Questo sito utilizza cookies tecnici (propri e di terze parti) come anche cookie di profilazione (di terze parti) sia per proprie necessità funzionali, sia per inviarti messaggi pubblicitari in linea con tue preferenze. Per saperne di più o per negare il consenso all'uso dei cookie di profilazione clicca qui. Scorrendo questa pagina, cliccando su un link o proseguendo la navigazione in altra maniera, acconsenti all'uso dei cookie Ok, accetto

 2025  dicembre 05 Venerdì calendario

Biografia di Andrea Agnelli

Andrea Agnelli, nato a Torino il 6 dicembre 1975 (50 anni). Imprenditore. Dirigente sportivo. Già presidente della Juventus (dal 2010 al 2023). Già presidente dell’Associazione dei club europei (dal 2017 al 2021). Secondo figlio di Umberto Agnelli (1934-2004) – il fratello minore di Gianni Agnelli (1921-2003) – e della sua seconda moglie Allegra Caracciolo (1945), nato dopo Giovanni Alberto detto Giovannino (1964-1997) e prima di Anna (1977); a lungo, dopo la morte del fratello (13 dicembre 1997) e prima della nascita del figlio Giacomo Dai (16 dicembre 2011), è stato l’ultimo erede maschio degli Agnelli • Trascorsi da calciatore dilettante, nel ruolo di difensore. «Occhi scuri sotto spesse sopracciglia, dita affusolate, voce con l’immancabile erre arrotata» (Salvatore Tropea) «Andrea è cresciuto nella bambagia, come si addice alla famiglia regnante, ma anche nello spavento castale, come ai tempi remoti di Vestivamo alla marinara”, quando i piccoli Susanna e Gianni venivano tormentati dalla governante: “Don’t forget, you are an Agnelli”» [Pino Corrias, Fatto 25/4/2021] • Nel 2021, dopo l’annuncio della creazione della Super League, diventò il cattivo numero uno, per poi emergere come uno dei grandi sconfitti, con la sospensione (o meglio il fallimento) del progetto dopo appena 48 ore. Il presidente della Uefa Aleksander Ceferin gli dette del bugiardo e dell’avido («Non ho mai visto una persona in grado di mentire così di continuo, è veramente incredibile. Non parlerò molto di Agnelli, è una delle più grandi delusioni, anzi la più grande delusione»). Urbano Cairo, presidente del Torino e soprattutto padrone di Rcs (vedi Corriere della Sera e Gazzetta dello Sport, per sintesi) lo definì «Giuda» • «Lei appare riservato, quasi diffidente, affilato nelle parole. È un modo per proteggersi? “Non la smentisco, accetto la sua impressione. Sono nato e cresciuto a Torino, amo questa città per la sua riservatezza e il suo spirito di dedizione al lavoro. Ho avuto un certo tipo di educazione. La famiglia, l’ambiente, le esperienze trovano un posto loro nel carattere degli individui. Rimangono lì per sempre. Le battute, le faccio quando vado a mangiare una pizza con gli amici”» [Dario Cresto Dina, Rep 11/12/2010].
Titoli di testa «C’è un bambino biondo accanto al suo papà, un bambino abbracciato a un pallone. È il 1981: la Juventus sta cominciando l’allenamento a Villar Perosa, e il bambino la guarda assorto. Nella fotografia ha una maglia a righe orizzontali bianche e celesti e l’espressione seria dei piccoli quando giocano. Si chiama Andrea Agnelli. Il suo papà Umberto lo osserva poco distante» [Maurizio Crosetti, Rep 29/11/2022].
