27 novembre 2025
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Biografia di Ed Harris
Ed Harris , (Edward Allen H), nato a Englewood, New Jersey (Stati Uniti d’America), il 28 ottobre 1950 (75 anni). Attore (84 film al cinema, vince 1 Golden globe; 24 produzioni televisive, vince 1 Golden globe; 11 produzioni teatrali); regista (2 film); doppiatore (2 film al cinema e 1 serie televisiva).
Titoli di testa «Se vuoi essere un attore, e imparare a recitare, devi capire che non ha nulla a che fare con Hollywood. Che non ha nulla a che fare con il business. Che ha molto a che fare con il tuo essere una persona che insegue qualcosa che gli interessa fottutamente. Se diventi bravo abbastanza, tutto il resto si risolverà da solo» [Vanity Fair]
Vita Il nonno paterno Robert Lee Harris aveva rilevato nel 1908 una barberia nella cittadina di Walters, Oklahoma meridionale. Lì aveva sposato Annie Abernathy, commessa (e futura proprietaria) di un negozio di vestiti [Bryan Painter, The Oklahoman] • Bob, il padre di Harris, aveva fatto qualche comparsata televisiva, cantando con i Ray Charles Singers al Perry Como Show e recitando nel cast di alcuni programmi di varietà: il Garry Moore Show, il The Fred Waring Show, il The Martha Raye Show e il The Entertainers [Mike Barnes, The Hollywood Reporter] • Sposatosi con l’agente di viaggio Margaret Sholl, si trasferisce nel New Jersey, dove nascono i loro tre figli: Robert, Edward, e Paul [Ibid.] • «Mio padre aveva una gentilezza incredibile, si preoccupava sul serio delle persone: (…) un uomo generoso, altruista, amorevole, talvolta fin troppo». Soffriva di depressione, ma non ne parlava mai [Ryan Thompson, The Rake] • Il giovane Ed cresce in una famiglia di estrazione medio-bassa, nella piccola cittadina di Tenafly: un ambiente «sicuro e stimolante»: studente abbastanza bravo, si mette in luce per la sua passione per l’atletica. Buon giocatore di baseball e capitano della squadra di football, si diploma nel 1969; nello stesso anno i suoi genitori tornano in Oklahoma, a Norman [Sandra Hebron, The Guardian] • Grazie ai suoi risultati sportivi sul campo da football ottiene una borsa di studio dalla Columbia University di New York. Studia lì per due anni, partecipando occasionalmente alle proteste contro la guerra nel Vietnam. Nel 1971 si rende conto che le sue doti atletiche non sono sufficienti per costruirci una carriera, e raggiunge i genitori [Kate Hahn, Tv Guide Magazine] • Lì assiste a un paio di recite estive al teatro di repertorio della città: rimane molto colpito dall’entusiasmo che il pubblico tributa a un coetaneo. Privo di prospettive sportive, disinteressato alle materie di studio della Columbia, decide di tentare la carriera attoriale, iscrivendosi al corso di laurea in teatro dell’Università dell’Oklahoma. Nel frattempo si guadagna da vivere lavorando come imbianchino [Rob Collins, Sooner Magazine] • Arrivano i primi piccoli ruoli teatrali: un messicano nella Notte dell’iguana; un marinaio ne La Tempesta, e un altro marinaio nel musical Anything goes. Il giovane Harris dimostra inizialmente una certa difficoltà nel memorizzare i testi: ma sotto la guida del suo insegnante, Bob Greenwood, comincia presto a ottenere buoni risultati [Ibid.] • La prima cosa che il mio insegnante di danza e canto disse fu che recitare non era un gioco divertente, era uno stile di vita, un modo per osservare il mondo, per essere nel mondo (…) e per me, che ero puramente un atleta, fu un’inversione a 180 gradi rispetto ai miei obiettivi precedenti. Mi piaceva farlo, c’era un qualcosa di molto impegnativo e mi misi a studiare [Hahn, cit] • Sfortunatamente, Greenwood ha un metodo di insegnamento poco ortodosso e con sfumature di politica progressista, che mal si sposano con l’ateneo, e viene licenziato. Harris, che apprezzava moltissimo le lezioni Greenwood, decide di abbandonare l’università e passa tutto l’anno successivo a lavorare a un distributore di benzina [Collins, cit.] • Un giorno suo padre torna a casa e trova sul pianoforte lo spartito e il copione del musical Camelot. Il figlio ha saputo che Greenwood dirigerà la produzione dello spettacolo, che si sarebbe tenuto al teatro Jewel Box di Oklahoma City. Harris partecipa alle audizioni e le passa, ottenendo il ruolo di Re Artù [Ibid.] • «Ero eccitatissimo (…) mi ero fatto legare un bastone dietro la schiena per ottenere una postura corretta durante le prove» [npr.org] «Non ricordo nulla della recita (…) Sul serio, niente di niente. Ero in un’altra dimensione, ero dentro allo spettacolo» Quando cala il sipario scatta una standing ovation: i 220 spettatori di quel piccolo teatrino si spellano le mani. «Provai questa