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 2025  novembre 13 Giovedì calendario

Biografia di Francesco Pannofino

Francesco Pannofino, nato a Pieve di Teco (Imperia) il 14 novembre 1958 (67 anni). Attore (50 film al cinema, di cui 7 cortometraggi; 54 produzioni televisive tra programmi, serie, film, documentari; 22 produzioni teatrali). Doppiatore e direttore del doppiaggio. Quanti personaggi hai doppiato? «Non lo so. Qualche migliaio» [A Massimo M. Veronese e Alessio Silvi, Vix Vocal]; Tra gli svariati attori a cui ha prestato la voce spiccano particolarmente George Clooney, Denzel Washington e Kurt Russel, da lui doppiati in decine di film.
Titoli di testa «Tutto sommato è quello che dobbiamo fare: dare emozioni alla gente; il che significa far ridere, piangere, spaventare, commuovere, tutto. Far sentire vivi. Lo faccio apposta. Se il pubblico non si emoziona… non va bene» [Donatella Ferrario, Famiglia Cristiana].
Vita Ha origini pugliesi: il padre Andrea è un carabiniere originario di Cisternino, la madre Angela una sarta di abiti da sposa nata a Locorotondo. Ha un fratello, Natale, detto Lino (tra mille cose, autore televisivo) • «Mio padre diceva che nella vita bisognava fare quello che ci piace. Lui era un autodidatta, avrebbe voluto studiare ma essendo il primo di otto figli, mio nonno non avendo le possibilità economiche, per correttezza nei confronti dei fratelli e per equità non glielo permise. Un cruccio che durò tutta la vita» [Il fratello a Giò Di Sarno, opinione.it] • «Mia mamma, una donna molto energica che ha saputo tirare su due figli maschi abbastanza scatenati» [A Caterina Balivo, Vieni da me] • «Mio padre non era uno che faceva tanti discorsi, ma mi ascoltava molto. L’esempio me l’ha dato vivendo» [Mio papà, un carabiniere] • Quando Pannofino compie cinque anni la famiglia si sposta a Imperia. Lì frequenta le scuole elementari e medie • Frequenta (su insistenza della madre, donna «molto pia») l’oratorio e la chiesa dei frati cappuccini. Fa il chierichetto: «la Messa è uno spettacolo teatrale. Ed è bellissimo come spettacolo. È chiaro che è una funzione sacra, però è fatto come uno spettacolo teatrale (…) E devo dire che mi sceglievano sempre per leggere i testi sacri: ero quello che leggeva meglio» [Ferrario, cit.] • «A scuola ci esibivamo spesso, eravamo in due o tre, “gli esibizionisti”, e facevamo le imitazioni; io ero sempre quello che faceva ridere di più» [Silvana Mazzocchi, Rep.] • A quattordici anni il padre viene trasferito a Roma. «In una settimana ho capito come funzionava la città, compresi i suoi accenti». Altrimenti? «Sarebbero stati cazzi amari». Senza appello. «Per forza! Era una continua presa per il culo, e non era tollerabile. Non sarei sopravvissuto» [Alessandro Ferrucci, Fatto] • Era un figlio indipendente… «A sedici anni, la domenica, vendevo le bibite allo stadio, e grazie al mio compagno di banco guardavo la partita della Lazio e guadagnavo qualche lira» [ibid.] • Che cosa voleva fare da grande? «Il calciatore. Allora, però, andavano i giocatori olandesi e quelli della mia età erano alti il doppio di me. O ti chiamavi Maradona, o non avevi speranza di sfondare...» [Serra, cit.] • All’università studiava Matematica. «Mi ero diplomato all’Istituto tecnico industriale. L’università mi serviva per rimandare il militare e Matematica aveva pochi esami» [Elvira Serra, Cds] • Abitava in via Fani, dove hanno rapito Aldo Moro… «Già. E quella mattina stavo per andare all’università». Ha sentito gli spari? «Di più: ho visto proprio i morti a terra (…) Prima dell’università andavo sempre all’edicola, così quella mattina. Nel percorso sono passato davanti ai terroristi nascosti dietro le siepi. E poi? «Compro il giornale, lo apro, in basso a destra si parlava della Juventus e della Coppa dei Campioni. Vedo la foto di Zoff e all’improvviso