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 2025  dicembre 20 Sabato calendario

Biografia di Giorgio Diritti

Giorgio Diritti, nato a Bologna il 21 dicembre 1959 (66 anni). Regista. Ha diretto solo cinque lungometraggi, ma è considerato un autore importante del cinema italiano.
Titoli di testa Dice di essere «un uomo inciampato nella voglia di raccontare; tra i tanti modi possibili ha “incontrato” quello del cinema» [a Daniel Tarozzi, Italia che cambia].
Vita «Ho avuto un nonno, il padre di mio padre, morto durante la prima guerra mondiale dalle parti di Caporetto, che non abbiamo potuto seppellire» [a Emanuele Giampaoli, Rep] • «I miei genitori erano profughi istriani [di Rovigno d’Istria, ndr] […]. Fin da piccolo ho viaggiato molto. Il mio babbo lavorava come funzionario in una banca, per cui la nostra famiglia doveva cambiare spesso città, seguendolo nelle città delle varie sedi in cui veniva mandato» [a Gabriele Gimmelli, Lucy sulla cultura] • Con la famiglia si trasferì a Biella, a Genova, e poi di nuovo a Bologna • Da ragazzino chi leggeva? «Da ragazzino condividevo di più il cortile con i miei amici» [a Michela Tamburrino, TuttoLibri] • «A Biella sono cresciuto con i figli dei terroni. E ho frequentato i centri sociali in cui l’attenzione verso l’altro, un valore d’ispirazione cristiana, era molto forte». E com’è nato il suo amore per il cinema? «Da piccolo salivo sulla sedia e recitavo. Ma a vent’anni facevo l’assistente fonico. Nel clima effervescente della Bologna degli anni ’80 ho lavorato anche con Lucio Dalla, artista geniale, libero e uomo squisito. Fu proprio lui a indirizzarmi verso il cinema». In che modo? «Conoscendo il mio amore per il teatro, agevolò il mio ingaggio come aiuto di Pupi Avati che girava Noi tre. L’ultimo giorno delle riprese piansi e capii che era la mia strada. Dopo Avati ho avuto un altro incontro decisivo: Ermanno Olmi che mi ha insegnato a raccontare solo le storie necessarie, in cui credo davvero» [a Gloria Satta, Mess] • Da giovane suonava la chitarra nei Tebaldi rock, il primo gruppo di Luca Carboni • «Prima ancora di mettermi a fare film, durante il periodo trascorso a Bassano del Grappa in quella fucina che è stata Ipotesi cinema, la “non-scuola” fondata da Ermanno Olmi, ho avuto l’opportunità di avvicinarmi al montaggio, che all’epoca stava conoscendo importanti trasformazioni tecnologiche con l’introduzione del sistema Avid» [ibid.] • «Pupi mi ha dato il senso del fare. Olmi invece mi ha dato lo stimolo per andare a scoprire dentro se stessi il perché raccontare» [a Carlo Calabrese, Corriere di Roma] • Nel 1990 dirige il suo primo cortometraggio, Cappello da marinaio. Poi diversi documentari e, nel 1991, il film per la tv Quasi un anno, prodotto da Ipotesi Cinema e RaiUno • «“I film che volevo fare io non li voleva produrre nessuno. Suonavo decine di campanelli ma le porte non si aprivano mai. Mi sono messo in proprio. Oddio, quasi. Ho trovato un socio coraggioso, Simone Bachini e assieme abbiamo creato ’sta roba qui, Arancia film”. Poche stanze al primo piano di un palazzo di via Castiglione. Un ufficio piccolo e spoglio. Una scrivania, tre sedie, neppure una sua foto da ciak azione alla parete, solo un’immagine di Marcello Mastroianni e, su una bacheca di legno, qualche biglietto d’auguri, una cartolina con un babbo natale e una fotografia con la dedica di ringraziamento firmata sul retro da Alessandra Agosti, la musicista trasformata in attrice nella storia del Vento» [a Dario