25 novembre 2025
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Biografia di Ivan Basso
Ivan Basso, nato a Gallarate (Varese) il 26 novembre 1977 (48 anni). Ex ciclista. Professionista dal 1999 al 2015. Vincitore di due edizioni del Giro d’Italia (2006 e 2010), per due volte sul podio al Tour de France (terzo nel 2004 e secondo nel 2005). Campione del mondo under 23 nel 1998. «Per capire quanto dura la felicità di un atleta bisogna contare fino a sei, scandendo bene i secondi. Uno. Due. Tre. Quattro. Cinque. Sei. È il tempo che serve a mettere a fuoco il traguardo, tagliarlo e alzare le braccia. Quando le hai abbassate, la gioia è già scivolata via e tu cominci a chiederti se vincerai di nuovo, oppure è finito tutto lì».
Vita «Il suo primo ricordo, Ivan? “Un triciclo rosso. Me lo regalarono a quattro anni e mi cambiò la vita”. Come? “Ero figlio unico in una famiglia complicata. Mia madre Nives e mio padre Franco gestivano una macelleria, confondevano vita e lavoro e litigavano tanto e sempre. Non capivo le ragioni delle loro discussioni, ma soffrivo le urla e le parole grosse che volavano per le stanze. Il triciclo prima e la bici poi furono le mie ancore di salvezza: per fuggire le urla andavo in fuga e trovavo la pace girando all’infinito in tondo nel cortile”. E poi? “Poi ho continuato la mia fuga passando dal triciclo alla bicicletta da corsa. Prima gara a sette anni, vinta. Seconda il mese dopo nel mio paese, Cassano Magnago, vinta. Vincevo sempre. A quel punto capii due cose”. Quali? “La prima è che mi sembrava di essere nato per pedalare; la seconda che i miei successi avevano un profondo effetto terapeutico sulla famiglia. Quando i miei venivano a vedermi, cioè ogni domenica, erano felici e non litigavano per giorni. La diligenza maniacale nel fare la vita del ciclista che mi ha accompagnato per tutta la carriera nasce inconsapevolmente da bambino per mantenere la pace tra i miei: temevo che se non fossi stato abbastanza concentrato loro sarebbero tornati a litigare. C’è chi comincia a pedalare perché si innamora di una bici bellissima nella vetrina di un negozio; io perché, pur essendo piccolissimo, volevo prolungare all’infinito quella tregua”. Anni belli? “I più belli. La sveglia all’alba la domenica mattina, mamma che mi preparava filetto di manzo e riso in bianco, dal punto di vista dietetico una follia, ma per me una gioia. La bici sul tetto della macchina, la gara, il podio, il ritorno a casa con tutti che sorridevano, anche mia sorella Elisa, nata quattro anni dopo di me”. Capì di essere un predestinato dalle sue vittorie giovanili? “L’ho capito l’8 giugno del 1994 quando la mia maestra delle elementari, che era la moglie di Miro Panizza, uno dei grandi gregari e scalatori della storia del nostro ciclismo, mi portò a Borgo Val Di Taro a vedere la partenza di una tappa del Giro d’Italia. Dal palco della presentazione scese Miguel Indurain, maestoso, altissimo, abbronzatissimo. Un dio. Venne dritto verso di me e mi mise il suo cappellino in testa. Era un’investitura, un segno inequivocabile della direzione che avrei dovuto prendere […] Inconsapevolmente, ero già nel meccanismo”. Quale? “Quello della ripetitività ossessiva, del sacrificio totale. A otto anni come a quindici facevo già vita monacale, mi privavo di tutto quello di cui si nutre un bambino o un adolescente normale e che lo aiuta a diventare uomo: gioco, divertimento, amicizie. Io pensavo solo a diventare corridore, atleta”. […] Vinceva tanto. “Vincevo tanto, quasi tutto: persi un titolo mondiale tra gli juniores nel finale per una foratura, ma conquistai quello dei dilettanti arrivando da solo al traguardo. Venivo acclamato, conteso tra le squadre, coccolato dai tifosi. Ero il ragazzo prodigio che stava realizzando il suo sogno”. Il ciclismo è fatica e dolore. Non la spaventavano così giovane? “La fatica è un concetto sovrastimato. La fatica la puoi allenare, come i muscoli. È faticoso eseguire un compito che non ti piace o non sei capace di gestire ogni giorno. Vale per un professionista ma anche per chi lavora in ufficio”» (a Marco Bonarrigo e Aldo Cazzullo) • «Da giovanissimo è un campione vero, è argento mondiale tra gli Juniores a Forlì (1995) ed è oro mondiale a Valkenburg nel 1998 fra gli Under 23. Ma tutti sanno che è soprattutto un corridore da corse a tappe. Queste vittorie fanno pensare a un campione