Questo sito utilizza cookies tecnici (propri e di terze parti) come anche cookie di profilazione (di terze parti) sia per proprie necessità funzionali, sia per inviarti messaggi pubblicitari in linea con tue preferenze. Per saperne di più o per negare il consenso all'uso dei cookie di profilazione clicca qui. Scorrendo questa pagina, cliccando su un link o proseguendo la navigazione in altra maniera, acconsenti all'uso dei cookie Ok, accetto

 2025  dicembre 21 Domenica calendario

Vittorio Storaro: "Ora con la luce racconto Gesù bambino"

Ho pensato per un attimo al Pietro di Roberto Benigni, all’infanzia sconosciuta del grande apostolo, leggendo Il romanzo del piccolo Messia di Vittorio Storaro e Carlo A. Martigli (edito da Solferino). Anche nella vita di Gesù c’è un vuoto che gli autori hanno provato a riempire con una ricerca delle fonti e un po’ di immaginazione. Si tratta dell’infanzia di Cristo. Fu significativa? I quattro Vangeli canonici sono molto avari di informazioni. Della stessa nascita – così ben descritta con la grotta, gli animali, i pastori e i re Magi – non c’è quasi traccia. Dovremmo poi cercare di metterci nei panni di Giuseppe e Maria che organizzano, con la benedizione dell’Angelo, la fuga in Egitto dopo la strage dei bambini compiuta da Erode il Grande, paranoico e superstizioso. L’episodio è narrato in Matteo, ma davvero poca roba. Insomma siamo nel vago. Fermiamoci un momento. Perché mai Vittorio Storaro – noto al mondo per aver vinto tre Oscar nel cinema – si è voluto cimentare con una storia così ineffabile? Lo incontro nella libreria Risvolti. È qui, a sud di Roma, che ogni tanto si fa portare dai figli. Quando arrivo lo scorgo seduto su un piccolo divano: un cappello a larghe tese gli copre parzialmente lo sguardo. Quegli occhi, oggi senza stupore, potrebbero ancora dire di aver visto e fatto cose che pochi possono vantare. E ho pensato a quanto Vittorio Storaro sia celebre nel mondo grazie alla luce. Quella che ha messo con maestria nei suoi film, e che ha incantato i più grandi registi rendendo magiche le loro scene.
Questa storia romanzata di Gesù, del “piccolo messia”, come è nata?
«Erano anni che pensavo a un tema come questo. Un romanzo che facesse da base per una sceneggiatura e poi un film».
Non era più semplice scrivere direttamente la sceneggiatura?
«Tempo fa, per caso, avevo letto un romanzo di Carlo Martigli, scoprendo che questo scrittore di successo oltre ad essere appassionato di cinema è anche un esperto della vita di Gesù. Ho voluto conoscerlo e sono andato a Genova, nella città dove vive. Gli ho parlato di un progetto che mi porto dietro da anni: raccontare la storia avventurosa di Gesù bambino». 
I Vangeli sono piuttosto evasivi su quel periodo.
«Quelli che di solito si leggono, cioè i quattro Vangeli, dicono poco o nulla dell’infanzia di Gesù. Molte informazioni le abbiamo perciò ricavate dai Vangeli Apocrifi. È noto che Erode provò a sopprimere Gesù fin dalla nascita. Ma che cosa accadde dopo? Non rassegnandosi al primo fallimento abbiamo immaginato un Erode scatenato nella caccia avventurosa e spietata al bambino, mentre nel frattempo con Maria e Giuseppe tentano la fuga in Egitto. Il romanzo ricostruisce una vicenda lunga otto anni». 
Lei sa che i Vangeli Apocrifi sono inattendibili.
«So bene che le storie che vi si raccontano nascono dalla fantasia popolare: ci fanno conoscere un Gesù fanciullo già predestinato al suo compito. Un bambino dotato di capacità straordinarie, che compie miracoli, discute con i sapienti e che a volte si mostra capriccioso e si fa perfino travolgere dalla rabbia. È l’immaginazione popolare che restituisce la sua immagine, in larga parte inedita. Persino il matrimonio tra Maria e Giuseppe è raccontato con dovizia di dettagli negli Apocrifi. Che poi la parola “apocrifo” vuol dire “nascosto” e non “falso”. Quindi perché non prendere quei testi come la base da cui partire per raccontare una grande avventura?».