Vita «Avevo ventidue anni quando mio fratello morì. Giovanni, non Giovannino. Lui detestava essere chiamato così, come se fosse un Giovanni minore. Entrai nella camera di mio padre, mi guardò negli occhi e disse: questo significa maggiori responsabilità per te. Poco più tardi dalla nostra casa della Mandria andammo al golf. Un chilometro e mezzo a piedi senza dirci una parola» [a Dario Cresto-Dina, cit.] • «Agnelli studia a Oxford (St. Clare’s International College) e Milano (Università Bocconi), ma ben presto matura esperienze lavorative soprattutto all’estero: […] alla Iveco-Ford di Londra, poi alla Piaggio, quindi all’Auchan di Lille e alla Schroder Salomon Smith Barney di Londra. Nel suo curriculum pure un incarico alla direzione commerciale della Juventus. Nel 1999 c’è la Ferrari Idea di Lugano, e l’anno dopo a Parigi la Uni-Invest (Banque San Paolo). Dal 2001 al 2004, infine, l’assunzione alla Philip Morris International di Losanna, dove si occupa di marketing, sponsorizzazioni e comunicazione» [Teodoro Chiarelli]. «“Ho passato quattro anni in Philip Morris a occuparmi di comunicazione. La mia idea era quella di restarci fino a diventare general manager: poi avrei deciso cosa fare. Invece la vita ha scelto per me”. A decidere è stata la morte di suo padre. “Il suo consiglio era di restare lontano da Torino, anche perché era difficile essere inserito nello staff di un’azienda di cui sei azionista. Poi, quando è mancato, il senso di responsabilità verso mia madre e mia sorella mi hanno indotto a rientrare”» [Paolo Madron]. «Diventa consigliere di amministrazione di Fiat e Ifi (poi Exor), oltre che socio dell’accomandita di famiglia. Per alcuni anni lavora anche all’Ifil, dove si occupa di sviluppo strategico. Nel 2007, infine, la scelta di intraprendere una propria strada imprenditoriale: nasce così la Lamse (crasi tra La Mandria e Sestriere, “i luoghi degli affetti e dei ricordi”), holding finanziaria di cui è amministratore delegato» [Chiarelli] • «Andrea Agnelli si trovò a essere il punto di raccordo della fronda interna quando, dopo la morte di suo padre, la situazione della Fiat era a un passo dalla catastrofe e l’effetto Marchionne non si era ancora sentito. La questione fu più o meno la seguente. Nel settembre del 2005, alla vigilia dell’assemblea dell’accomandita dove si sarebbe ratificata la decisione di procedere con l’equity swap per riportare la famiglia sopra il 30 per cento dell’azionariato Fiat, Andrea Agnelli rilasciò un’intervista in cui espresse contrarietà all’operazione. Riteneva che la condizione di quel momento, con la famiglia al 22 per cento e le banche al 28 per cento, era l’occasione per mettere in piedi una public company. Si sarebbe reso esplicito il fatto che l’interesse era la crescita dell’azienda e non il gioco di potere. […] La tensione ebbe due picchi. Dopo l’intervista, La Stampa, il giornale di famiglia, sottolineò che Andrea Agnelli aveva espresso posizioni personali e che all’Ifil era in carico come stagista: in realtà era anche consigliere d’amministrazione Fiat e portavoce con una quota del 10 per cento circa dell’accomandita che detiene insieme a sua sorella Anna. Il secondo momento di tensione riguardava la Juventus. La vicenda Moggi diventa uno strascico dell’antico confronto tra Gianni e Umberto. I gianniani, che sono sempre stati anti-moggiani, assecondano la giubilazione di Moggi e ne accettano le conseguenze – cioè la Juve in serie B per la prima volta nella sua storia –, mentre gli umbertini continuano a difendere Moggi e Giraudo, con cui Andrea Agnelli ha rapporti eccellenti, ma soprattutto non sono d’accordo con la nuova dirigenza, che accetta la cancellazione di due scudetti, smantella quella che alcuni considerano la squadra più forte del mondo e si lascia retrocedere in B» [Marco Ferrante] • «“All’epoca Ifil scelse di azzerare per poi ripartire. Non condivisi quella scelta, anche perché avevo in mente la dichiarazione che aveva fatto l’Avvocato in occasione di Tangentopoli: ‘I miei uomini vanno difesi fino all’ultimo grado di giudizio’”. Invece nell’occasione l’avvocato della Juventus disse: mi appello alla clemenza della corte… “Esatto. Poi, alla luce dell’esito dei processi sportivi, si vide che fu giustizia sommaria. Tant’è che ci furono persone coinvolte che non fecero nemmeno in tempo a leggere le carte”» [Madron, cit.] • «C’è sempre qualcuno che tira fuori l’ipotesi dell’inchiesta di Calciopoli come risultato della guerra familiare. Leggenda e mezze verità si sovrappongono, condite dall’ovvio carico di suggestioni che solo il pallone è