sensazione di completa estasi, probabilmente l’acme più alto che io abbia mai raggiunto, in tutti i sensi» Harris dirà che quella scarica di adrenalina non solo lo avrebbe convinto a fare della recitazione un mestiere, ma che sarebbe stata per lui la sensazione che l’interpretazione di un personaggio dovrebbe dare: «È quasi come spendere il resto della vita a provare a riottenere quello stato dove sei semplicemente presente, senza alcun altro pensiero che non sia il fare questo o quel personaggio, al cinema o in teatro (…) l’esperienza di Camelot ovviamente non fu la grande svolta in termini della carriera, ma fu per me un momento di grande rottura, come essere umano che decide di voler recitare (…) la realizzazione interna che “ora non hai scelta bello, questo è quello che farai” [npr.org] • Dopo quest’esperienza Harris continua a recitare in piccole produzioni locali e lavora come custode notturno in un complesso condominiale. Poi prende una decisione: va da Greenwood e gli dice di essere interessato a lavorare al cinema. «Dissi a Ed: sali in macchina e vai a Hollywood (…) ed è quel che fece». Si iscrive all’Istituto delle Arti della California, uscendone due anni dopo con un diploma in discipline teatrali. [Ibid.] • Continuavo a trovare Lavoro, facevo piccoli spettacoli a Los Angeles, nei piccoli teatri dove continuavo ad apprendere. Era tutto ciò per cui vivevo. Abitavo nell’angolo del garage di una signora a cui pagavo 25 dollari al mese di affitto, lavorando a teatro a Pasadena. Non avrei potuto essere più contento [Hebron, cit.] • Come attore in difficoltà economiche nella Los Angeles degli anni ’70, in che modo sei riuscito a costruire la fiducia in te stesso? «Non avevo paura di imparare alter cose e di esplorarmi. Mi sono innamorato della recitazione perché coinvolge la mia mente, il mio corpo, le mie emozioni. Fai parte di una comunità più vasta in quanto attore» In ogni caso dev’essere stato difficile «In realtà era parecchio bello perché non realizzai mai davvero di essere in una situazione precaria. Facevo parte di un gruppo teatrale, andavamo nelle case di riposo a recitare. Però non avevo un soldo. Abitavo con mio papà in una serra convertita a casa. Mi ricordo di aver rubato una saponetta che avevo trovato in una piscina, perché non ne avevamo una» [Sean Woods, Men’s Journal] • Come ha fatto a entrare al cinema e alla tv? «Non è che fossi ansioso di avere un agente. Ero contentissimo di lavorare nei piccoli teatri. Poi un amico di scuola mi telefonò e mi chiese di accompagnarlo a fare un’audizione con un agente. Gli dissi di sì e poi l’agente prese me e non lui (…) abbiamo lavorato insieme per un po’. E allora cominciano a mandarti a tutte queste piccole audizioni televisive: Rockford Files, CHIPS. Sarò andato a farne venti prima che mi prendessero. È stata una tortura [Hebron, cit.] • Lentamente la carriera prende il via: prima una comparsata nella serie televisiva The amazing Howard Hughes nel 1977, seguita dal grande schermo, con un minuscolo ruolo in Coma del 1978; due anni dopo ruolo più importante in Borderline, primo ruolo da protagonista in Knightriders – I cavalieri del 1981 [cinematiccorner.blogspot] • Nel 1983 arriva la svolta, con il primo ruolo importante, che lo mette in luce a Hollywood: interpreta Scott Glenn in Uomini veri. Il film rappresenta una sfida perché lo porta a interpretare un personaggio vivente, anche se non avrà contatti con Glenn. La copertina finirà su Newsweek, con grande gioia sua e dei suoi genitori. Purtroppo al film segue una serie di scelte di pellicole poco azzeccate, che non gli aprono moltissime porte, ma che comunque testimoniano le sue grandi doti di adattamento [yahoo! Entertainment] • Nel 1986 riceve una candidatura ai Tony Award come Miglior attore per lo spettacolo teatrale Precious Sons. Tre anni dopo arriverà la sua prima nomination per Miglior attore non protagonista ai Golden Globe Award per Jacknife – Jack il coltello. Nello stesso anno rischierà la vita in un incidente subacqueo durante la difficilissima lavorazione del film The Abyss, nel corso della quale arriverà a mettere le mani addosso al regista, James Cameron. [cinematiccorner.blogspot] • Ormai divenuto un attore affermato, Harris comincia a lavorare impetuosamente, recitando contemporaneamente al cinema, in televisione e a teatro, tanto che dichiarerà candidamente che, se non fosse stato per la famiglia e in particolare per sua figlia Lily, avrebbe fatto «un film dopo l’altro (…) e non avrei avuto davvero una vita al di fuori di quello» [The Times] • Tra i suoi film più importanti: Apollo 13 (1995) che gli porta la prima nomination all’Oscar come Miglior attore non