Cresto-Dina, Rep] • «I primi due film sono stati prodotti praticamente dalla società mia e dei miei soci. Diciamo che allora fu veramente una scommessa. Dopo che tanti produttori avevano rifiutato i film, un po’ per le tematiche, un po’ perché non ero ancora conosciuto, c’è stata questa nostra determinazione che, unita poi anche a un pizzico di fortuna, almeno dal punto di vista del risultato qualitativo dei premi e dell’incasso di questi primi due film, ci ha aperto una strada» [a Angela Failla, Taxi Drivers] • Nel 2005 esordisce alla regia con Il vento fa il suo giro. Girato in dialetto occitano e con i sottotitoli, parla della «parabola di uno “straniero bianco”, un pastore fricchettone, sognatore e dall’umore straripante, respinto da un paese morente e duro» [a Cresto-Dina, cit.], (cioè racconta la storia di un professore che si trasferisce con la famiglia nelle valli occitane del Piemonte e si mette a fare il pastore) • Costò 450 mila euro • «La Rai non l’ha finanziato “perché non credeva a una storia di capre”. Autoprodotto, attori e troupes hanno avuto vitto, alloggio e un rimborso spese. Del film esistono solo dieci copie. S’è fatto propaganda col passaparola» [Francesco Rizzo, 2008 Gazzetta] • Restò in programmazione al Cinema Mexico di Milano per più di un anno e mezzo, per sei mesi a Torino, tre a Bologna, uno a Cagliari. Ricevette 5 candidature ai David di Donatello (per miglior film, miglior regista esordiente, miglior produttore e miglior sceneggiatura) e 4 ai Nastri d’argento • Nel 2009 dirige L’uomo che verrà, sull’eccidio nazista di Marzabotto, avvenuto sull’Appennino bolognese dal 29 settembre al 5 ottobre del 1944 • Ermanno Olmi «la prima volta che gli raccontai il progetto, mi disse di non inserire neanche un canelupo per non scadere in facili stereotipi» [a Antonio Capellupo] • «All’epoca decisi di raccontare questa storia perché si era concluso il processo di La Spezia, dopo l’apertura degli “armadi della vergogna”, che riportò alla luce le testimonianze dei sopravvissuti. Mi colpì in particolare che le vittime fossero bambini, persone inermi, innocenti, fui spinto dal desiderio di portare la memoria di quella inutile macelleria nella speranza di far passare il concetto dell’assurdità della guerra. […] Avevo parlato con loro [con i sopravvissuti ancora viventi, ndr] e so quanto ogni parola risvegliasse in loro un dolore indicibile. Per me erano persone di famiglia, ho girato L’uomo che verrà anche per loro» [a Giampaoli, cit.] • «“La scena più dolorosa è stata […] quella del trasferimento dalla chiesa al cimitero. C’erano molti bambini. Erano spaventati, ma i genitori sono stati meravigliosi. Dicevo loro: è solo un gioco, ma un gioco serio. A un certo punto della discesa, Stefano Bicocchi, l’attore comico che tutti conosciamo con il nome di Vito, mi ha detto con la voce rotta dall’emozione: ‘Ma questo è tutto vero…’. I bambini mi hanno molto amato”. Dev’essere vero se il 21 dicembre gli hanno fatto una festa a sorpresa per i suoi cinquant’anni a Calderino di Monte San Pietro. La torta, le candeline, i canti con la musica del film. […] “Mi sono squagliato”» [a Cresto-Dina, cit.] • «Il cuore del film è la famiglia. Non mi interessava né avevo la pretesa di fare una ricostruzione storica, bellica o politica. Ho ascoltato uomini che mi hanno raccontato i tedeschi come altri uomini. La familiarità del pane e pomodoro, gli elmetti abbandonati nelle aie, il soldato che giocava coni bambini italiani ricordando i suoi lasciati in Germania