18 novembre 2025
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Biografia di Marcello Baraghini
Marcello Baraghini, nato a Civitella di Romagna (Forlì) il 19 novembre 1943 (82 anni). Editore. Attivista. Fondatore di Stampa Alternativa. «Sono riuscito a dispiacere universalmente e in modi sempre nuovi» • «Dove sei nato? “Sull’Appennino tosco-emiliano più estremo e povero, nella casa contadina della famiglia di mia madre. Venni al mondo il 19 novembre 1943. Mi raccontarono che dopo pochi giorni, nel bel mezzo di una bufera di neve, fui trasportato in una grotta scavata sotto una quercia secolare, dove passai i primi mesi di vita; mentre nella casa, situata in un punto strategico della Linea gotica, si alternavano il comando tedesco e quello partigiano”. […] “Da bambino ci trasferimmo con i miei a Roma, in una stanza in affitto. Mia madre ormai casalinga a vita, mio padre usciere premiato per la sua fede fascista, recidivo, ma con me muto e discreto in tutto e per tutto. Non l’ho mai capito. Non mi ha mai capito”» (Antonio Gnoli). «Mia madre era violenta. Perché insoddisfatta e repressa, per via del rapporto con mio padre; lui era un alienato. […] Da adolescente io ero un concentrato di disperazione: obeso e balbuziente. Violenze in famiglia, abusi. Abusi, anche sessuali, a scuola dai preti e in oratorio» (a Nicola Feninno). «Mio padre mi costrinse a frequentare ragioneria in una scuola al centro di Roma. Sognava di trasformarmi in un buon mezzemaniche ministeriale, ma io non studiavo. Amavo leggere (nonostante già allora ci vedessi da un occhio solo), e mi appassionai soprattutto alla letteratura russa: Dostoevskij, Gogol’… Conosco a memoria Le anime morte. Poi inciampai nei libri della Bur, la piccola biblioteca Rizzoli, che all’epoca costavano 60 lire. Quando non avevo neanche quelle, pur di leggere rubavo i libri – oppure mi venivano regalati da librai particolarmente sensibili che capivano chi avevano di fronte. Non potevo fare a meno di leggere» (a Giada Arena). «La rivoluzione, ho dovuto iniziarla da me stesso: o mi suicidavo o uccidevo mia madre. Ho scelto una terza via: uscire di casa e riempirmi di droghe». «“Andarmene non fu […] un dramma. Quello che cercavo era una nuova famiglia”. […] I tuoi come reagirono? “Mio padre non fiatò. Mia madre, tra le lacrime, mi disse che l’avrei fatta morire. Ma come immaginavo campò ancora a lungo”» (Gnoli). «“Nei primi anni Sessanta a Roma c’erano una decina di figli dei fiori, saranno stati cinquanta in tutta Italia: io ero un capellone, vivevo per strada, e allora mi unii a loro. Qualcuno era già stato in India, altri portavano i primi acidi da Amsterdam, quasi tutti coltivavano la propria canapa per fumare. Ricordo il mio primo quartino di Lsd, era il 1965 o il 1966: fu un’esperienza sconvolgente, mi cambiò la vita”. […] Come e quando incontri […] Marco Pannella? “Nel 1963. Ero appena scappato dalla mia famiglia, la libertà mi frastornava e cercavo una nuova comunità alla quale appartenere. Andai a una riunione dello Psiup, il neonato Partito socialista di unità proletaria, immaginando fosse pieno di anarchici, libertari – e invece mi delusero: il loro linguaggio era paludato, i giovani sembravano degli anziani. In compenso, sentii parlare di un certo Pannella che aveva appena fondato il Partito radicale. Ne parlavano male, anzi malissimo, e fu proprio questo a incuriosirmi. Andai a citofonare ai radicali e fu lui ad aprirmi la porta. Gli raccontai la mia storia e in risposta mi arrivò addosso un diluvio di parole: non ne capii i tre quarti, ma restai affascinato, quasi ipnotizzato. Era il Pannella migliore, emanava luce. Mi fece lo stesso effetto di alcune visioni da Lsd: era una persona luminosa. Dopo due o tre incontri, mi lasciò le chiavi della sede – ‘Così ti lavi, ché puzzi!’ –, e poi finimmo per abitare nella stessa casa, in quella mansarda in via della Panetteria dove visse fino alla morte. È stato un incontro molto fortunato, per me: se non avessi iniziato a frequentare Marco, mi si sarebbe aperta la strada delle droghe più dissennate – e invece mi sono fermato prima, a quelle belle nottate in cui fumavo spinelli ascoltando la musica per ore, ore e ore”» (Arena). Baraghini partecipò a lungo alle attività del Partito radicale, e insieme a Pannella fu tra i fondatori della Lega italiana per il divorzio (Lid). Nel frattempo, per mantenersi, frequentava anche la redazione del Mondo di Mario Pannunzio. «Pulivo i cessi, facevo il facchino, ma questo mi permetteva di osservare questa scuola di giornalismo, vedere giornalisti che poi divennero famosi: Forcella e Barbato, per esempio, costretti da Pannunzio a riscrivere lo stesso articolo due, tre, quattro volte fino a essere disperati, in lacrime» (a Massimo De Feo). Più intensa la collaborazione con l’Avanti!: «Correggendo le bozze mi innamoro del corpo del libro, della materia del libro. I proto, i linotipisti nella tipografia erano compagni, e in molte ore morte appresi molto del socialismo, anche l’amore per il piombo, e divenni bravissimo a chiudere i giornali in tipografia. Fu lì che decisi che da grande avrei fatto l’editore». «Poi passai all’Astrolabio di Ferruccio Parri. Parri scriveva a mano, di notte, su fogli intestati del Senato. Qualche volta ci incontravamo alle 4 del mattino, mi dava il pezzo da correggere e, prima di salutarci, ci facevamo due chiacchiere e un bicchierino della vodka che gli regalavano i suoi amici di Mosca. Dall’Astrolabio, in quel periodo, passarono Tiziano Terzani, Saverio Tutino, Giampiero Mughini. Ci transitò anche Giancesare Flesca: stava con una tedesca, Rose Marie, si fece la sua storia, poi la lasciò per strada. Lei era disperata. Ci conoscemmo in piazza Navona. […] Nacque una storia di innamoramento, di erotismo, di tutto. Era la fine del 1969. Il nostro appartamento iniziava a diventare un piccolo ritrovo di figli dei fiori. Rose Marie pensava al suo futuro, faceva la disegnatrice per stoffe. Iniziava ad affermarsi. Nello stesso anno mi contatta Luigi Pintor: stava fondando ‘il manifesto’, e non aveva nessuno che sapesse chiudere il giornale in tipografia. Lo chiusi io: tipografia a piombo. Poi partii con Rose Marie per New York: voleva provare a vendere i suoi disegni lì. Troviamo ospitalità proprio da una corrispondente del manifesto. […] Grande successo, soldi. Torniamo a Roma e mi dice: ‘Ok, ora caccia i tuoi amici capelloni dall’appartamento. Dimmi quanti soldi ti servono per sistemarli, così non rompono più i coglioni’. Se ne andò lei. E quell’appartamento divenne il primo fortino di Stampa Alternativa». «Pannella gli fornisce una falsa documentazione per iscriversi all’albo dei pubblicisti. In questo modo può garantire la legalità a qualsiasi rivista clandestina: basta apporre alla propria pubblicazione “Supplemento a Stampa Alternativa. Direttore: Marcello Baraghini”. È la battaglia radicale per la libertà di stampa, contro l’ordine dei giornalisti. […] Nel 1970 fonda Stampa Alternativa. […] “Stampa Alternativa erano 4 appartamenti aperti giorno e notte, a Roma, in via Prato Falcone. Era un quartiere di sottoproletari, con gli orti, i pollai, il negozio di vino sfuso. Un’oasi alla fine del quartiere fascista di Prati. L’urgenza era costruire