protagonista • Nomination che si ripeterà nel 1998, con The Truman Show (accompagnata dalla vittoria del Golden Globe come Miglior attore non protagonista). Un ruolo arrivato inaspettatamente, visto che comincia a recitare a lavorazione già iniziata. Accetta il ruolo per la curiosità di lavorare con il regista, Peter Weir [Mitchell Beaupre, letterboxd.com] • Nel 2000 debutta come regista per Pollock. È un film che ha inseguito per oltre 10 anni: «A metà degli anni ’80 mio papà mi aveva mandato un paio di libri per il mio compleanno, uno dei quali era To a Violent Grave, la biografia di Pollock. Non l’aveva neanche letto, pensava soltanto che assomigliassi alla foto di Pollock sulla copertina. L’anno dopo me ne spedì un altro, dicendomi che “forse qui dentro c’è un film”» [Hebron, cit.] • «Non avevo pensato a dirigerlo fino a un anno prima delle riprese. Ne ero talmente ossessionato. Avevo parlato con altri registi, ma quelli tra loro che erano interessati avevano le loro idee e, mentre le ascoltavo, pensavo: “Aspetta un attimo. No, no, no. Nella mente non funziona così”. Per cui ho deciso di girarlo di persona, realizzando di saperne di più sul film di quanto non mi rendessi conto. È stata un’esperienza che mi ha insegnato molto, ma sono davvero orgoglioso del film. Sono contento che abbia tenuto fede alle aspettative. È stata una lavorazione dura, dura, dura. Ho finito per spenderci un bel po’ di soldi miei, ma non mi importava». Il film lo porta a una terza, infruttuosa candidatura all’Oscar come Miglior attore protagonista [Yahoo, cit.] • Harris ammetterà che per ottenere il denaro necessario a girare il film accettò di partecipare a pellicole che avrebbe «preferito non fare (…) non che fossero film stupidi, ma sarei rimasto più volentieri a casa con la mia famiglia». Una dinamica che si sarebbe ripetuta anche in futuro, per sovvenzionare o coprire le perdite dei suoi tanti film indie [Rob Collins, Sooner Magazine] • Nel 2002 arriva la sua quarta (e per ora ultima) nomination all’Oscar, con il film The Hour • Nel 2008 dirige il film western Appaloosa. Signor Harris, come mai ha scelto un western come sua seconda regia? «Non è che fosse una priorità per me girare un western. Stavo leggendo questo romanzo di Robert B. Parker e già a metà ho immediatamente chiamato il mio agente per sapere se i diritti erano liberi. Volevo subito fare il film» (…) Ci racconti invece le difficoltà che ha avuto nel realizzare il film che voleva fare: com’è andata la post-produzione? Quanto è stata stressante? «È stata una vera battaglia! Abbiamo combattuto contro i produttori senza guantoni fino alla fine. Sapete, quando fai un film e ne monti una prima versione, devi andare incontro a delle cose davvero ridicole. Fanno proiezioni di prova dove alla fine interrogano gli spettatori, facendo un sondaggio. A volte, quelle decisioni, possono perfino cambiare il destino di un film. C’erano tante di quelle scene che mi hanno chiesto di eliminare… io ho cercato di essere irremovibile. Ci sono riuscito, ma è stata tanto dura. La battaglia è durata almeno 9 mesi» [film.it] • Nel 2015 gli viene dedicata una stella sulla Walk of Fame di Hollywood [Variety] • Harris conosce il successo anche in televisione: prima nel 2005 in Game Change, che gli frutta un Golden Globe come miglior attore non protagonista, poi in Westworld: la sua interpretazione del personaggio di William, alias The man in Black, è un grande successo di pubblico e critica. Successo che apprezza molto, benché ammetta candidamente che l’intreccio generale sia arrivato a una tale complessità da costringerlo a concentrarsi solo sulla sua parte, che peraltro gli viene descritta solo di volta in volta [Hahn, cit.] • Attualmente continua a inseguire un altro progetto di regia per un film che ha in cantiere da 15 anni: The Ploughmen, perpetuamente senza fondi sufficienti per essere realizzato. Spera di poterlo dirigere prima di morire. [Taylor Gates, Collider].
Amori Nel 1991 incontra a Los Angeles l’attrice Amy Marie Madigan durante le prove per lo spettacolo Prairie Avenue. Si sposano due anni dopo, sul set di Le stagioni del cuore • «Mi diceva “Ed, devi parlarmi e farmi sapere cosa ti succede” e io ero il tipo di uomo che rispondeva: “Cosa vuoi dire? Sono qui e ti amo. Perché ti dovrei dire come mi sento?” Mi ha aiutato a realizzare che ho una certa responsabilità come uomo, sposato con lei, di essere aperto e presente» [Lizzie Hyman, People] • Nel 1993 nasce la loro figlia, Lily.
Titoli di coda Lei è molto talentuoso: come ce l’ha fatta? «Penso per i miei capelli. Il mio taglio di capelli, la perseveranza, e il duro lavoro» [Phoebe Chongchua, livemagazine.com]