scoppia il bordello» Lei? «Fuggo dalla parte opposta, mentre corro vedo una vicina di casa e la porto via con me (…) era una stagione sociale e politica veramente particolare, di tensione perenne. Ho lasciato l’università anche per questo motivo, e sottolineo anche, perché non avevo molta voglia di studiare». Cosa accadeva? «Se non eri allineato, scattavano i dolori, mentre io sono sempre stato uno di sinistra, moderato» [Ferrucci, cit.] • Già voleva fare l’attore? «No, il giornalista. Scrissi i primi articoli di sport. Poi imboccai la strada della recitazione perché mi pagavano, mentre per gli articoli no» [Francesco Palmieri, Foglio] • «In quel periodo ero l’animatore di tutte le feste, mi piaceva imitare attori come Verdone e Troisi» [rbcasting.com] • L’occasione arriva a vent’anni: sostituire la segretaria tuttofare della Società attori italiani, andata in maternità. «Ero al bar con altri ragazzi. Arrivò un signore e chiese se ci fosse qualcuno disponibile. “Io, io!”, mi buttai. Ci rimasi un anno e mezzo; fu un bel periodo (…). Io mi occupavo del ciclostile, nel frattempo però frequentavo le moviole dove si preparavano le scene per il doppiaggio. E imparai tante cose, per esempio come si fa un piano di lavoro. Mi proposero di diventare assistente al doppiaggio. Il direttore era Aldo Massasso, vide subito che ero un ragazzetto sveglio. Il momento era favorevole, stavano nascendo le tv private e il lavoro aumentava a dismisura» [Mazzocchi, Rep] • «All’inizio i miei genitori erano molto perplessi. Mio padre è morto ancora perplesso, ma contento. Le redini della casa le teneva mia madre: lei invece, entusiasta, subito si è autonominata parte del mondo dello spettacolo (…) amava molto andare a teatro, al cinema. E trascinava mio padre, riluttante, che essendo un buon uomo la accompagnava. [A Silvia Toffanin, Verissimo] • Diventa la voce di decine di personaggi, fiction, serie, cartoni animati. «Un giorno mi chiama Tonino Pavan, leader del Sindacato attori, e mi suggerisce di presentarmi a Trieste al Teatro Stabile, dove si stava mettendo in scena L’affare Danton. “Ci sono trentacinque personaggi e una decina sono giovani. Vai a farti vedere”. Stavo facendo il servizio militare, andai al provino in divisa, ricordo ancora le facce. Però mi presero» [Mazzocchi, Rep] • È il 1982. Trascorre i successivi tre anni a Trieste per apprendere i rudimenti del mestiere [rbcasting.com] • «Ero timido» Quando le è passata la timidezza? «Con il teatro. Ottima terapia. E non servono per forza le dieci o quindicimila presenze in platea: per sentire l’ansia bastano anche solo tre persone sedute, in quel caso capisci cosa vuol dire stare nel mare aperto delle emozioni, la necessità di controllarsi e rallentare la percezione dei secondi» Non teme le prime teatrali? No, sdrammatizzo sempre, e penso: “Vabbè, me tocca andà a lavorà”. E inoltre non sopporto i colleghi eccessivi, quelli che si prendono sul serio, (…) che si sentono artisti» [Ferrucci, cit.] • «La risata del pubblico è come una droga, un appagamento totale, perché significa che il tuo lavoro è arrivato davvero, in maniera tangibile (…). Però, anche il silenzio è molto importante: si affrontano in scena tematiche serie e nessuno si distrae (…). È un silenzio che, come un filo immaginario, ti collega a ogni spettatore. Impossibile scegliere tra queste due sensazioni: il teatro è la somma di entrambe [teatrodellatoscana.it] • Tornato a Roma comincia a lavorare su più fronti: doppiaggio, sceneggiati radiofonici, teatro sia con la Compagnia di Antonella Steni, sia con Gigi Angelillo. Con quest’ultimo e Ludovica Modugno, nel 1989, mette in scena la trasposizione teatrale degli Esercizi di stile di R. Queneau. Una produzione che ha un successo straordinario e che ripeterà per vent’anni [rbcasting.com] • Con il passare degli anni Pannofino