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 2025  novembre 14 Venerdì calendario

Biografia di Antonella Ruggiero

Antonella Ruggiero, nata a Genova il 15 novembre 1952 (73 anni). Cantautrice • Co-fondatrice dei Matia Bazar, con i quali ha cantato per 14 anni, fino al 1989 • Quando si sentono certi suoi acuti canori si pensa a un usignolo: così si nasce o si diventa? «Si nasce con un talento, come un matematico che capisce e fa cose incomprensibili ai più, o cose che un essere umano fa e che possono sembrare miracolose. È la natura che ci dota, ci fa un regalo». Per cantare così chissà quante lezioni però… «Ne ho presa solo qualcuna, la prima quando ero piccina piccina e tempo dopo qualche incontro a Genova ancora prima di cominciare nel 1974. Poi l’incontro con una simpatica signora, ex cantante lirica, che mi ha solo detto guardi che lei non può iniziare senza fare dei vocalizzi, servono. Prima di cantare occorrono come gli allenamenti di riscaldamento per gli atleti. Iniziavo sempre a freddo. Riguardo ai miei corsi di canto direi che tutto finisce qui, non ho fatto altro» [a Luca Pavanel, Giornale].
Vita Nata a Genova, nel quartiere di Pegli. «Papà (Lino, artigiano) suonava il flauto (amatorialmente), mamma (Rina) aveva una bellissima voce» [a Caterina Ruggi d’Aragona, Cds] • «Ho avuto una bella esperienza familiare: sono stata figlia unica di due genitori splendidi, che mi hanno sempre sostenuto» [a Giuseppe Stabile] • «In casa si ascoltavano opere e operette, musiche della guerra, degli anni Cinquanta. E io ho sempre sentito musiche legate al sacro. Mio nonno paterno, che viveva in America, amava il jazz nero» [Pavanel, cit.] • Il primo ricordo musicale? «Forse il primo, ero proprio bambina, è il Coro della Sat che risuonava dentro una stanza. Siamo nei primissimi anni Sessanta. Una di quelle cose talmente suggestive che ti entrano in testa e non vanno più via. […] mio nonno, Antonio Cossu, andò via da Padria (Sassari) giovanissimo insieme a mia nonna e non sono mai più tornati. Questo fu per loro un grande dispiacere» [a Alessandro Pirina, la Nuova Sardegna] • «Avevo otto anni e mi trovavo nella Chiesa di Santa Maria di Castello, area medievale di Genova, con mio nonno. Mi aveva portato ad ascoltare l’Organo antico e io l’ho sentito proprio come una persona: le pulsazioni, lo scricchiolio degli elementi interni, dei pedali. E quello che viene fuori è qualcosa di magico. Direi che il mio strumento è proprio questo: l’Organo liturgico antico» [a Irma Ciccarelli, Milano Weekend] • Da ragazza per un po’ lavorò come disegnatrice. «Portavo avanti passioni come la pittura e il disegno, appunto, la creatività attraverso la mano. Andavo molto spesso, quando ero ragazzina, a vedere le statue del cimitero di Staglieno che ha delle opere d’arte straordinarie, come del resto quelli di Milano e Venezia. Guardavo quelle sculture realizzate da mani sconosciute, perlopiù, per ricordare le persone di famiglie ricche. Ma ricordo anche la statua che si era fatta fare una vecchina che aveva speso i suoi risparmi per questo. Per tutta la vita ha venduto caldarroste» [Pavanel, cit.] • Nel 1975 «successe che un amico mi portò a sentire la Pfm, nello stesso cinema in cui nonno Antonio mi faceva vedere i film storici che mi annoiavano tantissimo. A fine concerto il mio amico mi trascinò nei camerini e disse a due del gruppo “Sapete che questa ragazza ha una voce pazzesca?”. Io lo tiravo per la giacca intimandogli “Stai zitto!”. Ma lui continuava…» [Ruggi d’Aragona, cit.]. Cosa ha cantato? «Without you, del gruppo inglese Badfinger, portato al successo internazionale da Harry Nilsson. E You’ve got a friend, di Carole King» [a Massimo Calandri, Rep] • «Qualche giorno dopo io, riluttante per carattere, mi trovai a fare le prove con quelli che nel giro di pochissimo sarebbero diventati i miei soci, con un successo immediato». Nascevano i Matia Bazar, nome inventato da lei. «Scelsi Matia perché volevo un nome senza genere, come Andrea. Bazar dava il senso di una moltitudine che faceva musica. Iniziammo con la prog, poi ci spostammo sull’elettronica, e quello è stato il periodo per me più interessante» [Ruggi d’Aragona, cit.] • Si ritrovò su un furgone a girare il mondo. «Sì perché non ci fu un vero provino: intonai un brano, mi dissero “va bene” e cominciammo a fare concerti. Una follia a pensarci oggi, però azzeccammo tutto». A cominciare dal nome. «Loro erano già un gruppo ma si chiamavano in un altro modo. A