le mascotte nerazzurre, così dal cielo gli arrivarono due scudetti di fila...”» (a Massimiliano Castellani) • «È vero che il mitico Puskas le parlò di lui dopo la finale di Coppa dei Campioni del 1964? “Battemmo il Real Madrid a Vienna e io segnai due gol. Dopo la partita, aspettai Puskas davanti alla porta del loro stanzone: uscì, mi venne incontro e mi disse ‘bravo, io ho giocato con tuo padre e posso dire che forse sei degno di lui, forse’. Non capii più niente dalla gioia”. Erano in tanti a raccontarle di Valentino? “Gianni Brera mi disse che era stato il più grande giocatore italiano della storia. Anche per Boniperti era così. La Juve cercò due o tre volte di comprarmi, ma io quella maglia non avrei mai potuto indossarla. Un altro che mi parlava di papà era l’artigiano calzolaio di via Olmetto, a Milano, che gli cuciva gli scarpini da gioco. Ci andai anch’io: ero solo un ragazzo, e dopo si trattava di pagarle. Risparmiavo 25 lire a settimana sulle corse dei tram che l’Inter mi rimborsava, andavo a piedi e così mi compravo le scarpe. Oppure, me ne facevo passare un paio da qualche giocatore più anziano, solo che mi andavano sempre larghe. Quando finalmente diventai titolare, quell’artigiano le scarpe me le fece gratis“. Per molti anni, lei non ha voluto parlare di Valentino Mazzola: perché? “Mi sembrava di non essere degno, in fondo che c’entravo? Un dolore grande che preferivo tenere per me.Poi s’invecchia e le cose cambiano”»(a Maurizio Crosetti) • «I primi calci nella Milanesina, la squadretta dell’oratorio, e l’interessamento di Benito Lorenzi, compagno di Nazionale del padre, che fece ingaggiare Sandrino e Ferruccio come mascotte dell’Inter tricolore di Foni, furono l’anticamera del provino per i colori nerazzurri. A 14 anni Sandrino entrò a far parte della grande famiglia, ma a diciannove si sentì snobbato dai tecnici e andò a Torino col patrigno, Piero Taggini, a chiedere invano un provino granata all’ex presidente Ferruccio Novo. Due mesi dopo, per protesta, Moratti mandava in campo la squadra ragazzi per la discussa ripetizione della partita con la Juventus, il 10 giugno 1961, concedendogli l’esordio, condito dall’unico gol (su rigore) dell’1-9 finale. Helenio Herrera mise gli occhi su di lui e lo convinse a cambiare ruolo: non più centrocampista di regia, ma interno di punta, a sfruttare le rasoiate del suo dribbling. Un’altra presenza nella stagione successiva, poi il lancio in prima squadra. Scontento della lentezza di Maschio, il Mago lancia il ragazzino dal cognome esagerato e nasce una stella» (Carlo F. Chiesa) • «C’è solo l’Inter, l’inno del club dedicato all’avvocato Peppino Prisco, gli svicola addosso perfettamente. “Eppure potevo andare alla Juve, alla Roma e anche al Milan – racconta ancora adesso -. I bianconeri si erano infiltrati ad Appiano pur di convincermi. ‘La Juve arriva dappertutto’ mi disse un vecchio portiere juventino che venne al centro sportivo per farmi parlare al telefono, uno dei primi in auto, con l’Avvocato Agnelli. Una notte a pensarci, poi mia madre mi disse che papà, da capitano del Torino si sarebbe rivoltato nella tomba se avessi accettato la Juventus. E poi l’Inter mi prese quando nessuno mi cercava. Un minimo di riconoscenza…”» (a Matteo Brega) • «In Nazionale emerge la grande rivalità con Gianni Rivera, alimentata anche dalla miopia di alcuni commissari tecnici, Valcareggi in testa, i quali ritengono impossibile la convivenza dei due fuoriclasse. Famosa la staffetta ai Mondiali di Messico 1970» (Germano Bovolenta) • «Basta però con i luoghi comuni, Brera non dava dell’abatino solo a Rivera, ma anche a me e a Giacomo Bulgarelli. E di quel nostro dualismo, confermo, a pagare è stato proprio Giacomo: gran giocatore, più completo anche di Gianni e del sottoscritto. Io e Rivera, comunque, mai stati contro, anzi ci divertivamo a leggere e sentire che eravamo nemici... Un giorno, dopo una riunione del sindacato usciamo assieme dalla Stazione Centrale e i tifosi dell’Inter mi urlano: “Sandro vieni via, cosa cammini con quel milanista lì?”