un’alternativa all’alternativa. Un’alternativa alle spinte autoritarie, che vivevano già nel ’68 e che poi si trasformarono nei gruppi di lotta armata. Iniziammo stampando degli opuscoli: Andare in India, con le notizie utili dei primi italiani che ci andavano, Manuale di coltivazione della marijuana, mezzo milione di copie vendute, Festa continua. E poi Fare macrobiotica: l’autore era il figlio del maestro Pregadio. ‘Froci, capelloni, drogati e macrobiotici’: gli scagnozzi di Erri De Luca, del servizio d’ordine di Lotta continua, ci apostrofavano così. Noi anarchici contestavamo le loro modalità di organizzazione dei concerti: a pagamento, con cartellone proposto da imprenditori che si presentavano in Mercedes. Irrompevamo ai concerti, e loro ‘Vaffanculo, a froci!’, e giù mazzate. E adesso me lo ritrovo, Erri De Luca, che riempie libri con due cartelle di testo, partendo da un versetto dell’Antico Testamento, e spunta dal mare, col tramonto e i gabbiani, in quel film… [ride]”» (Feninno). In quegli anni, in quanto editore, collezionò oltre cento denunce per reati d’opinione. «“Pubblicai un manuale della coltivazione della marjuana, per il quale prima fui condannato a 13 mesi e poi assolto con formula piena; un testo sull’obiezione di coscienza, libretti alternativi sull’India, un manuale contro la famiglia e di autodifesa dei minorenni. Quel libretto mi costò un’altra condanna a 18 mesi. E il sequestro delle copie. Fu spiccato un mandato di carcerazione per apologia dell’aborto”. E tu che cosa facesti? “Scelsi la latitanza, venni a vivere […] nella Maremma grossetana”» (Gnoli). «Prima di lasciare Roma sposo Paola. Quel matrimonio, lo celebra Aldo Bozzi, liberale vero». «Poi ci fu l’amnistia, e io decisi di restare dove ero. Mi trovavo bene, protetto come nei miei primi mesi di vita sotto il cavo della quercia». A fine anni Ottanta, l’intuizione della vita. «Baraghini […] è il geniale ideatore della collana Millelire, libri, sì, ma in forma di opuscoli scarni, a un prezzo irrisorio e con una grafica da urlo. Fu una vera rivoluzione editoriale. […] Perché furono rivoluzionari i suoi librini? “Per la totale originalità di contenuti e per il prezzo accessibile a chiunque, quello di un caffè. Esposi al tipografo l’esigenza, lui prese un foglio di carta, lo piegò e lo spillò. Poi disse: ‘Ecco il tuo libro’. Il primo fu Depero, Prospettive fiabesche di macchine rare”. Era il 1989. “Andavo a vendere i libri a Porta Portese: stampavo qualcosa come 100 copie, subito esaurite. Per uno o due anni, vendevo da solo, in metropolitana, al terminal degli autobus. All’inizio, questa cosa dei Millelire, non la capivano. Poi comprarono i libri per usarli come bomboniere di matrimoni e perfino per funerali. Il discrimine fu Lettera sulla felicità. […] Era arrivato Angelo Pellegrino, un cacciatore di rarità librarie. […] Un giorno disse: ‘Ti regalo Epicuro’. Lo pubblicai subito. […] Corrado Augias intercettò Epicuro, non so se a Porta Portese o in uno degli altri posti improbabili dove andavo. Lo mostrò in tv: ‘Vedete, ragazzi, questo libro? Vale milioni e costa solo 1.000 lire’. Fu un boom”. […] Mi parli di Goliarda Sapienza. Fu il primo che la pubblicò quando nessuno la voleva. “La prima volta ci vedemmo una primavera qui in campagna, era molto vivace, contenta di incontrarmi: Pellegrino [suo marito – ndr] ogni tanto ne faceva il nome. […] Mi fece sapere che lei voleva incontrarmi e parlarmi del suo romanzo respinto dai grandi editori. Mi portò le lettere di chi l’aveva respinto e mi consegnò tutte le mille cartelle dell’Arte della gioia. Nell’arco di tre giorni mi convinsi che