partecipa anche al doppiaggio di film importanti, come Gli Intoccabili del 1987. Ma la svolta che lo consacra nell’Olimpo dei doppiatori arriva con Forrest Gump, nel 1993. Fu più la gioia nell’aver doppiato Forrest Gump o la difficoltà nel farlo? «Direi tutte e due. All’inizio si cercava una voce che potesse caratterizzare quel personaggio interpretato così bene da Tom Hanks. C’era la difficoltà di restituire non solo le sue emozioni ma anche le sue espressioni. Hanks si avvaleva di un forte accento dell’Alabama. Da grande attore qual è, si è ispirato a quella parlata con un accento forte del sud degli Stati Uniti, letteralmente irriproducibile in italiano (…) fecero tre provini. Mi dissero che non ero quello giusto, ma quello che si era avvicinato di più e mi presero». L’impaccio e la goffaggine che la parlata di Forrest ha come l’hai costruita? «Mi sono semplicemente riaccostato alla voce di persone che avevano quel tipo di problematica nell’esprimersi. (…) Quello che contava però era restituire l’ingenuità e la poesia di Forrest. Penso di esserci riuscito» [Davide Turrini, Fatto] • Che cosa è il doppiaggio? «La prima cosa da capire è che non si tratta di un lavoro “minore“: con la voce si comunicano moltissime emozioni. Si tratta, in tutto e per tutto, di recitare. Di dare un senso alle battute che stiamo leggendo. E poi c’è da entrare in sintonia con l’attore, i suoi tempi, il suo respiro». Qual è il miglior doppiatore? «Quello che non vuole strafare e non cerca di “farsi sentire“. Il miglior doppiatore è quello che scompare dentro l’altro, l’attore che appare sullo schermo» [Giovanni Bogani, quotidiano.net] • «Come per la traduzione di un libro: ci dobbiamo fidare del doppiatore. Diciamo che è un trucco cinematografico: te ne accorgi solo se è venuto male» [Serra, cit.] • «C’è stato un periodo in cui non mi sceglievano mai, mi ero rassegnato. Ma non ero frustrato, facevo il doppiatore a tempo pieno e il teatro. Quando capitava, mi chiamavano per due pose: il cattivo, il figlio di mignotta, il ciccione» [Fumarola, cit.] • Nonostante questi ostacoli, tramite una gavetta cominciata a metà degli anni ’90 (con piccoli ruoli in Croce e delizia di De Crescenzo e Così è la vita di Aldo Giovanni e Giacomo, oltre a numerose fiction) riesce a mettere in mostra le sue doti anche sul grande e sul piccolo schermo [rbcasting.com] • La svolta arriva con la sitcom Boris, del 2007: in onda sul canale satellitare Fox, con ascolti molto bassi, diventa inaspettatamente un enorme successo di pubblico grazie al passaparola e alla pirateria [next.wired.it] • Quello di René Ferretti è il suo primo ruolo importante, perché arriva a quasi 50 anni? «Lavoravo felicemente fra teatro e doppiaggio da 30 anni. (…) L’idea che si potesse fare sia il doppiatore sia l’attore non era ben vista» [Candida Morvillo, Cds] • Riceve l’invito a partecipare alla puntata pilota dopo essere stato notato in una delle sue recite di Esercizi di stile» [Mazzocchi, cit.] • Quello di René Ferretti è stato per lei un ruolo regalo. «Una fortuna che capita raramente nella carriera di un attore, l’occasione non basta, ci devi mettere del tuo. Ricordo che lessi la puntata pilota da girare per capire se il progetto sarebbe partito e pensai subito che era un capolavoro, perché raccontava attraverso questi personaggi, come lo fa oggi, l’Italia. La serie è una bellissima metafora del Paese, non è una storia circoscritta agli addetti ai lavori di cinema e televisione. Qui si parla dei rapporti tra le persone, c’è molto di più». Cosa le ha regalato negli anni la popolarità di René? «Tantissimo. Tra quelli che vengono a teatro e mi aspettano fuori riconosco dallo sguardo gli appassionati di Boris, mi guardano come fossi Sant’Antonio» [Arianna Finos, Rep] • Si sente affogato dal personaggio? «No, no, adoro René Ferretti» Risposta di