completo, che pare rappresentare il futuro del sistema ciclistico italiano. Inizia la sua carriera professionistica con cautela, ma nel 2004 arriva la prima brusca accelerazione. Firma con la CSC di Bjarne Riis, una squadra fortissima che crede in lui e al Tour si piazza subito terzo in classifica, a 6’40’’ da Armstrong. Tutti sapevano che Basso fosse forte, ma per i non appassionati vedere questo giovane corridore sfidare il “mostro americano” era incredibile (per noi italiani l’emozione era ancora più forte, dopo quello che era successo a Marco Pantani). L’anno successivo fa ancora meglio, arrivando secondo a 4’40’’ da Armostrong, mentre nel 2006 arriva il suo primo grande successo: vince il Giro d’Italia, conquistando anche tre tappe fantastiche, di cui l’ultima con Mortirolo, Gavia e arrivo all’Aprica» (Jvan Sica) • Nel giugno 2006 fu squalificato fino al 24 ottobre 2008 «per essersi sottoposto a trattamenti ematici senza alcuna finalità terapeutica» • Prima di confessare che il sangue contenuto nelle sette sacche con l’etichetta “Birillo” (il nome del suo cane) proveniva dalle sue vene, passò quasi un anno a dichiararsi innocente: «Ad un certo punto negavo la verità anche a me stesso. È difficile crederci, ma questa brutta pagina l’ho nascosta anche alle persone che ho più care» • «Lei venne coinvolto nell’Operacion Puerto, uno dei più grandi scandali della storia dello sport europeo. Cosa accadde? “Contattai un medico spagnolo specializzato in trasfusioni…”. Vietate. “Ovviamente sì. A Madrid mi feci prelevare due sacche di sangue che poi mi sarei fatto iniettare prima del Tour per avere globuli rossi più freschi e andare più forte. Ma in un’operazione investigativa della polizia spagnola trovarono le sacche congelate, mie e di altri, e associandole al Dna nelle banche dati della federazione mi identificarono”. Perché lo fece? “Desiderio sfrenato, incontrollabile di vincere tutto. E consapevolezza che con quel metodo avrei potuto realizzare il sogno. Ero cresciuto in quel modo e nulla avrebbe potuto fermarmi, sapevo cosa stava succedendo ma non volevo rendermene conto. Pensavo di essere nel giusto”. Quindi lei non si è mai dopato? “Non ho fatto in tempo. Ma so cos’ho fatto, riconosco le mie colpe, e mi vergogno. Ma ci sono motivazioni più profonde in quello che ho fatto”. Quali? “Come quasi tutti all’epoca, non ero educato all’etica della vittoria e della sconfitta, anzi non avevo nessuna etica. Non pensavo certo di essere nel giusto, ma mettevo davanti al giusto ma anche alla mia famiglia la voglia sfrenata di vincere. Per questo oggi l’etica è la prima cosa che cerco nei miei corridori”. Nel luglio del 2006, due giorni prima della partenza del Tour de France, gli organizzatori la cacciarono dall’albergo di Strasburgo dove era in ritiro con la squadra. “Scappai da una porta di servizio e cominciò una caduta inesorabile ma lentissima. A fine estate tornai a correre per qualche mese fino a quando non emersero prove certe e mi trovai davanti – l’anno successivo – ad Ettore Torri, l’ex capo della procura di Roma prestato all’antidoping”. E con Torri? “All’inizio negai tutto ostinatamente. Poi lui trovò le parole giuste o meglio mi portò allo sfinimento. Ammisi ogni colpa, concordai un lungo periodo di squalifica. Torri era un duro ma pieno di umanità. Quando firmai la confessione mi disse: “Basso, un giorno lei capirà di non aver bisogno di queste porcherie”. Parole ripetute tre anni dopo, e non più in un tribunale”. Dove? “Sul palco dell’Arena di Verona nel momento in cui vinsi il mio secondo Giro d’Italia. C’erano mia moglie, i miei figli, c’era Aldo Sassi, lo scienziato dello sport che fu l’unico a prendermi per mano e a guidarmi durante la squalifica. E si presentò anche Torri, il cacciatore di dopati. Mi disse: “Visto che avevo ragione?”