12 novembre 2025
Tags : Roberto Boninsegna
Biografia di Roberto Boninsegna
Roberto Boninsegna, nato a Mantova il 13 novembre 1943 (82 anni). Ex calciatore. Di ruolo attaccante. Vicecampione del mondo nel 1970 (suo il gol del temporaneo pareggio nella finale persa 4-1 con il Brasile di Pelé). In Nazionale 22 presenze e 9 reti. Lanciato dal Varese, si affermò a Cagliari in coppia con Gigi Riva: «La migliore coppia d’attacco del dopoguerra» (Mario Sconcerti). Con l’Inter vinse lo scudetto del 1971, con la Juve quelli del 1977 e 1978 (e la coppa Uefa del 1977). Nel 1971 e 1972 vinse la classifica cannonieri del campionato di Serie A: «In realtà sarebbero tre, perché nel ’74 mi tolgono un gol contro il Cesena, dicendo che era autorete e così vince Chinaglia» (ad Alberto Cerruti). «Il più grande attaccante del mondo» (Gianni Brera).
Vita Figlio di un operaio comunista alle cartiere Burgo. «Bobo, il figlio della classe operaia. Per la gente di Mantova è rimasto sempre il Bobo. Sensibilità del ragazzo che non ha mai dimenticato le sue origini operaie. “Papà Bruno, comunista e sindacalista, aveva lavorato da saldatore alle cartiere Burgo, e lì forse c’aveva lasciato anche la salute: è morto a 61 anni per via delle esalazioni del gas e delle polveri della cartiera” spiegava Bonimba il giorno del suo 70° compleanno quando ai salotti mondani e alle celebrazioni ampollose preferì andare davanti ai cancelli della fabbrica per protestare con i 180 operai cassaintegrati della Burgo. Era lì anche per onorare la memoria di un padre che era stato il terzino della squadra aziendale. “Papà giocava, ma la vera tifosa di calcio in casa nostra era mamma, Elsa. Ogni domenica era fissa al Martelli a seguire il Mantova. Ha cominciato a portarmi allo stadio che era incinta. Al nono mese il custode la vede e gli fa: ‘Oh, signora Elsa, domenica prossima, però, è meglio che va all’ospedale, altrimenti questo bambino nasce qua...’”» (Massimiliano Castellani) • «Fu un bomber cattivissimo. Uno, tanto per dire, che negli annali viene ricordato così: “Centravanti di sfondamento. Spavaldo, persino temerario, micidiale nel tiro da media distanza, sin troppo egoista”» (La Stampa) • Segnò ovunque, a Cagliari (26 gol in 91 partite), alla Juventus (35 in 94 partite), all’Inter (171 in 281). «Per regalare lo scudetto all’Inter, segnò un gol al Napoli rischiando la vita, andando a colpire il pallone a tre centimetri dalla scarpa di Dino Panzanato, 2-1 al Napoli, 21 marzo 1971, e uno in rovesciata al Foggia, che chi va a San Siro non ha ancora dimenticato (2 maggio 1971, 5-0). Più che un centravanti, un uragano» (Fabio Monti) • «Com’era il calcio di Bonimba? “Giocavo con Mazzola e Facchetti nelle giovanili nerazzurre: quando fu l’ora della prima squadra mi hanno scartato. Non piacevo ad Herrera, ma non me l’aspettavo”. Cominciò un giro d’Italia. “In prestito: Prato, Potenza, Varese. Mi spedivano sempre da qualche parte. Dopo sei anni mi cedono al Cagliari”. Che arriva secondo. “E Scopigno mi fa: Siamo in troppi, dobbiamo cedere un attaccante e Riva non se ne vuole andare. Infatti è ancora lì...”. Quindi altro giro. “Rispondo: Me ne vado solo per tornare all’Inter. A Cagliari arrivano Domenghini, Gori, Poli e soldi, cominciano 7 anni bellissimi con uno scudetto e tre classifiche cannonieri. Ma una me l’hanno tolta per un autogol inventato in Tv”. Com’era l’Inter di allora? Problemi con Mazzola? “Alla fine se son tornato all’Inter è stato proprio merito di Sandro. Una volta in Nazionale mi disse ti piacerebbe, eh?, facendo un sorrisetto. E poi è successo”. Poi il Messico. “Con Valcareggi sì che avevo un rapporto difficile. Fui chiamato perché alla vigilia si fece male Anastasi. C’era il dualismo Mazzola-Rivera, Sandro aveva i santi in paradiso. Gianni è stato un signore a giocare quei 6 minuti: Pelè rideva”. Torniamo