prassi… «Lo adoro veramente! Avere tra le mani, tra le corde, una figura come quella di René, è una fortuna rarissima. Non capita» È il suo reale alter ego… «Siamo quasi gemelli. Quando sono René non sento la fatica, ho il ruolo in pugno, sono io, non mi adatto neanche fisicamente o nel linguaggio» [Ferrucci, cit.] • Nel quadriennio successivo escono altre due stagioni e un film • «Boris è stato il trampolino di lancio, gli addetti ai lavori si sono accorti di me e ho recitato con tutti, Pieraccioni, Licini, Miniero e Genovese, Brizzi» [Cappelli, cit.] • Negli anni successivi a Boris continua a dedica a un turbinio di attività, tra cui spiccano: il ruolo da protagonista nella serie Nero Wolfe, del 2012, dove Pannofino si cimenta non solo con un ruolo complesso, ma anche con l’eredità quarantennale dell’interpretazione di Tino Buazelli [lapronunciaunica.tv]; il film Patria del 2014, nella cui colonna sonora sono inserite canzoni che aveva composto nei tempi morti della lavorazione di Boris (pubblicate poi nell’album Io vendo le emozioni) [rainews.it]; la narrazione in audiolibro della saga di Harry Potter, cominciata nel 2017 «Confesso che quando me la proposero ero poco interessato perché non amo il fantasy. Con la lettura invece mi sono innamorato, perché in Harry Potter c’è tutta la gamma dei sentimenti umani racchiusi in una storia fantastica» [Palmieri, cit.]; l’adattamento teatrale del pluripremiato film Mine vaganti di Ferzan Özpetek, (produzione funestata dall’epidemia Covid-19) [Simone Intermite, domanipress.it] • Nel 2022 torna protagonista nella sospiratissima quarta stagione di BorisFinalmente Boris 4. «Dopo tanti anni abbiamo realizzato il sogno di noi tutti. Una gioia grande. Perché c’è un testo scritto benissimo, per l’armonia e la complicità tra noi. Quando è scomparso Mattia Torre abbiamo pensato che questa avventura fosse finita, ma Mattia ci ha lasciato tanto, abbiamo lavorato anche sulle sue idee». (…) Il divertimento e la fatica: abbiamo trottato per portare a casa questo risultato» [Finos, Rep] • «Credo che soprattutto con l’avanzare dell’età bisogna anche affrontare dei temi un po’ più seri. Laddove la commedia mi piace molto, mi piace far ridere, (…) vorrei però anche far riflettere il pubblico. Insomma (…) cercare di andare un po’ più a fondo. Secondo me è un dovere per gli artisti, cercare di far pensare un po’» [a Giorgia Cardinaletti, Tgunomattina Estate] • Attualmente è in tournée con un nuovo allestimento di Rosencrantz e Guildenstern sono morti.
Curiosità Il primo doppiaggio «Era una serie per ragazzi, e io dicevo una battuta: “Ti fermi o riparti?”» Il più brutto film a cui ti è capitato di lavorare: «Ne ho fatti veramente tanti di film brutti, al punto che li cancello e non mi ricordo manco i titoli». Il più bello? «Forrest Gump» Il più commovente? «John Q». Il tuo doppiaggio più difficile? «L’antagonista nella serie animata Mucca e Pollo». Il personaggio doppiato da te che ti assomiglia di più? «Fred Flintstones» [Veronese e Silvi, cit.] • Una volta ha ricevuto una telefonata da un George Clooney in stato di ebrezza. «Mi fa: “Thank you very much, bravo, bella voce”. E io: “Che fai, impari l’italiano?”. Lui: “Poco, pochino”. “Non farlo troppo bene, sennò io che faccio?”» [Mazzocchi, cit.] • Che film le sarebbe piaciuto interpretare? «Papillon» Nel ruolo di Dustin Hoffman o Steve McQueen? «Steve McQueen, naturalmente!» [Degli Antoni, cit.] • E la sua voce? «La tratto malissimo: urlo, fumo, faccio cinque mesi all’anno di teatro. C’è la tecnica, certo, c’è l’impegno. Ma penso che alla base sia la genetica: la voce di mio padre, stupenda, calda, bellissima» [Palmieri, cit.] • «Io ho frequentato sempre la chiesa: non è che ci vado in modo assiduo, ma sono sempre stato credente (…) appena posso entro in una chiesa e dico una preghiera» [Ferrario, cit.].