. Essere coinvolto, smascherato in quell’operazione è stata la cosa più importante della mia vita”. Cos’è il Giro d’Italia che lei ha vinto due volte? “È tutto. Averlo riconquistato all’Arena come Moser nel 1984, esserci riuscito dopo quello che era accaduto, è stato favoloso. Ma la felicità di un successo dura un lampo. Ero uscito dal circolo del doping, non da quello che mi incatenava alla mia prima vita”. Spieghi. “Nel luglio 2015 sto disputando il Tour del France, a quel punto come gregario di Alberto Contador. Durante la tappa di Pau cado malamente. In ospedale con la Tac mi trovano un tumore ai testicoli in stato avanzato, da operare subito. Senza quell’incidente forse l’avrei scoperto troppo tardi. In quello stesso luogo, undici anni prima, un medico amico mi aveva telefonato dicendo che il tumore al pancreas di cui soffriva mia madre era allo stato terminale. Ho rivisto la mia vita, ho realizzato che un capitolo si stava chiudendo”. Lo stesso destino di Lance Armstrong, il Grande Bugiardo. “Lance per me è l’uomo che – sopravvissuto a un tumore – inviò a sue spese un medico in Italia per provare a curare mia madre. Lascio agli altri il giudizio sulle sue bugie e sul suo doping, per me ha fatto una cosa enorme”» (a Bonarrigo e Cazzullo, cit.) • «Quello che avrebbe dovuto essere il suo sprofondo, si trasforma in un nuovo balzo verso l’alto. Nel 2010, senza grandi speranze soprattutto da parte della sua nuova squadra, la Liquigas, partecipa al Giro d’Italia e piazza il colpo del vero campione. Vince prima sullo Zoncolan e poi di nuovo ad Aprica, dove veste la maglia rosa a quattro anni di distanza. Regge poi l’urto di David Arroyo nelle ultime due tappe e vince il Giro 2010. Sembra tutto pronto per una nuova carriera: con il grande obiettivo del Tour, ma dal 2011 si trova di fronte ad un nuovo “mostro”, non più il Cannibale chimico che tutto divora e sputa, ma il ciclismo scientifico di squadre come RadioShack e Sky che impongono un determinato tipo di corsa a cui è quasi impossibile sfuggire se non si ha una squadra competitiva allo stesso modo. Inoltre nella stessa Liquigas si sta affermando Vincenzo Nibali e gli tocca fare un passo indietro subito dopo aver vinto il suo secondo Giro. Senza più grandi squilli si va verso quel 2015 e lo stop all’attività agonistica. [...] Basso cadde nella quinta tappa del Tour de France 2015, va in ospedale, effettua dei controlli dai quali emerge un tumore al testicolo sinistro. Deve essere proprio quel termine “brusco” a rendere misteriosa e non definibile completamente la carriera di Ivan Basso» (Sica, cit.) • «Noi ciclisti siamo come una vettura di F1. Il minimo dettaglio, anche nell’alimentazione e nell’abbigliamento, fa la differenza. Tornato da un allenamento potrei bere una birra e mangiare noccioline, invece prendo una tazza di tè verde, quello con la maggiore azione anti-ossidante. Per fabbricare un “motore”, anche il tè verde ha la sua importanza» • Nel giugno del 2011 ha pubblicato l’autobiografia In salita controvento, edita da Rizzoli, scritta con il giornalista Francesco Caielli • Nel settembre 2020 ha fondato insieme ad Alberto Contador un suo marchio di biciclette, Aurum.
Famiglia Sposato con Micaela, hanno quattro figli: Domitilla, Santiago, Levante e Tai • «“Con mia moglie da anni abbiamo in piedi un’azienda agricola, nel Varesotto: coltiviamo mirtilli. L’anno scorso Micaela di punto in bianco mi chiese di sedermi sotto il pergolato e cominciò a parlarmi. È andata avanti due ore, rovesciando la mia e la sua vita senza mai umiliarmi. Alla fine era tutto chiarissimo”. Cosa? “Il mio fallimento come padre e marito. I miei quasi quarant’anni in apnea, le mie mancanze, i miei tradimenti ai doveri della famiglia, la scomparsa di ogni intimità tra me e lei. Ho capito che non avevo mai spento l’interruttore, che ero ancora l’atleta miope, ossessionato dalla voglia di successo che non vedeva altro nella vita. È stato profondo, violento, terapeutico. Ho ucciso l’Ivan Basso atleta e tirato fuori finalmente l’uomo”. E adesso? “Mio figlio Santiago è appena passato professionista. Fa il mio stesso mestiere, non veste la maglia della mia squadra, non lo alleno io, si farà strada da solo se ne ha i mezzi. Io e Micaela proviamo gioia pensando che lui lavora in un mondo molto più etico di quello in cui vivevo io, che non ha la minima idea di quello che ci circondava e ci tentava alla sua età”» (a Bonarrigo e Cazzullo, cit.) • La sorella Elisa è apparsa come ragazza meteo nel tg di Emilio Fede.
Religione «Credo nell’aldilà, in un aldilà sereno dove magari sarò finalmente in pace con me stesso. Adesso per fortuna ho smesso di considerare anche Dio come funzionale alla mia carriera e al mio successo. Da atleta la notte dovevo dormire almeno otto ore per essere al top e non sempre era facile. Così mi ero inventato un rosario personale quasi blasfemo, recitando Ave Maria, Padre Nostro ed Eterno Riposo, fino a quando crollavo».