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 2025  dicembre 18 Giovedì calendario

Biografia di Tim Parks

Tim Parks, nato a Manchester il 19 dicembre 1954 (71 anni). Scrittore, saggista, traduttore e docente universitario britannico. Nel 1982 si è trasferito a Verona. Ora vive a Milano.
Titoli di testa Il poeta e premio Nobel Joseph Brodskij lo definì «il miglior autore inglese vivente» [Madeleine Johnson, The American].
Vita Ultimo di tre figli di Harold e Joan. «Genitori iper-religiosi», che gli ripetevano continuamente di non toccarsi. Così da ragazzo, quando voleva masturbarsi, prima s’immaginava sempre di sposarsi con l’oggetto del suo desiderio: «Così mi sentivo moralmente a posto» [a Enrica Brocardo, Vanity] • «Da bambino dovevo avere sempre accanto al letto la Bibbia, donatami al battesimo. Carta sottilissima con bordi dorati» [ad Amica] • «Due volte al giorno leggevamo la Bibbia che per me era qualcosa fra un vecchio amico e un fardello» [a Francesco Musolino, Mess] • La famiglia di trasferisce a Finchley, quartiere a Nord di Londra. «La loro casa “era sempre piena di gente, di ogni ceto sociale”, inclusa, memorabilmente, la deputata locale, Margaret Thatcher, che andava da loro per il tè» [Sarah Crown, Guardian] • «C’erano grandi polarità nella famiglia. La prima era tra il bene e il male: tutti erano l’uno o l’altro, tutti. La seconda era tra mio fratello e mia sorella. Lui era stato così vicino alla morte per così tanto tempo che non era bloccato nell’idea del peccato come lo erano i miei genitori; era interessato alla vita. E li provocava. Un Natale avevamo a tavola metà dei disperati della parrocchia. John arriva con il suo montone afghano e questa ragazza che sembra uscita da un film francese, e vanno di sopra e si danno da fare! Poi c’era mia sorella che era devotissima, e i litigi tra lei e mio fratello erano epici. E io nel mezzo che desideravo solo che tutti stessero zitti!» [Crown, cit.] • Studia alla Westminster City School. «A 18 anni da studente lavoravo in una fabbrica di plastica e facevo i turni di notte, 12 ore orrende. Era il periodo in cui vennero espulsi gli indiani dall’Uganda, arrivavano a centinaia di migliaia e io ero l’unico bianco nei turni di notte con loro. Fuori Londra non c’era tanta immigrazione, ora sì. L’integrazione è più difficile» [a Caterina Soffici, Sta] • Si laurea a Cambridge • «Il 6 giugno 1975 ho votato nel primo referendum che si sia mai tenuto in Gran Bretagna. Si doveva decidere se volevamo restare nel Mercato comune europeo, come si chiamava allora» [Sole] • Inizia a scrivere mentre studia per un dottorato ad Harvard e conosce Rita Baldassarre che nel 1979 diventerà sua moglie • «Ho conosciuto la mia ex moglie, italiana, negli Stati Uniti. Eravamo ad Harvard, io studiavo per un Master in letteratura americana, lei insegnava francese. Ci siamo trasferiti in Inghilterra per qualche mese, ma non le piaceva. E allora abbiamo scelto Verona, anche se lei in realtà è di origine abruzzese. Era il 1981, cercavo un posto dove avrei potuto scrivere con tranquillità e l’ho trovato» [ad Angelo Allegri, Giornale] • «Non avevamo soldi e quindi ho dovuto lavorare fin dal primo giorno, insegnando inglese all’inizio». Ma Parks non parla una parola di italiano: «Fu malsano. Sono un chiacchierone; per me è importante parlare! Passavo due ore ogni giorno feriale nella biblioteca pubblica, leggendo romanzi italiani, e ci fu un periodo in cui sottolineavo ogni fottuta parola che non conoscevo e la imparavo. Mi ci sono voluti due anni; due anni di totale dipendenza» [Crown, cit.] • Insegna all’università di Verona. Si appassiona di calcio. «Il mio primo figlio è nato quasi lo stesso giorno in cui il Verona ha vinto il campionato nel 1985. Ha rischiato di chiamarsi Scaligero. E