Amori Lei rimorchia come George Clooney? «Ma de che! L’unico periodo della mia vita nel quale ho trombato tantissimo, è quando con mia moglie abbiamo deciso di concepire nostro figlio. Per il resto…» Per il resto? «Rimorchiavo più da giovane, e poi non sono un lumacone di natura. Inoltre non mi piace l’idea di quelle che si avvicinano perché pensano di conoscere uno famoso, ma per favore!» [Ferrucci, cit.] • Sposato con la doppiatrice Emanuela Rossi • Primo incontro durante uno spettacolo al teatro Sistina. Poi si trovano a lavorare assieme in sala doppiaggio [A Mara Venier, Domenica In] • Conquistò sua moglie Emanuela Rossi con la voce di Antonio Banderas «Beh, in qualche modo si può dire così: ci siamo conosciuti doppiando Donne sull’orlo di una crisi di nervi, dove io facevo appunto Banderas. A quei tempi si doppiava insieme, nella stessa stanza. Però l’approfondimento lo abbiamo fatto con Forrest Gump» [Serra, cit.] • «Lei era già una star quando io ho iniziato, era la numero uno nel doppiaggio e temevo il confronto artistico. (…) La facevo tanto ridere e a una festa le ho detto “ti voglio dare un bacio”, ma lei mi ha risposto che c’era suo fratello. Ci siamo baciati il giorno dopo, era il 1° aprile» [Venier, cit.] • Si mettono insieme nel 1989 e si sposano nel 1997. Relazione movimentata: «Abbiamo avuto delle interruzioni, ci siamo lasciati e rimessi insieme 10 volte. Lasciati perché abbiamo due caratteri diversi, tornati insieme perché ci amiamo. Ci sono degli ostacoli (…). Ma se si ha stima reciproca è meglio stare insieme» [Venier, cit.] • Ho letto che vi siete sposati due volte «No, non è molto esatto. Ci siamo sposati una volta sola, perché non è che posso pagare il matrimonio ogni volta. Siamo stati un po’inquieti, sentimentalmente inquieti: (…) ci vogliamo bene solo che abbiamo la tendenza allo scontro. Ma adesso meno. Con l’età c’è un po’ più di saggezza» [Balivo, cit.] • Oggi, pur restando sposati, vivono in due case diverse: «Io russo, e lei per farmi svegliare mi dà calci e schiaffi. Sono sempre a casa loro, facciamo vacanze, festività insieme. Ma a casa da solo sto bene, ci sono dei vantaggi perché nessuno ti rompe le scatole. Nessuno ti fa domande, soprattutto di mattina. Da solo nessuno ti chiede niente» [Balivo, La volta buona] • Nel 1998 nasce il figlio Andrea: «Si dà un gran daffare: ha cominciato anche lui a fare il mio mestiere. Quando aveva 17 anni mi disse solennemente che lui l’attore non lo voleva fare e io tirai un sospiro di sollievo. Ma poi invece ha cambiato idea. Gli ho detto che è una carriera difficile, però lui ha deciso di correre il rischio: l’ho visto all’opera e mi sembra che se la cavi benissimo» [Ferrario, cit.].
Titoli di coda «Mi sento sereno, nel senso che quello che ho, a cui ho dedicato tutta la vita, ha avuto un risultato. Questa cosa mi rasserena molto, il non dover cercare per forza il consenso, il successo: quello invece è un problema che molti artisti hanno» [a Nunzia De Girolamo, Ciao Maschio].