all’Inter: sette anni da idolo dei tifosi. “E poi ero al mare e mi chiama Fraizzoli: La società ti cede alla Juventus. Ma come la società? Presidente: sopra di lei non c’è nessuno. Niente: volevano Anastasi, dissero che ero calato: Caspita ho fatto 175 gol in 7 anni. Mi minacciarono: o vai, o smetti”. Bonimba bianconero: eresia. “Invece tre anni splendidi, 2 scudetti e una Uefa. Ho rifiutato il rinnovo perché volevo giocare a Mantova, ma poi non se ne fece nulla”. Juve-Inter 2-0, doppietta di Boninsegna. “Era odio-amore. Mi dispiaceva, ma io alla Juve stavo bene. Agnelli ti chiamava a casa per sapere come stavi, indimenticabile”. Eppure stava per finire in fabbrica. “A Potenza non mi pagano: ero lì grazie a Italo Allodi. Chiamai papà chiedendo soldi, lui risponde: Senti, il posto alle cartiere Burgo per i figli dei dipendenti c’è sempre”. Come finì? “Tornai a casa e diedi le sei cambiali insolute da 100 mila lire l’una ad Allodi perché facesse qualcosa. Quei soldi non li ho più visti, poi l’Inter mi mandò a Varese”» (a Marco Lombardo) • «Un campione interista alla Juve, oggi sarebbe impensabile. “All’inizio è stata dura anche per me. Trovo compagni coi quali ci eravamo menati per anni, ma poi con i gol tiro tutti dalla mia parte, anche i tifosi. E in fondo andò meglio a me che ad Anastasi, passato all’Inter al mio posto e poi finito all’Ascoli, perché con la Juve vinco due scudetti e una coppa Uefa. Alla fine sarei rimasto ancora, perché Boniperti voleva rinnovarmi il contratto. Ma ormai mi ero stancato, perché Trapattoni mi lasciava sempre in panchina. E’ stato un grande professionista, che si preoccupava persino dei tacchetti delle scarpe, ma sulle sue scelte è meglio sorvolare. Non gli ho mai perdonato la panchina a Bruges nella semifinale di coppa dei Campioni del ’78. Stiamo perdendo, ma mi fa entrare soltanto nei supplementari e siamo eliminati. Io e Bettega scherzavamo sempre a fine partita e dicevamo: ‘Anche oggi Giovanni non ne ha indovinata una’”» (ad Alberto Cerruti) • «“Bonimba” lo devo a Brera. A San Siro gli ho chiesto perché. Perché hai il culo basso e quando corri mi ricordi Bagonghi, nano da circo. Ho incassato guardandolo come per fargli capire che coi miei 176 centimetri ero più alto di lui. Poi Brera scrisse sul Giorno, più o meno: è inutile che Bonimba mi guardi dall’alto in basso, nano l’ho battezzato e nano resta. Un nano gigante, però» (a Gianni Mura) • La sua carriera sportiva si è più volte incrociata con quella di Pietro Anastasi. «Estate 1976, stavo villeggiando in Versilia, mi ero appena seduto al ristorante del mio hotel quando arriva un cameriere agitatissimo: “C’è il presidente Fraizzoli al telefono della reception”. Cosa vorrà? mi chiedo senza minimamente sospettare la botta che sta per arrivarmi. “Uelà Bonimba, ho da darti una grossa notizia: ti ho ceduto alla Juve, organizzati per raggiungere Torino… La Juve ci dà Anastasi e vuole te in cambio”. (...) I nostri destini, mio e di Pietro, si erano già incrociati a livello di Nazionale. Nel 1968 lui, al primo anno di Juve, si era laureato campione d’Europa sostituendo proprio me, non convocato per motivi disciplinari: maltrattando un arbitro avevo rimediato una squalifica di 11 giornate, poi ridotte a 9, e il c.t. Valcareggi per anni non mi chiamò in azzurro. Poi però nel 1970 io andai in Messico proprio grazie a Pietro, che alla vigilia della partenza della nostra spedizione, dalla quale ero rimasto escluso, dovette sottoporsi a un intervento chirurgico» (a Nicola Cecere) • Duraturo ed extracalcistico il sodalizio con Gigi Riva. «Come fratelli, abbiamo diviso per due anni la stessa camera, poi mi sono sposato ma siamo rimasti amici. In campo ci mandavamo spesso a quel paese, questione di temperamento. Un giorno giochiamo in Mitropa a Skoplje e c’è invasione di campo, noi