me piacque quel Matia, che non è né femminile né maschile». In quell’anno imbroccaste subito un successo: «Stasera che sera, restare tutto il tempo con te». Voce strepitosa, atmosfere surrealiste. «L’alchimia funzionava. Non ci fermammo all’Italia ma cominciammo a girare il mondo. Ricordo la prima volta in Giappone: avevo poco più di vent’anni, all’epoca non c’erano di certo i telefonini, dovevo però chiamare casa» [a Roberta Scorranese, Cds] • Nel 1978 «a Roma, poco dopo l’uccisione di Aldo Moro, correvamo in auto verso l’aeroporto a Roma perché pensavamo di perdere l’aereo. La Polizia ci fermò e con i mitra spianati ci fecero scendere e chiesero i documenti. Era un momento di terrore, soprattutto nelle grandi città» [a Dea Verna, Oggi] • Nel 1984 fecero un tour in Urss. «Migliaia di persone, io in scena e un ragazzo che, eludendo un vero e proprio muro di sbarramento militare, prova a salire i gradini che portano al palco. In mano ha un fiore. Accidentalmente fa cadere il mio microfono. Ho visto le guardie precipitarsi ad afferrarlo e a rimetterlo al suo posto, in maniera violenta. Per quei ragazzi la musica occidentale era ossigeno, conoscenza, scoperta. Vita» [Scorranese, cit.] • Nel 1989 lascia i Matia Bazar «per una scelta personale, indipendente alla nascita di mio figlio (come qualcuno ha scritto)» [Ruggi d’Aragona, cit.] • «Li ho avvisati un anno prima con una lettera. L’ultimo concerto a Milano. Niente lacrime, abbracci: non volevo si trasformasse in un’opera tragica» [Calandri, cit.] • «La routine dei concerti, delle prove, delle trasferte mi avevano stancato, forse anche inaridito» […] «Gli altri compagni di band hanno fatto fatica a capire». Non ha più sentito il resto della band, negli anni successivi? «Ci siamo rivisti ai funerali di due di loro, purtroppo» [Scorranese, cit.] • Cosa le ha tolto quell’esperienza con i Matia Bazar? «La quotidianità, sicuramente. Quella te la dimentichi» [a Gaspare Baglio, Rolling Stone] • Passò i successivi «sette anni facendo altro. […] ho viaggiato a lungo, India, Asia, Nordafrica». Che cosa cercava? «Idee, suggestioni. Studiavo le voci delle donne indiane» [Scorranese, cit.] • Torna sulla scena nel 1996, il suo primo album da solista si intitola Libera. «L’ho realizzato quasi del tutto in India, ed è stato interessante vedere le modalità di lavoro di un’India precedente alla tecnologia. L’ultima volta sono stata là nel 1996, l’ho vista ed era ancora molto bella, poi ci sono state le avvisaglie di un grande cambiamento e non mi ha più interessato andarci. Vivevo con la gente, i musicisti indiani, non dormivo nei grand hotel, ma era quello che da ragazzina volevo fare e non ho fatto». Il ritorno discografico è stato difficile? «No, per niente» [Baglio, cit.] • Lei ha avuto anche il privilegio di cantare un brano di Morricone… «Gli sarò sempre grata per il bellissimo And will you love me che mi offrì di interpretare. Mi invitò a Roma a casa sua per farmelo ascoltare. Fu molto gentile, come sempre: mi descrisse il brano e lo suonò al pianoforte» [a Massimo Iondini, Avvenire] • Ha partecipato a Sanremo 11 volte, 5 con il gruppo (vinsero nel 1978 con …e dirsi ciao) e 6 sola • «Una volta in uno dei Festival di Sanremo da solista, modificai il brano perché mi era andata via la voce, avevo l’influenza e non reggevo certe note». Nessuno se n’è accorto? «No, perché la bravura è anche quella. Ma era inevitabile: una delle cose “sanremesi” è che prima ti fanno fare servizi fotografici all’aria aperta, in riva al mare, in pieno febbraio». Com’è finita? «Sono arrivata seconda» [Scorranese, cit.] • Ha detto di non avere nessuna intenzione di partecipare ancora a Sanremo. «L’ho sempre vissuto come un lavoro da proporre a una grande platea, ci sono andata quando ho avuto qualcosa da dire, non certo per partecipare a un immenso rito collettivo. Anche perché la settimana di Sanremo è molto stressante: tra tutti gli impegni e le interviste, il palco e il canto diventano l’ultimo dei problemi» [a Chiara Moniaci, Amica] • Lei nel 2007 doveva andare al Family Day, ma poi non ha preso parte all’evento. Cosa le ha fatto cambiare idea? «Ero partita per fare musica, poi ho capito quello che c’era dietro e punto. Stop». Quindi non era contro l’estensione di certi diritti? «Io sono per la più totale libertà di espressione, più totale, laddove non c’è violenza di nessun genere. Tutto il resto sono politica e diatribe che non mi interessano e non voglio entrarci» [Baglio, cit.].