fosse indispensabile pubblicarlo. Era letteratura col sangue. Raccontava il Novecento, la sua vita, un popolo: nessuna finzione”» (Lavinia Capritti). Il testo era però molto lungo. «Con la complicità di Pellegrino, inventammo la collana Millelirepiù al prezzo popolare di 5 mila lire. Ci consentì di pubblicare il primo capitolo. Il successo fu tale da decidermi a firmare una montagna di cambiali per il tipografo e pubblicare tutta l’opera». «Nel frattempo la voce Millelire di Stampa Alternativa entra nell’Enciclopedia Garzanti, Baraghini vince il Compasso d’oro per le copertine, unico editore italiano, con il libro supereconomico che si afferma in tutto il mondo» (Luca Pakarov). In tutto la collana vendette oltre 20 milioni di copie. «Tanto successo ti fece diventare ricco. “Macché, non divenni né diventerò mai ricco! Il flusso cospicuo di miliardi richiese investimenti in infrastrutture e gestione finanziaria, che ci trovò impreparati. Le banche, che ci anticipavano i soldi per stampare milioni di copie prima dell’arrivo del denaro dei proventi dalle librerie, ci risucchiarono tutta la redditività. Loro ci guadagnarono. Noi ci indebitammo, carenti come eravamo di gestione finanziaria e di impresa”. […] Il fenomeno dei Millelire durò qualche anno: perché si esaurì? “Fummo letteralmente espulsi dal mercato da una concorrenza che imitò smaccatamente il prodotto, ma stravolgendolo e banalizzandolo. Provai a inventarmi nuove collane, ma non ce la feci, a risalire la china”. Però ancora oggi continui a fare l’editore. “È come una seconda pelle. Si consuma, si stacca e ricresce. C’è una libreria a Pitigliano che è un punto di incontro, c’è Stampa Alternativa che è rinata nella versione di Strade Bianche. Ci siamo inventati, nell’intenzione di proseguire idealmente l’avventura dei Millelire, i Bianciardini. […] Sono libretti smilzi, perfino di otto pagine, redatti nel puro spirito di Luciano Bianciardi e poi del figlio Ettore. Lui pensava a qualcosa che chiamò ‘libri infiniti’, quasi sulla soglia della smaterializzazione. Un’intuizione che ho cercato di seguire, realizzando testi forti e provocanti, al prezzo di copertina di un centesimo”» (Gnoli). «Le nuove regole sono quelle che lui si è dato. “Il mio contratto con gli scrittori ora è di tre righe. L’autore che io scelgo mi dà licenza di gratuità online ancor prima dell’edizione cartacea. Una volta testato il mercato, io riconosco a lui metà della tiratura cartacea, i diritti sono suoi. Stop. Se lo scrittore ha successo e Mondadori lo vuole, lui è libero di andarci chiedendomi di togliere dal mercato oppure no l’edizione cartacea”. E con questo il copyright è liquidato. Secondo passo: “Chi mi obbliga a mettere il codice a barre? Nessuno, e io non lo metto. Già questo mi pone fuori dal mercato”. Terzo: “Mi sono liberato anche del prezzo simbolico: i miei libri si scaricano gratis. Per quelli che stampo chiedo una donazione, dico al lettore: dammi quanto vuoi. E le assicuro che si hanno delle sorprese”. Questo è il percorso alternativo. “Adesso sono nella legalità, forse per la prima volta nella mia vita, eppure non sono mai stato fuorilegge come ora rispetto al mercato, con la licenza degli autori e la loro complicità”» (Paolo Toccafondi) • A Pitigliano organizza ogni estate il Festival internazionale della letteratura resistente, giunto alla XXIV edizione. «Resistere a cosa? “Al regime editoriale da cui mi sono autoescluso e sono stato escluso; ai libri farlocchi e modaioli; alle classifiche per cui tutti aspirano al bestseller come al biglietto della lotteria; agli autori fighetti e impegnati; a quelli che del marketing librario hanno fatto una fede cieca. Ma quando impareremo che leggere è innanzitutto una passione civile che si apprende da piccoli?”» (Gnoli) • Un’autobiografia in forma d’intervista, Balla coi libri. 