due siamo i più lontani dallo spogliatoio. Nenè fa in tempo a infilare la porta e chiude a chiave, e noi fuori a urlare “apri, deficiente”. E intanto arrivavano i tifosi, sembrava un film con Bud Spencer e Terence Hill. Ne abbiamo stesi un sacco, ma ne abbiamo anche prese. Ma la paura più grande non è stata lì, ma quando Gigi m’ha proposto un giretto in macchina verso Villasimius. Aveva un’Alfa Quadrifoglio truccata. Non c’erano le cinture. Curve su due ruote. Il giorno dopo ho fatto l’assicurazione sulla vita» (a Mura cit.) • Idoli giovanili: «Avevo un debole per Skoglund, era una bellezza vederlo giocare. Poi c’era Lorenzi, l’altro mio idolo, a cui sentivo di assomigliare molto. Sia perchè giocava all’attacco, sia perchè era un rompiscatole» (a Nicola Calzaretta) • Avversari: «Il più bravo e corretto di tutti, Guarneri. I più rognosi, nell’ordine: Spanio, Rosato, Galdiolo, Morini. Di quelli che ho incontrato, troppo facile dire Pelé o Gerson, Rivelino o Jairzinho. Sto in Europa: Overath in cima, poi alla pari Beckenbauer e Crujiff» (a Mura cit.) • Dal febbraio 2012 fino al termine della stagione è stato osservatore all’Inter, squadra per la quale fa il tifo da sempre e della quale dice di essere tuttora «innamorato al 100 per cento» • Annovera anche una piccola carriera da allenatore delle giovanili della Nazionale prima e del Mantova poi. «Ho fatto per 13 anni il ct dell’Under 21 di C. Meglio che fare l’allenatore, perché da selezionatore se un giocatore rompe i coglioni non lo convochi più, mentre da allenatore te lo devi tenere almeno un anno. Ho scovato gente come Toldo, Abbiati, Amelia, Fortunato, Barzagli, Iuliano, Bertotto, Di Biagio, Iaquinta, Montella e Toni, che era riserva nel Fiorenzuola e che chiamavo sbrindellone caracollante. Mi aspettavo qualcosa di più dalla federazione ma non mi lamento, so di essere stato un privilegiato» (a Mura cit.) • «Qualche anno fa Moratti mi vuole come team manager. Parto per Milano ma in autostrada la segretaria avvisa che ha un contrattempo. Mai più sentito, poi han preso Cordoba. E la finale di Madrid? Mi invitano sull’aereo dei giocatori, poi mi telefonano: Non c’è posto, può viaggiare coi dipendenti. Son rimasto a casa» (a Lombardo, cit) • Sposato con Ilde, due figli, Gianmarco ed Elisabetta.
Politica «Dovrei dire “compagno centravanti”? “Lascia stare, la definizione l’hanno coniata per Sollier. Io non ho mai avuto problemi, nemmeno con Agnelli e Boniperti che certamente non la pensavano allo stesso modo. Non facevo comizi, ma non ho mai nascosto da che parte stavo. E da che parte potevo stare? Mio padre era nel consiglio di fabbrica, alla Burgo. Bastava che facesse un fischio e si fermava il reparto. Aveva perso tre dita sotto una pressa, così in guerra non c’era andato. Ma in fabbrica avevano un bel po’ d’armi nascoste. Tutte cose che ho saputo da altri. Era un omone, mio padre. Parlava poco ma lasciava il segno. Mia madre era più estroversa. E tifava Mantova anche con me in pancia. Al cancello dello stadio l’hanno bloccata che era all’ottavo mese, preoccupati. Elsa, non vorrai mica farlo qui? Te sta tranquillo, disse lei, mi sono portata appresso la levatrice”» (a Gianni Mura).
Curiosità Ha avuto una piccola parte nel Don Camillo di Terence Hill (1983) e recitato un breve cameo, nel ruolo di un monatto, nell’adattamento televisivo de I promessi sposi di Salvatore Nocita (1989). «Un giorno mi telefona Facchetti. Bobo, c’è il regista Salvatore Nocita, un interista vero, che girerà a Mantova un pezzo dei Promessi sposi, sceneggiato tv, e ha pensato a te. Che parte dovrei fare, Giacinto? Il monatto, quello che carica gli appestati sul carretto. E perché non lo fai tu? Perché io sono alto, bello e biondo. Così ho fatto il monatto, senza pensare di essere basso, brutto e moro. E mi sono anche divertito» (a Mura, cit.).