appena è stato abbastanza grande per andare allo stadio abbiamo fatto l’abbonamento in curva» [a Valentina Desalvo, Rep]. Di figli, con Rita Baldassarre, ne avrà altri due • «Mio padre, Harold Parks, era un pastore protestante, coinvolto nel movimento carismatico, con interessi come la possessione e l’esorcismo». Fatto che gli ispirerà il romanzo Lingue di fuoco (Adelphi) • Nel 1985, dopo 20 rifiuti, «avevo inviato Lingue di fuoco (Tongues of Flame), a un mio ex insegnante a Cambridge e lui lo presentò per il premio Sinclair – per manoscritti inediti. Fu accettato e vinse il premio Somerset Maugham. Quindi, ecco fatto: un colpo di fortuna incredibile, davvero. Il vero problema era che il libro era una sorta di biografia familiare, in cui rappresentavo i miei genitori come un po’ svitati. Quando l’editore lo accettò, lo rispedì al mio agente di allora, che era solito inviare i pacchi a mia madre, e lei, senza pensarci, lo aprì. Quindi mi chiamò e piangendo mi diceva: “Mi hai tradito!”» [Crown, cit.] • Nel 1991 insegna alla Iulm a Milano. In treno scrive • Nel 1995 scrive Italian Neighbours: «In Inghilterra era uscito un libro, Un anno in Provenza, che raccontava la vita di un inglese in Francia e che aveva avuto un buon successo. Mi hanno chiesto qualche cosa di analogo. Così ho scritto Italian Neighbours (da noi è tradotto con il titolo Italiani; ndr). Pensi che hanno avuto dei problemi ad accettarlo, volevano qualche cosa di più pittoresco. Col tempo il libro si è dimostrato un long seller e per fortuna continuo regolarmente a ricevere i diritti d’autore. Adesso siamo sopra il mezzo milione di copie» [ad Allegri, cit.] • Nel 1997 Europa è finalista al Booker Prize • In Italia è iniziata anche la sua carriera di traduttore... «Sì, con qualche fatica. Prima mi sono buttato sulle traduzioni commerciali, indispensabili per mantenermi. Per 10 anni mi sono occupato di manuali per macchine che lavoravano il marmo, per l’Unione europea di norme sulla lavorazione industriale di pietre e granito. Ho tradotto davvero di tutto: cataloghi d’arte, manuali per forni industriali e una rivista di scarpe. Poi una casa editrice inglese che da anni letteralmente tempestavo di richieste di lavoro, mi ha chiesto di tradurre La Cosa di Moravia. Da li è iniziata l’attività in campo letterario» [ibid.] • Infine sono arrivati i saggi sulla letteratura italiana «La New York Review of Books mi ha chiesto di scrivere qualche cosa. Poi mi hanno affidato una nuova traduzione dell’opera di Eugenio Montale. Con generosità hanno aspettato un anno e più perché finissi il lavoro e mi sentissi pronto. Adesso scrivo un po’ per loro e un po’ per la London Review of Books. E ho raccolto i saggi in un libro A literary tour of Italy, Tour letterario d’Italia, chissà se un giorno uscirà anche in italiano. Ci sono gli autori di cui mi sono via via occupato: da Dante e Boccaccio fino alla Morante e Tabucchi» • «Mi piace sempre pensare a ogni autore che affronto come a un membro di un coro di voci» [a Rosie Goldsmith, The Italian Riveter] • Ha tradotto, fra gli altri, Tabucchi, Calasso e Calvino in inglese. Il ruolo degli intellettuali è mutato? «Agli italiani piace lo scrittore che emette sentenze, che commenta dalle pagine dei giornali sulla propria rubrica, finendo per venire risucchiato dalla televisione, diventando rapidamente parte del sistema. Ad esempio, penso a Enrico Brizzi, Paolo Giordano, Antonio Scurati, scrittori che hanno ottenuto successo, a cui hanno offerto tanto spazio sui giornali. Invece, in Inghilterra, Salman Rushdie non ha una rubrica fissa» [a Musolino, cit.] • «Lo scrittore inglese Tim Parks, che ha abitato per lungo tempo a 4 chilometri in linea d’aria da casa mia, sostiene, dall’alto della sua esperienza di traduttore in inglese