50 anni di controcultura fra passato e presente. Marcello Baraghini si racconta a Daniela Piretti (Iacobelli, 2023) • «“Aver vissuto i primi mesi della mia vita sotto un albero forse mi ha trasmesso un amore speciale per la terra. […] Tra le altre cose mi piace fare orti, vivere la campagna nel modo più semplice possibile”. […] Ho visto un cartello in casa tua: “Vivi ignorato”. È di Epicuro? “No, è di Gadda, ed è la rielaborazione di una sua frase: ‘Per favore, mi lasci nell’ombra’. Mi rappresenta adeguatamente, come io non saprei dire meglio”» (Gnoli) • «Il cattocomunismo è un regime ancor più di quello precedente, fascista. […] Adesso la sinistra è un cadavere, che si muove, ma è un cadavere, è un’allucinazione» (a Bruno Giurato). «Io, più che anarchico, mi sento un libertario» • «Uno degli ultimi editori puri. […] Un affabile e stravagante visionario» (Gnoli). «Marcello Baraghini ha capito che bisogna vivere nel paradosso, e quindi fuori dalla logica, per raggiungere l’unica coerenza possibile: quella della libertà» (Pakarov) • «C’è un editore cui avresti voluto somigliare? “Angelo Fortunato Formiggini. Mi ispiro ai suoi libri preziosi e provocatorî, che sfidarono il conformismo culturale durante il fascismo, fino a costringerlo, lui ebreo, al suicidio”» (Gnoli) • «Dopo gli anni ’90 la letteratura è morta» • «I libri di qualità sono beni comuni, patrimonio dell’umanità, come l’aria che respiriamo. È cibo per la mente, […] vitale come l’aria e l’acqua pubblica. […] La mente muore senza cibo. I lettori forti, i bibliofili, muoiono per l’età. Se non riusciamo a far leggere i giovani siamo fottuti» • «Col potere le battaglie si perdono sempre. Il punto è perderle meglio. E farle. Farle sapendo che ragionevolmente si perde. Perdere gioiosamente è una vittoria. E la volta dopo si perderà meno. Questo fa implodere le regole del potere» • «È nel mondo della sinistra che è nata la più grande scuola di conformismo della nostra cultura attuale: la Scuola Holden di Alessandro Baricco. Una scuola di scrittura che forma la gente a dimenticare la letteratura e a dedicarsi completamente agli effetti speciali: gente già pronta per lo spettacolo, per trasformare qualsiasi testo in una fiction, in un prodotto di mercato, tutti in fila per un posto a Rai Cinema» (a Nicola Mirenzi) • «L’incarico che la storia mi dà è recuperare quella che io chiamo memoria viva. Cerco una scrittura senza finzioni e orpelli retorici: diversa, cioè, da quella in cui lo stile divora se stesso e mira solo agli effetti speciali. Dove sta scritto che un carbonaio, una contadina o un conciaio semianalfabeta non possano raccontarsi? Bisogna saperli intercettare, è vero, ma non serve un patentino per fare letteratura, men che meno le accademie o le scuole di scrittura. La vita è letteratura» • «“A volte mi sento un ciarlatano che spruzza cortine fumogene, altre un mago che prova ad azzeccare la carta vincente. E aggiungo che sono tutt’altro che un santo, anche se un certo odore di santità mi pare si stia diffondendo intorno a me”. E non sei contento? “Per niente. Baraghini è un radicale da marciapiede e un editore all’incontrario”» (Gnoli) • «Cosa vorresti scritto nel tuo epitaffio? Editore, agitatore culturale, rivoluzionario, sconfitto…? “Non ci ho mai pensato, sai? Forse una frase di Picasso che ho fatto stampare su una maglietta: ‘Ci vogliono molti anni per diventare giovani’”» (Arena).