Lei accenna anche a un suo viaggio al Cairo al fine di andare alla scoperta delle fonti storiche. 
«Partimmo io, mio figlio e Rashid Benhadj, un amico regista con cui avevo fatto un paio di film. Ci indicarono il museo Copto del Cairo come uno dei luoghi dove era possibile risalire alle radici della storia cristiana. Scoprimmo così che la comunità essena aveva svolto un ruolo importante nel proteggere l’incolumità di Gesù durante il periodo in Egitto».
Ma la comunità essena si era soprattutto insediata nella Palestina.
«Certo, ma durante la prigionia del popolo ebraico ci furono numerosi scambi e contaminazioni culturali. Che si protrassero anche dopo l’Esodo. Tanto è vero che religiosi egizi si spinsero fino alle terre della Galilea. Le loro conoscenze, soprattutto terapeutiche, furono assorbite dalla comunità essena e messe in pratica nel monastero di Krmel che potrebbe essere una trascrizione errata di Qumram. Naturalmente non siamo storici del cristianesimo; ma questo gruppo monastico, noto anche come la comunità del deserto – il cui interesse si lega alla scoperta dei rotoli del Mar Morto – ha scatenato la nostra immaginazione».
Come ha diviso il lavoro con Martigli?
«Lui è lo scrittore che mi ha affascinato. Con le dovute proporzioni è stato come far nascere una collaborazione analoga a quella che ebbi a lungo con Bernardo Bertolucci. Martigli scriveva le parti che io poi rivedevo provando a mettere sotto una luce più “cinematografica” il testo».
A proposito di Bernardo Bertolucci, quanto è durata la vostra collaborazione?
«Più o meno un quarto di secolo. Iniziai nel 1963, come assistente di Bernardo in Prima della rivoluzione che poi sarebbe uscito l’anno dopo. Non mi occupavo di fotografia, ma facevo un po’ di tutto. Lui aveva 22 anni io 23. Eravamo giovanissimi. Ricordo che gli chiesi perché avesse scelto di occuparsi di cinema, mi rispose che in un primo momento pensava di fare lo scrittore ma c’era un padre troppo bravo e ingombrante perché potesse seriamente competere sul piano letterario».
Il padre era Attilio Bertolucci.
«Di lui non sapevo nulla. Mi raccontò che da bambino Attilio lo portava in un cineclub di Parma con i suoi amici scrittori. Vedevano i film e poi li commentavano. Ma il vero apprendistato Bernardo lo fece a Roma con Moravia, la Betti e soprattutto Pasolini, che gli fornì la sceneggiatura per il suo esordio con La commare secca».
Com’era Bertolucci sul set?
«Molto a suo agio. Aveva un piccolo visore con cui inquadrava le scene potenziali e dava indicazioni su come e dove disporre la macchina da presa e quali movimenti farle fare. Bernardo, più che pensare, ha scritto con la cinepresa».
Un po’ come lei quando dice di “scrivere con la luce”. Dove le è nata l’idea?
«Guardando e riflettendo sull’esperienza che Caravaggio ha fatto con la luce. L’artista non si limita a illuminare una scena ma prova a scomporla. Tagliando in due lo spazio è come se Caravaggio volesse separare la luce dall’oscurità».
Il bene dal male.
«Certo. Scrivere con la luce è per me soprattutto un gesto etico».
Crede che lo fosse anche per Caravaggio?
«Ne sono convinto, e non perché la sua vita fosse guidata dal bene. Piuttosto, perché la sua esistenza “maledetta” gli ha consentito di comprendere o intuire che non c’è il bene senza contrapposizione al male. Dopotutto, qualcosa di molto simile lo sperimentai con il film Il conformista. Anche lì i dosaggi e gli effetti della luce illuminavano oppure oscuravano la materia spirituale del protagonista. Nel contrasto tra luce naturale e artificiale fissavo in qualche modo l’opposizione tra fascismo e antifascismo».
"Il conformista” piacque molto a Francis Ford Coppola.