Altro Vive tra la Brianza e Berlino • Nel 2001 si è sposata con il suo produttore Roberto Colombo, suo compagno da tanti anni. «Io e Roberto siamo una squadra molto affiatata, direi siamo un’unica persona. Essere uniti nella musica e nella sfera familiare è bellissimo, anche perché alla base di tutto c’è la medesima visione della vita, soprattutto nelle cose essenziali. Tra di noi c’è la giusta intonazione, in tutti sensi» [Iondini, cit.] • Nel 1989 ha avuto un figlio, Gabriele (che non vuole che la madre parli di lui nelle interviste). «Ha studiato Filosofia, ama la musica e fa dell’altro. Vive a Berlino, lavora nel sociale per e con i giovani. Ragazzi che possono avere dei disagi, in una città che a volte è dura seppur molto interessante». Lui sarà il suo primo fan musicale… «Sì, ma ha i suoi gusti, ascolta musica elettronica, altri generi. Senza che noi dessimo indicazioni, quando abitava in famiglia ascoltavamo attraverso di lui musiche che io e mio marito sentivamo a vent’anni, per esempio i gruppi progressive, dai Pink Floyd a Frank Zappa» [Pavanel, cit.] • Lei ha fede? «Cosa intendiamo per fede? Tutte le religioni contengono dei percorsi. Io sono libera da questo genere di cose. Mi rapisce la natura» [Baglio, cit.] • «Ho cani e gatti, in particolare dei gatti riccioluti che sembrano tanti mocio che si muovono per casa» [Scorranese, cit.] • Il suo quadro preferito è Ave Maria a Trasbordo di Giovanni Segantini • Le sue canzoni più belle. «Sono affezionata a due pezzi poco conosciuti: Niente di noi – Il canto dei Catari, tratto da Quando facevo la cantante. E Ave Maris Stella Idi Mark Thomas, tratto da Cattedrali, registrato nella Cattedrale di Cremona» [Calandri, cit.] • Qual è il sodalizio artistico che le sarebbe piaciuto vivere e che le manca? «Avrei voluto collaborare con Arvo Pärt» [Iondini, cit.] • Dice che i cantanti giovani fanno musica ripetitiva, ma le piacciono i Måneskin • Canterebbe mai per Putin? «Ma per favore». […] Che cosa la spaventa oggi? «Il potere in mano ai pazzi. E la prego di scriverlo chiaro: pazzi, pazzi pazzi» [Scorranese, cit.] • «Mi sarebbe piaciuto realizzarmi attraverso l’arte visiva. Ormai non mi dedico al disegno o alla pittura che sono cose molte serie, ogni tanto però visito mostre. Vado a cercare quel che è avvenuto nel passato. Per esempio i primi del Novecento, a Berlino mi piace molto il museo della Bahaus» […] Capita di steccare, anche nella vita. Le è mai successo? «Parlando di musica non mi è mai successo. Mai una volta durante un concerto. Una volta ho cantato a Sanremo con problemi alla voce ma è andata bene lo stesso. Nel resto della mia vita pure, penso di non avere steccato. Direi una vita intonata, se ci sono problemi li affronto, faccio quello che devo fare, finisco e vado via» [Pavanel, cit.].