ai quali costruiva cavalli di legno. Erano gli stessi uomini che poi si sono trasformati in carnefici, chi nell’obbedienza a un ordine, chi indottrinato e convinto dall’ideologia nazista» [ibid.] • Dopo aver fatto un viaggio in Amazzonia – «pochi giorni prima di partire subii la perdita di mia madre. Vengo da una famiglia cattolica e ho una fascinazione per il cristianesimo e andare in quei luoghi dopo un dolore così forte è stato importante» [a Giorgio Viaro, Best Movie] –, nel 2013 dirige Un giorno devi andare: presentato al Sundance Film Festival, parla di una donna (Jasmine Trinca, Nastro d’argento come miglior attrice protagonista) che parte alla volta delle missioni cattoliche in Amazzonia quando il suo matrimonio naufraga a causa della propria sterilità • «La vicenda l’ha ispirata un uomo, un missionario italiano conosciuto dal mio co-sceneggiatore, Fredo Valla, nel 2000 in Amazzonia, ma abbiamo pensato che farlo diventare una donna ci avrebbe consentito di farne un film sul senso della vita» [a Viaro, cit.] • Scrisse Camillo Langone sul Foglio: «Jasmine Trinca è bravissima a fare la scema, sembra nata per questa parte, le viene naturale, invece il regista Giorgio Diritti è pessimo nel mimare Terrence Malick, proprio non ci riesce. Un giorno devi andare somiglia alle prediche di certi vecchi preti che, avendo perso parecchie puntate, credono ancora che il Brasile sia terzo mondo (da aiutare) e l’Italia sia primo (da punire)»Nel 2021 dirige Volevo nascondermi, sulla vita del pittore emiliano naif Antonio Ligabue, interpretato da Elio Germano (aiutato dal trucco prostetico) • A proposito di Ligabue: «Era facile definirlo un po’ matto, ma in quella sua follia c’erano un’acutezza di sguardo, un punto di vista differente e meno stereotipato» [a Satta, cit.] • Il film vinse sette David di Donatello: miglior film, regia, attore protagonista, scenografia, suono, fotografia, acconciature. Elio Germano vinse anche il premio della Berlinale per il migliore attore • Volevo nascondermi rimase in programmazione nei cinema solo tre giorni, e solo a Roma e nel Sud, perché poi le sale chiusero per la pandemia. «Quando siamo andati da Fazio avevamo ancora un po’ di fiducia sul fatto che si potesse convivere con questa situazione. Dietro le quinte abbiamo incontrato Roberto Burioni che ci ha fatto i complimenti, ma quando ha sentito che pensavamo di far uscire il film nelle sale ci ha detto più o meno: “Davvero? Ma siete sicuri? Forse non avete capito…”. E un brivido ci è corso lungo la schiena» [a Satta, cit.] • Nel 2023 alla Mostra del Cinema di Venezia presenta il suo quinto film, Lubo. «Una vicenda liberamente tratta dal romanzo Il seminatore di Mario Cavatore, ma basata su una vicenda reale: il dramma degli Jenisch, popolazione nomade assai diffusa in Svizzera, vittima del programma Kinder der Landstrasse (“figli della strada”). Una persecuzione su base etnica e a scopo eugenetico mascherata da azione filantropica: tra il 1926 e il 1974, sono centinaia i bambini Jenisch sottratti con la forza alle famiglie d’origine e dati in adozione a famiglie svizzere, oppure internati in orfanotrofi, manicomi, prigioni. A lungo tenuta nascosta all’opinione pubblica elvetica ed emersa in tutta la sua ampiezza soltanto a partire dagli anni Ottanta» [Giammelli, cit.] • Adriano De Grandis su Il Gazzettino: «Lubo di Giorgio Diritti ha un handicap non da poco: dura tre ore, e quando si arriva a tale lunghezza bisognerebbe giustificarlo. E invece il film non lo fa».