«Restò molto colpito dall’impiego della luce. Mi propose di applicare lo stesso gioco di contrasti per Apocalypse Now. Passai settimane cercando di dosare, sfumare e contrastare gli effetti di luce. Due erano le situazioni che dovevo affrontare: l’effetto sulla giungla del napalm, che risolsi con il contrasto tra i fumi gialli e acidi della bomba e il verde intenso della vegetazione; e l’altra riguardante lo stato d’animo del colonnello Kurtz, l’abisso nel quale si era tuffata la sua anima».
Lei è stato molto conteso dai grandi registi.
«Ho avuto la fortuna di poter scegliere. Mi cercavano sapendo cosa potevo offrire». L’ha cercata anche Fellini?
«No, non ho mai lavorato con lui. Ma vede, nell’ambiente ero considerato molto esigente e spesso quando mi si proponeva un film il mio primo pensiero era rivolto a Bertolucci: volevo sapere se c’era in ballo il progetto di un suo nuovo film. Il nostro era un rapporto che andava oltre quello che di solito si instaura tra due professionisti».
Che cos’era?
«L’amicizia tra due persone con un’intesa perfetta sul set. E poi senza Bernardo non so francamente che direzione avrebbe preso la mia carriera».
Se l’avesse chiamata Kubrick?
«A volte ho pensato a cosa avrei fatto con quel genio del cinema e non so se davvero si sarebbe creata l’intesa necessaria. Temo fosse troppo accentratore e io ero troppo inquieto e orgoglioso per accontentarmi di eseguire gli ordini».
Woody Allen era molto più disponibile?
«Assolutamente. Fin da Café Society non c’è stato screzio o incomprensione. È fondamentale sul set sentirsi libero di agire, percepire la fiducia dell’altro. E lavorare in pace».
L’ultimo film con Bertolucci fu “Il piccolo Buddha”. Secondo lei avrebbe girato un film su Gesù? 
«Bernardo era molto legato all’esperienza buddista e volle realizzare il film raccontando la storia di Siddharta. Ricordo che mi parlava della Vita di Milarepa. Appresi così che il mistico tibetano lo aveva influenzato nelle sue scelte, ma sono certo che la stessa sensibilità spirituale l’avrebbe potuta manifestare raccontando la vita di Gesù».
Ha recentemente dichiarato che il cinema si è un po’ dimenticato di lei. Che succede?
«Succede che si invecchia. Ho 85 anni, che ci si stanca, che ho problemi seri alla vista, in particolare a un occhio, a causa di un glaucoma. E dopotutto temo di essere considerato un rompiscatole».
Cosa le suscita in questo momento la parola “luce”?
«Sembra quasi una beffa per uno che per tutta la vita si è affidato alla luce, ma so che non è così. Purtroppo ho a lungo trascurato certi segnali e forse non ho seguito come avrei dovuto le prescrizioni e i consigli del medico. Usando spesso nel mio lavoro il dimmer mi arrivava a volte una luce violenta e improvvisa sugli occhi che a lungo andare ha compromesso la vista».
Questo non le ha impedito di scrivere e progettare un nuovo film.
A proposito, molti registi si sono cimentati sulla figura di Gesù. Chi le piace? Chi non le piace?
«Ho trovato straordinariamente intenso Il Vangelo secondo Matteo di Pasolini, un film di rara purezza. Il mio preferito resta il Gesù di Zeffirelli che ha saputo tenere insieme il racconto popolare con l’eleganza formale, mentre ho detestato il film di Mel Gibson».
A chi affiderebbe la regia del suo “Gesù”?
«C’è già un’intesa con Rashid Benhadj, lo considero perfettamente adatto per l’impresa che ci siamo prefissi».
Visto che siamo in tono, lo vedrebbe come un miracolo di Natale?
«Sono il figlio di un proiezionista che lavorava alla Lux, quindi fin da bambino la luce mi ha accompagnato, come sogno prima e come possibilità di rimodellare alla mia maniera il mondo poi. So che potrei ancora riuscirci».
Anche Woody Allen si lamentava che in America non lo fanno più lavorare.
«È triste, ma in compenso l’Europa e in particolare l’Italia lo hanno adottato».
Allen ha compiuto da poco 90 anni. Gli ha fatto gli auguri?
«No, lui è una persona schiva che non ama i complimenti. Un po’ come me. Siamo due timidi sopravvissuti al successo».