Corriere della Sera, 29 dicembre 2025
Intervista a Pietro Sermonti
«Il personaggio che interpreto è goffo, generoso e inattendibile. È l’italiano medio. E io sono come lui in tutto, tranne nella professione e nei capelli». Il pregio di Pietro Sermonti è che scherza sempre e non mette la maschera da attore impegnato. Dal 2 gennaio è protagonista di Gigolò per caso – La sex guru, la seconda stagione della serie comedy di Prime Video dove interpreta un toy boy per donne ben più anziane di lui, spinto dal padre (Christian De Sica), anche lui del mestiere. Ora il loro business viene messo in crisi dall’arrivo di una guru femminista (Sabrina Ferilli) che insegna alle donne a fare a meno degli uomini.
Lei in cosa è un maschio arretrato?
«Per il semplice fatto di essere nato nel secondo ‘900 in Occidente sono per forza un maschio arretrato ma senza arrivare ai livelli di Vannacci. Nei ragazzi di oggi vedo una quota di sensibilità spiccata che noi all’epoca non avevamo: eravamo bestie, non ci facevamo domande se quello che dicevamo potesse provocare dolore o fastidio. Noi chiamavamo Il Duca chi aveva pochi capelli – Duca stava per Du Capelli – o Er Tazzina uno che aveva perso un orecchio».
Suo padre Vittorio, letterato e dantista, cosa prevedeva per lei?
«Era soprattutto un appassionato sfegatato di pallone e sognava di avere un figlio calciatore. Da quando avevo nove anni mi ha scarrozzato per tutti i campi croccanti della periferia romana. Sono stato una delle colonne del Tor di Quinto a Roma, ho giocato con Materazzi: poi lui ha vinto il Mondiale, mentre io ho fatto il Medico in famiglia».
Che giocatore era?
«Un trequartista col gin tonic, mi ispiravo a Platini. Ero tanto bravo quanto pigro».
La popolarità estrema di «Un medico in famiglia»?
«Una botta. Prima vivevo in un altro mondo, ero una specie di disadattato, non avevo il televisore, non sapevo bene nemmeno che fiction fosse: mi sono fatto dare delle videocassette per capirlo».
Un periodo folle.
«Ho scoperto l’esistenza di esseri umani chiamati paparazzi, venivo abbracciato da ragazzine che tremavano e urlavano, da un momento all’altro non potevo più uscire di casa. Ma sono rimasto umile».
«Boris» cosa ha rappresentato?
«Il regalo più bello. Era stato ideato dai miei amici di infanzia, autori come Mattia Torre e Giacomo Ciarrapico che era stato mio compagno di banco. All’epoca ero l’attore che sgranava gli occhioni, interpretavo storie d’amore: nessuno – se non loro che sapevano che sono un cazzone – mi avrebbe offerto un ruolo così».
Ha mai recitato male come il suo Stanis negli «Occhi del cuore»?
«No dai, così male no. Stanis è unico. Per narcisismo, ignoranza, stupidità e superbia pensavo fosse inarrivabile. Poi però ho visto Trump e ho alzato le mani».
Quanti cani e «cagne maledette» ha incontrato sul set?
«Ho due Stanis clamorosi che forse mi scriverò sulla lapide e una Stanis femmina: un magnifico trio di cui non farò i nomi».
Perché sostiene che «se fossimo persone sane non faremmo gli attori»?
«Perché in fondo siamo persone ammaccate, con dei vuoti d’aria, con un bisogno enorme di essere amati, di farci vedere o di nasconderci dietro una maschera».
Che adolescenza ha avuto?
«Ero molto triste, arrabbiato, rancoroso. Ce l’avevo con il mondo come molti adolescenti, ho attraversato un grande dolore con la mia famiglia (il lutto per la morte della sorella a 4 anni, ndr) e non avevo gli strumenti per gestirlo. A 15 anni facevo il gradasso, il superbo, lo stronzetto. Con l’aggravante che ero ignorante. Penso sia stato il motivo per cui mio padre ha perso gli ultimi capelli. Si tormentava: guarda chi ho messo al mondo».
Non studiava?
«Mi hanno bocciato quattro volte. Ho fatto anche la doppietta, il duplete, in uno stesso anno perché alla scuola francese che frequentavo bisognava pure passare l’esame di italiano. Io ero disperato e mio padre mi consolava: fra 20 anni neanche te lo ricorderai. Sbagliava, perché me lo ricordo ancora dopo 40».
Però poi si è iscritto all’università.
«Mi mancavano 5 esami ma non mi sono laureato. Questa è la perfezione del narcisismo. Indirizzo storico-politico a Scienze politiche, ho fatto il marxista fino in fondo: non mi serve il vostro pezzo di carta! Pensavo avrei fatto altro nella vita, era vero, ma già che c’ero potevo finirla».
Perché non è sui social?
«Non è una forma di misoneismo».
Una forma di che?
«Misoneismo: l’avversione verso ciò che è nuovo. È una parola che ho imparato la settimana scorsa, la dico tre, quattro volte al giorno, anche da solo... Il fatto è che non mi piacciono i social: a un personaggio pubblico come me dedicano o venerazione o odio, che sono comunque due facce della stessa medaglia. Non mi interessano questi eccessi».
Un proposito disatteso?
«A un certo punto volevo imparare il cinese. Mio papà era perplesso, mi disse: Ma chi te lo fa fare? Lascia perdere: così un miliardo e mezzo di cinesi non saprà che sei un coglione».