Metodo «Ci sono film in cui contano le parole, nei miei cerco di fare parlare il paesaggio e le parole non pronunciate. Vorrei essere capace di pulizia assoluta per evitare l’enfasi e la retorica. La ragione per cui giro tre battute per tenerne poi una sola. Al montaggio taglio le scene un attimo prima piuttosto che un attimo dopo» [a Cresto-Dina, cit.] • «Non mi piacciono i film a tesi. I buoni da una parte e i cattivi dall’altra» [ibid.] • «Faccio quasi tutto il casting. […] Purtroppo oggi, forse a causa dell’esperienza delle fiction, si tende a vedere tutti belli e aggiustati. Questo forse va bene per i fotoromanzi, ma nel momento in cui si entra in una dimensione di verità e si vuole dare un coinvolgimento profondo, è bene trovare le facce giuste» [a Capellupo, cit.] • «Mi rifaccio ad Ermanno Olmi, non nel tipo di cinema che faccio, ma sicuramente nelle dinamiche e nell’approccio. Sono vicino a un certo tipo di neorealismo, ma amo anche Chaplin e Kieslowski» [ibid.] • «Per me, il montaggio è uno dei momenti più belli della lavorazione di un film» [a Satta, cit.] • «Pasolini mi ha illuminato. Amo Vassalli, leggi un suo libro e hai voglia di fare un film. Terzani, un grande osservatore e raccontatore, parte dai luoghi e dalle persone, poi diventa filosofico e teologico. Coelho anche se è completamente diverso» [a Tamburrino, cit.] • Tra i registi, gli piacciono Ken Loach, Fellini, Olmi, Truffaut. Tra i fil, Effetto Notte • Scrive «di getto e di passione. Oppure sto ore tra sigarette e gastriti cercando lo snodo che non arriva, poi di botto ce l’ho. In realtà sono un curiosone, spio i gesti della gente al mercato, l’apertura con affaccio di una finestra, le proporzioni di un portico. Dentro ci vedo storie di persone che ho voglia di raccontare» [a Tamburrini, cit.].
Curiosità Ha un figlio di 34 anni che fa il musicista • «Sono partito da credente, molto credente. Adesso comincio a nutrire qualche dubbio, coniugo la mia esistenza a Dio non più come un’adesione dogmatica, ma come una sfida. Mi metto sempre dalla sua parte, d’accordo, ma tocca a lui dimostrarmi che esiste. Gli do atto che spesso avverto segnali molto forti, emozioni che non si possono descrivere se non banalizzandole. Ma non mi basta» [a Cresto-Dina, cit.] • Tra i registi italiani di oggi, «amo i D’Innocenzo, Matteo Rovere, Mario Piredda, Carlo Hinterman» [Satta, cit.] • Nel 2013 ha fondato una Scuola di Cinema a Ostana, paese di un centinaio di abitanti in provincia di Cuneo dove abita il suo co-sceneggiatore Fredo Valla e dove aveva ambientato il suo primo film. «Ma non insegno telecamere bensì l’evoluzione di un’idea in racconto fino al cortometraggio. Un modo per mettere in evidenza le nostre urgenze, la riflessione su quanto ci circonda in relazione allo sviluppo della società. Un tempo si chiamava cinema d’autore» [a Tamburrini, cit.] • Nel 2014 ha pubblicato il romanzo Noi due • Nel 2015 ha girato il documentario Milano 2015, nel 2016 il documentario Bologna ‘900 • Durante i lockdown disse di essersi messo a curare un orto che prima trascurava, e che «sul mio comodino ci sono Storia dello sguardo di Mark Cousin ed Economia della consapevolezza di Niccolò Branca, ma ho ripreso in mano anche Memorie di Adriano di Marguerite Yourcenar, letto molti anni fa» [a Alessandra De Luca, Avvenire] • Nel 2020 ha realizzato il cortometraggio Zombie con i ragazzi del corso di sceneggiatura e regia della Fondazione Fare Cinema di Marco Bellocchio a Bobbio • Ha detto che gli piacerebbe girare un film su Matilde di Canossa [a Failla, 2024 cit.].
Titoli di coda «Mi piace più di tutto girovagare attraverso i mercati di quartiere, nei negozi e nei grandi magazzini, salire sugli autobus. Sono i luoghi che costituiscono la mia prima base di realismo. Sto in mezzo alle persone. Osservo come sono vestite, come gesticolano, come parlano o sono perdute dietro i loro pensieri e le loro preoccupazioni, come si nascondono agli sguardi di coloro che incrociano e come all’improvviso possono diventare cattive e violente» [a Cresto-Dina, cit.].