. Un minuto dopo, dei milanisti rimproverarono Gianni allo stesso modo» (a Massimiliano Castellani) • «Cosa pensa che la gente ricordi, di lei? “La correttezza e i gol”. Quali gol? “Quello di Budapest, entrando in porta con la palla. A Vienna, con il Real. A Basilea, con la Nazionale, dopo sette palleggi consecutivi”. Alla fine, non teme di passare alla storia solo per la staffetta? “Abbiamo giocato insieme 50 partite, e si ricorda solo di quelle tre in cui ci siamo dati il cambio: il solito vizio italiano. Fra l’altro, quella staffetta è nata da un mal di pancia”. Ovvero? “Mi colpì la vendetta di Montezuma alla vigilia della partita con il Messico, passai la notte in bagno. Il giorno dopo, Valcareggi capì che potevo giocare solo un tempo e programmò la staffetta. Curioso: si è parlato tanto di una cosa nata per una questione di cacca”» (da un’intervista di Emanuele Gamba) • Il fratello Ferruccio (1945-2013) giocò, seppure con meno fortuna, con Lazio e Fiorentina • A lungo dirigente dell’Inter (e per un breve periodo anche del Torino). Sulla rottura con l’Inter: «Mi aveva chiamato Tosatti alla Domenica sportiva per parlare di mio padre. Invece l’argomento del giorno era Capello, che aveva raggiunto l’accordo con l’Inter ma poi Moratti ci aveva ripensato. Filippica di Tosatti contro Moratti. A quel punto potevo fare due cose: o andarmene, come aveva fatto Bettega ai tempi di Brera, o far finta di nulla, non buttare altra legna sul fuoco. Il giorno dopo il presidente mi accusò di non averlo difeso e fu l’inizio della fine con l’Inter» (a Gianni Mura) • Per anni commentatore per la Rai. Sua la telecronaca della finale del Mondiale 2006, in coppia con Marco Civoli • Insieme a Gianni Rivera, è stato a lungo volontario alla Sacra Famiglia, la stessa struttura a cui è stato affidato Silvio Berlusconi per svolgere i servizi sociali. «Alla fine d’ogni giornata tornavo a casa distrutto. Ci volevano giorni prima che ritrovassi la forza» (ad Andrea Galli) • Sposato dal ’64 con Graziella (conquistata ballando Il cielo in una stanza), quattro figli • «Sandro che continua a seguire il calcio anche se gli manca entrare nello spogliatoio di San Siro, ma resta nella sua casa in Brianza. Adesso guarda crescere il nipotino Valentino. Senza farsi vedere, nascosto dietro un albero. A prendersela con gli allenatori dei ragazzi che si credono tutti Mourinho. O Helenio Herrera che è lo stesso. Sandro che dopo gli anni da opinionista in tv, l’unico a commentare due Mondiali vinti nell’82 su TeleMontecarlo e nel 2006 sulla Rai, ha lasciato da non molto anche gli studi dei programmi sportivi. E fa vita da pensionato. Ma con occhio, orecchie e cuore sempre per la sua Inter. E il suo baffo iconico ci ricorda ancora un’Italia da favola, quella dei Riva e dei Rivera, dei Gimondi e dei Motta» (Carlo Baroni).
Religione Cattolico. «Quando stavo male, mi mettevo in ginocchio e parlavo con Padre Pio. E lui mi ha sempre aiutato ad andare avanti e a superare tutto» (ad Avvenire).
Vizi Fuma il sigaro.