delle opere di Giacomo Leopardi, Alberto Moravia e Cesare Pavese, che pure nell’editoria libraria quasi tutti gli equivoci sono imputabili alla sciatteria di chi per mestiere dovrebbe padroneggiare l’italiano. Con esiti tragicomici quando si passa alla versione in lingua straniera: “In una recente edizione inglese del Romanzo di Ferrara di Giorgio Bassani, peraltro pubblicata da un editore serissimo, appare un ‘sedicente profugo’ che in inglese diventa ‘un profugo di sedici anni’. E di un altro personaggio, ebreo, che ‘a convertirsi non ci pensava affatto’, si dice che ‘si era convertito senza pensarci’”. Di stravolgimenti simili, assicura Parks, “ce ne sono a dozzine”» [Stefano Lorenzetto, Chi non l’ha detto, 2019] • Per un anno è andato in trasferta con gli ultrà dell’Hellas, esperienza raccontata in Questa pazza fede: «Le Brigate gialloblù sono un gruppo che ha investito la propria identità sull’idea della renitenza e dell’incorreggibilità, su un risentimento che il buonismo generale aizza verso la scelleratezza. Un’atmosfera ammaliante. In curva urlano contro il Sud anche se mezza squadra è meridionale: più che un’ingiuria, è uno stilema ironico del loro linguaggio, un modo di chiudersi nella propria hellas, che significa appunto patria» • Lei con la chiesa veronese ha avuto qualche screzio. «Quando scrissi Questa pazza fede, l’allora vescovo sollecitò i fedeli a bruciarlo perché riportavo le ripetute bestemmie pronunciate dai tifosi. Una cosa comica che credo abbia aumentato le vendite» [a Concetto Vecchio, Rep] • «Nel 2008 il sindaco Flavio Tosi, conferì a Parks la cittadinanza onoraria. Di meriti lo scrittore ne aveva, ma il motivo scatenante fu il fatto di aver rifiutato un pezzo su commissione del Daily Mail inglese. Volevano ingaggiarlo perché scrivesse un ritratto al negativo della città veneta. La ragione: il poco amato Sarkozy aveva dichiarato di voler passare la luna di miele proprio a Verona. Scoperto l’accaduto, Tosi lo premiò. “Al sindaco dissi che accettavo a nome di tutti quelli che dall’estero vengono a Verona per lavorare”» [a Michele Neri, Sette] • Autore poliedrico, Tim Parks ha scritto romanzi (Lingue di fuoco, Europa, La doppia vita del giudice Savage, Morte in mostra, Il sesso è vietato, In Extremis), saggi (Un’educazione italiana, La fortuna dei Medici. Finanza, teologia e arte nella Firenze del Quattrocento, Insegnaci la quiete, Romanzi pieni di vita), indagini sul carattere degli italiani (Italiani, Questa pazza fede. L’Italia raccontata attraverso il calcio, e manuali universitari (Tradurre l’inglese) • Dopo un trentennio a Verona, separato da qualche anno, con i tre figli già grandi, Parks ha scelto di vivere a Milano, sia perché qui insegna, sia «perché il futuro d’Italia sarà costruito qua, nel bene o nel male» [a Neri, cit.] • Nel 2014 scrive Coincidenze: «Con alle spalle quarant’anni di viaggi su rotaie, quasi venti di pendolarismo sulla Verona-Milano, ben preparato sull’evoluzione delle ferrovie nel nostro Paese (sono state più strumento di politica o propaganda che operazione commerciale), e con la visuale obliqua di chi in parte è ancora straniero, Tim Parks è un’autorità in materia. E Coincidenze, un divertente e informato tour de force, tra novità ansiogene, e rimpianti per i lumi (se funzionavano) degli Intercity; sociologia, aneddoti: su tutti, un viaggio al Sud, dove le ferrovie sono più un “evento che un’organizzazione”. Insomma, ridi e ti arrabbi, perché sai di cosa parla [….]