in grado di creare: a volere il crollo della Juve sarebbe stata quella parte di famiglia e azienda che non aveva digerito la presa di posizione di Andrea sull’equity swap. C’è una parte di Torino e d’Italia che ci crede, ce ne è un’altra che la ritiene solo una fantasia. C’è che a volte il caso vero o quello creato a tavolino alimenta le voci. Così per mesi, l’ala elkanniana della famiglia ha lasciato trapelare il proprio disappunto per un presunto sgarbo di Andrea. Lui è l’amministratore delegato e l’anima del circolo golfistico Royal Park del quale è presidente la madre Allegra Caracciolo. Ecco, nel 2009, l’Open d’Italia è stato organizzato lì. Bello, bellissimo, solo che lo sponsor del torneo era Bmw, che in casa della Fiat non è sembrato un caso» [Beppe Di Corrado]. La svolta avvenne nella primavera del 2010, in uno dei momenti più difficili della storia della Juventus. «È giovedì 17 aprile. John [John «Jaki» Elkann (1976) – figlio di Alain Elkann e Margherita Agnelli, a propria volta figlia di Gianni Agnelli –, all’epoca presidente di Exor e vicepresidente della Fiat – ndr] e Andrea si presentano all’improvviso nel centro sportivo di Vinovo, dove una Vecchia Signora abbacchiata dagli insuccessi si allena di malavoglia. “Siamo venuti insieme per dimostrare l’unità della famiglia. Non c’è contrapposizione, la vediamo allo stesso modo”, assicura Andrea. Poco dopo, arriva l’annuncio che a lui spetta la presidenza e ha intenzione di cambiare molte cose, quasi tutte. Il mese successivo, tocca anche alla cassaforte di famiglia. John Elkann sostituisce Gianluigi Gabetti al vertice dell’accomandita Giovanni Agnelli & C., entrano in consiglio Tiberto (Ruy) Brandolini d’Adda, figlio di Cristiana Agnelli, e Alessandro Nasi, il nipote di Giovanni Nasi, Maria Sole, prima donna in assoluto, e Andrea Agnelli. Insomma, un nuovo equilibrio tra generazioni e rami dell’intricato albero genealogico» [Stefano Cingolani] • «Il ritorno di Andrea sembra essere stato frutto di una convergenza di necessità. Alla famiglia serviva un uomo che fosse immagine e sostanza, che avesse esperienza, nome, intelligenza, rango, popolarità in grado di ricompattare tutto il mondo che ruota attorno al pallone. Ad Andrea serviva avere qualcosa di familiare che fosse molto suo. Ai pro-cugini serviva non dover essere chiamati in causa e uscire di scena dal calcio dopo essere stati considerati dai tifosi coloro che hanno accettato passivamente e silenziosamente la mortificazione di Calciopoli. Ecco la triangolazione. Uno, due, tre. Il comunicato, il ritorno, un Agnelli alla guida della Juventus dopo 48 anni, cioè dopo la presidenza del padre Umberto, conclusa nel 1962» [Di Corrado] • «Andrea ci mette la passione e il puntiglio. Oltre a una miniera di soldi. […] Sceglie Giuseppe Marotta come dirigente sportivo. Nedved vicepresidente. In panchina ingaggia prima Antonio Conte poi Massimiliano Allegri, vince scudetti e coppe. Arriva due volte in finale Champions League (perdendole entrambe). Inaugura lo Juventus Stadium. Raddoppia il budget da 200 a 500 milioni. E in cima alla torta ci mette i 300 milioni di ingaggio per CR7. Una montagna di trionfi e una di debiti. Oltre al buco nero dei biglietti trafficati con gli ultras, anno 2014, gli incontri con i capi delle curve, il sospetto, smentito dall’iter giudiziario, di avere avuto contatti con la ’ndrangheta. Una sequenza di inchieste finite per ora con una condanna federale, e un bel po’ di cattiva stampa. Ricambiata da un silenzio ostinato, non si sa se per riservatezza torinese, spocchia, o legittima difesa. Unico mantra dei suoi anni migliori: “La nostra storia ci obbliga a vincere”. Che vuol dire “niente inutili buonismi”. Nessun rimorso se si vince sempre, se si vince troppo. Accettando il peso di essere antipatici a tutti, tranne che ai propri tifosi, perché se sei simpatico, significa che stai perdendo. Ed è questa ossessione il veleno che ha condotto l’Agnellino a immaginare la Superlega: un calcio da Playstation, da gara muscolare tra iper campioni, strapagati. Adrenalina per i nuovi tifosi che non concepiscono più le lentezze di una partita, il sacrificio, la favola di una piccola squadra che batte quella grande, e che a forza di pretendere gli highlights, finiscono per dimenticarsi del gioco. E persino degli zar che lo governano. Il piccolo golpe (per ora) è fallito. L’immenso Gigi Riva ha scritto: “Andrea Agnelli è il bambino che porta il pallone e che pretende non solo di giocare sempre, ma anche di scegliere le squadre”» [Corrias, cit.] • «Diciannove titoli in 12 anni (anche 5 