. Una cosa che la rattrista? «Il fatto che nelle stazioni abbiano tolto i bagni pubblici. Erano indice di civiltà. Dopo la morte, si cerca di rimuovere anche gli escrementi». Lei è un avido lettore ferroviario. Perché? «Sul treno avviene uno stacco. Sei dentro la vita, eppure fuori. Non c’è una pressione esagerata degli altri, come in aereo. Ti senti assurdamente sicuro e isolato. È lì che leggo i testi più difficili». Dopo tanti romanzi, saggi, articoli, ha una sua regola di scrittura? «Onestà e non tirarsela. Aspettare, prima di scrivere. La celebrità non esiste più, quindi non gasarti. E poi, fai il cazzo che vuoi». Un altro principio è questo. «Per sopravvivere psicologicamente, uno scrittore non deve essere etichettato. Perché se per esempio scrivi un libro sul calcio (Questa pazza fede, ndr) poi ne pretendono subito un altro. Il segreto invece è aspettare, e scoprire che qualcosa vissuto da te, si presta alla scrittura. Con le ferrovie è andata così, un giorno ho capito che era un modo per parlare dell’Italia» [a Neri, cit.] • Lei sta sui social? «Solo per pubblicare i miei articoli. Lì tutta la discussione avviene per tribù, la vita è vista come un litigio costante. È una questione di igiene mentale non farvi parte, e poi ognuno può scrivervi di tutto» [a Vecchio, cit.] • Nel 2019 «Con la mia compagna ho ripercorso tappa dopo tappa la marcia di Garibaldi da Roma a Cesenatico dopo la caduta della Repubblica romana del 1849. Sono più o meno seicento chilometri: lui è partito il 2 luglio, io pochi giorni dopo e lungo il percorso abbiamo trovato anche 38 gradi. È stato il modo per rivivere un momento del Risorgimento in cui Garibaldi pensava, a torto, di poter immediatamente suscitare una nuova fiammata rivoluzionaria» [ad Allegri, cit.] • Il cammino dell’eroe è uscito nel 2022 e la sua compagna, Eleonora Gallitelli, nel 2020 è diventata sua moglie • Ama andare ai concerti e in kayak in Aldo Adige • Scrive la mattina. «Scrivere le cose più serie a mano, coi tappi nelle orecchie» [ad Amica]. Vado in palestra a pranzo o nel tardo pomeriggio. Altre cose nel pomeriggio. Ma niente è fisso. Ci sono momenti in cui scrivo tutto il giorno e altri in cui lo lascio per una settimana» [a Vecchio, cit.] • «Le idee vengono quando meno te l’aspetti, magari mentre imbusti la spesa alla cassa del super» [ad Amica] • Da inglese che cosa pensa dell’addio di Londra? «Forse al referendum avrei votato per rimanere nella Ue, nella speranza un po’ ingenua che migliorasse. Di come è oggi non sono affatto un fan. Se l’Europa diventasse davvero una federazione, se si potesse pensare che un tedesco venga eletto in Italia o viceversa un italiano in Germania e che poi chi è eletto facesse l’interesse dell’Europa nel suo insieme e non della sua nazione di provenienza, se ne potrebbe parlare» [ad Allegri, cit.] • Nel 2020 per il New York Times ha raccontato il lockdown da Milano. Com’è andata? «Qui, ben prima che altrove, si è scatenato il panico ma ogni nazione ha avuto a che fare con una dose d’isteria collettiva. Si è riposto un valore assoluto nel numero delle vittime che ogni giorno venivano comunicate con delle conferenze stampa, costruendo un grande evento mediatico. Ci siamo occupati dei morti ma nessuno ha pensato all’angoscia dei giovani che hanno perso il lavoro e nei prossimi mesi dovremo fare i conti con la paura di uscire di casa e tornare alla vita. Il panico sarà il vero nemico» [a Musolino, cit.] • Il 14 luglio 2021 ha giurato fedeltà alla Repubblica ed è diventato italiano: «Ne sono felice» • Ci sarà qualche cosa che l’avrà amareggiata in questi anni... «Ovvio, dall’Italia ho ricevuto anche delusioni». Per esempio? «Mi ha deluso il mondo dell’Università. Mi sembra abbia problemi enormi: l’intero sistema di reclutamento, la struttura del dottorato, la presenza dei candidati interni... Anche qui, gioca probabilmente il tema dell’appartenenza: gli italiani sono ossessionati dal tradimento, quindi devono scegliere e circondarsi di persone fidate, dei propri uomini. Questo vale anche per i professori universitari» [ad