Coppe Italia e altrettante Supercoppe nazionali, più 5 scudetti femminili, ma col vuoto perenne della Champions: due finali raggiunte e perdute) fanno di Andrea Agnelli uno dei presidenti più vittoriosi di sempre, anche se non è tutto oro quello che luccica. In questo lasso di tempo si contano anche il progetto della Superlega, finito ancor prima di nascere, e l’operazione Cristiano Ronaldo, un successo a metà: esaltante per l’immagine, molto meno per il bilancio che sotto il peso di un immane contratto ha cominciato a soffrire. Ma l’ombra davvero enorme è la gestione delle ultime contabilità, che ha dato origine all’inchiesta su plusvalenze fittizie e falso in bilancio, quindi alle dimissioni. “Stiamo affrontando un momento delicato societariamente e la compattezza è venuta meno. Meglio lasciare tutti insieme, dando la possibilità ad una nuova formazione di ribaltare quella partita”, scrive il presidente nella lettera di commiato. Fino alla fine: stavolta sì […] L’addio di Andrea alla Juventus, otto mesi prima che si celebri il centenario tra gli Agnelli e il club bianconero (ed è centrale, questa scelta) si è svolto in pieno accordo tra il presidente e il cugino John Elkann. Le dimissioni collettive sono apparse inevitabili. L’emotività del momento e il clamore non devono però mutare l’analisi di una presidenza personalissima e controversa, appassionata e muscolare. Andrea è stato un duro. Non ha perdonato le uscite mediatiche di Del Piero, non ha insistito per Dybala. Ha litigato con Conte, ha voluto a ogni costo Ronaldo, sebbene Marotta non fosse della stessa idea. Ha deciso che Allegri fosse superato, si è diretto su Sarri e Pirlo ma poi ha richiamato Max: l’unica retromarcia in 12 anni. Non ha avuto fortuna, il presidente, quando ha deciso di accelerare il futuro alle porte del Covid che ha bloccato idee e progetti, pesando in modo drammatico sui conti della società. Così, tra tagli più o meno autentici agli stipendi dei calciatori e manovre troppo disinvolte nei libri contabili, è cominciata la fine della presidenza del giovane Andrea» [Crosetti, cit.].
Amori Divorziato dall’inglese Emma Winter, da cui ha avuto i primi due figli, Baya nel 2005 e Giacomo Dai nel 2011 (spiegò all’epoca: «“Dai” è “Davide” in gaelico. Mia moglie ha questa origine. Non è una stranezza»); altre due figlie, Livia Selin (2017) e Vera Nil (2018), dall’ex modella turca Deniz Akalin, a cui è sentimentalmente legato dal 2015, quando la donna era ancora sposata con Francesco Calvo, all’epoca direttore commerciale della Juventus nonché intimo amico dello stesso Agnelli; Agnelli e la Akalin convolarono infine a nozze nel 2023.
Curiosità La Juventus, solo club al mondo che da quasi 125 anni è di proprietà dello stesso azionista, per di più una famiglia • Il club fu fondato sulla famosa panchina di Corso Re Umberto nel 1924 • Una riflessione sul calcio italiano sempre fuori dal Mondiale: «La generazione dei campioni 2006 è l’ultima cresciuta ancora per strada, oggi c’è bisogno di una scuola federale sul modello belga e francese. Una legge sullo ius soli sarebbe fondamentale, tanto talento adesso non è convocabile» • «Assai simile, nei tratti somatici, a Edoardo che nel 1923 avviò l’epopea per poi morire drammaticamente in un incidente aereo a Genova. Impossibile per chiunque confrontarsi con il carisma dell’Avvocato, per questo Andrea è stato un presidente più simile al padre Umberto, decisionista e quasi mai sotto i riflettori, poche parole ma definitive. I tifosi lo hanno percepito come uno di loro, e Andrea Agnelli in effetti lo è. Per anni ha seguito da ragazzino la squadra in tutte le trasferte in giro per l’Europa, ha sofferto la perdita del fratello Giovannino e del cugino Edoardo, la storia dei Kennedy d’Italia è tutta un passaggio tra sogno e dramma, luce e buio, dove la Juve rappresenta i giorni forse più felici, quelli della gioventù che combatte e vince. Non sempre e non per sempre, anche se la regola che vale per ogni giocatore e allenatore non può fare eccezione per i presidenti e per chi comanda: le persone passano, la Juventus resta» [Crosetti, cit.].
Titoli di coda «Tramonta anche il tempo delle celebrazioni idolatriche dei membri della dinastia, i soli numeri che contano sono quelli che si trovano nella casella in basso a destra dei bilanci. Se la realtà si è trasformata, il futuro è ancora da scrivere e passerà da ulteriori cambiamenti, forse anche clamorosi. «Quel che val bene per la Fiat, val bene per l’Italia», il motto di Vittorio Valletta sembra lontano un millennio» [Tony Damascelli, Giornale 11/9/2023].