Allegri, cit.] • Lei ha tre figli, nati qui. Sono italiani o li ha fatti crescere inglesi? «Con loro ho sempre cercato di parlare inglese e ogni anno andavamo in Gran Bretagna. La più piccola è ancora all’Università qui in Italia, e gli altri due sono all’estero. Ma come tanti ragazzi italiani». Cosa intende? «Cercavano opportunità migliori, che qui, con dispiacere, non hanno trovato. Una fa la psicologa in Galles, dopo essersi laureata a Padova. Il maschio si è laureato qui in biologia molecolare e si è trasferito all’estero, sempre in Gran Bretagna, per un dottorato. Doveva andare negli Usa, era già tutto organizzato, quando gli hanno detto che per la crisi finanziaria, stiamo parlando del periodo intorno al 2008, non avevano più fondi. Si è trovato a terra da un giorno all’altro. Gli ho suggerito di fare richiesta in Inghilterra. Era scettico: non mi hanno mai visto, non sanno nemmeno chi sono. Be’, hanno guardato il curriculum e l’hanno preso in due delle tre università che aveva interpellato. Ecco, questo in Italia difficilmente sarebbe successo» [ad Allegri, cit. nel 2019] • Nel 2021 pubblica Italian life. Una fiaba moderna di amori, tradimenti, speranze e baroni universitariIl suo è anche un libro di denuncia sul potere nelle università. Tutte situazioni che lei ha vissuto? «Come dice Sallustio: queste cose non avvennero mai, ma sono da sempre. Lo cita Roberto Calasso nelle Nozze tra Cadmo e Armonia. Ecco io volevo raccontare fatti che ahimé succedono quotidianamente senza essere straordinari rubando qua e là caratteri italiani agli autori che conosco e sui quali ho scritto, Manzoni, Natalia Ginzburg, Silone, Pavese. Volevo trovare un lato emotivo comune, perché l’emotività è diversa da paese e paese. Qui succedono storie che in America non succedono e viceversa». Quali sono i caratteri di queste storie? «I personaggi si muovono in una dinamica tra un campo di valori e di appartenenza. Un giovane italiano all’università deve decidere come orientarsi in questa farsa che è effettivamente la preparazione e la presentazione della tesi. È una dinamica che conosco bene, perché, a parte i miei infiniti studenti, ho tre figli». Perché la definisce farsa? «Perché è un’assurdità: tredici persone che devono valutare con un voto una persona su una cosa di duecento pagine che una sola di quei tredici ha letto. E tra di loro c’è spesso un gioco di rivalità funzionale a mantenere o crescere la carriera e il potere nell’università. Volevo raccontare la meschinità di quello che succede, la crudezza casuale di certe situazioni che tuttora mi stupisce. Ed è diffusa» […]. L’esame orale è una particolarità italiana? «Tempo fa parlavo con il professor Christopher Ricks, uno dei pochi docenti di letteratura che ha ricevuto il “Sir” dalla regina. Gli ho spiegato come funzionavano qua gli esami e lui mi ha detto che non potrebbe farlo: ‘quando io correggo il testo di un esame è importantissimo per me non sapere chi è la persona, non sapere nulla, così sono tranquillo. Io voglio solo leggere il testo» […]. Con quale sentimento ha finito il suo libro? «Ne sono rimasto molto turbato, ho rivissuto tutta la mia passione per l’insegnamento, ho sentito molto fortemente quanto dovrebbe essere bella e appassionante l’università. E ogni tanto lo è davvero. Ma anche quanto è triste raccontare queste storie di gestione del potere universitario, la dispersione di talenti, la mortificazione di persone di valore, come il personaggio di Valeria, che avrebbe meritato molto di più. Resto comunque attaccato all’idea di insegnamento» [a Cesare Martinetti, Tuttolibri] • Non ha la tv. Non guarda le serie sul tablet? «La sera preferisco leggere o passeggiare» [a Vecchio, cit.].
Titoli di coda «Io ho scelto di scrivere e tradurre, ma ho sempre rifiutato una rubrica».