Specchio, 27 dicembre 2025
Guglielmo Verdirame. Un Lord italiano al servizio di Sua Maestà: "Il diritto internazionale si sta sgretolando"
Quando prende la parola nella neogotica aula della Camera dei Lords, sotto i grandi dipinti Ottocenteschi, le vetrate decorate, con il trono reale a dominare la scena, si percepisce subito che il livello di attenzione tra i banchi in cuoio rosso trapuntato si fa più vigile. Accade lo stesso quando interviene in Tribunale come “King’s counsel”, massimo grado dell’Avvocatura inglese, con la tradizionale parrucca bianca, la toga e il mantello nero sulle spalle. Guglielmo Verdirame è infatti uno dei più ascoltati giuristi di Diritto internazionale del Regno Unito. Poco più che cinquantenne ha già collezionato un’impressionante attività accademica e professionale, che lo ha portato nel 2022 alla Camera dei Lord, nominato Barone di Belsize Park, uno dei quartieri più eleganti di Londra Nord. Occorre risalire ai tempi di Sir Charles Forte, il fondatore dell’impero alberghiero che ancora porta il suo nome, per trovare il precedente di un Lord nato in Italia. Ma in fondo il Barone Forte era arrivato in Scozia a quattro anni, portato dai genitori frusinati ai primi del Novecento. Britannico dunque per tutta la vita. Verdirame invece è nato e ha trascorso l’adolescenza a Reggio Calabria, per trasferirsi poi a Bologna e laurearsi in Legge. Solo la passione per il diritto internazionale lo ha insomma spinto Oltremanica.
«Ci sono arrivato per proseguire gli studi –racconta dalla sua bella casa nel verde di South Hampstead, un edificio vittoriano in mattoni rossi e dalle ampie finestre– Prima il dottorato alla London School of Economics, poi il grande salto a Oxford e Cambridge». Una scalata rapidissima nel supercompetitivo ambiente accademico delle élite inglesi, che può essere però conquistato con merito e capacità. «In effetti la mia storia personale è la testimonianza di quanto il sistema inglese sia aperto a chi arriva dall’estero – continua – Oxford e Cambridge sono l’eccellenza assoluta, una volta ammessi nei loro college si entra nell’élite culturale del Paese. Un accesso meritocratico, come, anzi ora più dello stesso sistema americano». In passato anche la barriera economica, peggiorata dopo Brexit, era meno pesante per gli stranieri. Si poteva superare con borse di studio e prestiti d’onore. Così il giovane calabrese dalla fine degli anni Novanta inanella una serie impressionante di incarichi: Junior Research Fellow al Merton College di Oxford, docente di giurisprudenza e Fellow del Lauterpacht Centre for International Law a Cambridge, visiting professor alle americane Harvard Law School e Columbia Law School. Dal 2011 tra gli altri incarichi è docente di diritto internazionale al King’s college di Londra. «La più grande emozione – ricorda – è stata la cerimonia di ammissione nel corpo accademico di Cambridge. Per me questi Atenei sono luoghi magici, io non avevo certo il curriculum di studi tradizionale inglese, capii in quel momento di avercela fatta». Un po’ deve essere il Dna di famiglia: studi in Legge anche per il fratello e un bisnonno famoso, Giuseppe Alongi, dirigente di polizia che a fine Ottocento scrisse un volume tuttora considerato il primo lavoro approfondito sulla mafia siciliana: Studio sulle classi pericolose della Sicilia.
Così assieme all’attività accademica anche il pronipote esercita la professione, avvocato al massimo livello della categoria inglese, King’s counsel appunto, sempre nel campo del diritto internazionale. Si occupò di campi profughi in Africa quando il problema dell’immigrazione verso i Paesi europei non era ancora una emergenza. Lavora con Barbara Howell-Bond che a Oxford aveva aperto il primo centro studi sul tema dei rifugiati. Il giovane ricercatore trascorse un anno in Kenia, ne nacque uno studio che ha fatto scuola per denunciare la disumanità dei campi in molti Paesi africani, anche sotto la supervisione dell’Onu. «Storie drammatiche che mi colpirono profondamente –ricorda ancora adesso– Ragazzi che rimanevano in un limbo violento per anni, come un gruppo di studenti universitari fuggiti dal Congo perché oppositori del dittatore Mobutu. Erano giovani con un ideale. Li ho visti languire per più di dieci anni in preda alla disperazione, senza prospettive, senza futuro».
Come avvocato Verdirame è stato chiamato da governi e organizzazioni internazionali. Ha fornito assistenza al governo britannico durante le trattative di uscita dall’Unione europea. Ha rappresentato quello italiano nell’intricatissima vicenda dei due Marò arrestati in India, contribuendo alla loro liberazione dopo un arbitrato che diede ragione alla difesa. Tra le altre cause che lo vedono coinvolto rappresenta adesso il governo ucraino nelle azioni legali contro la Russia per le violazioni dei diritti umani, dall’annessione della Crimea alla guerra in corso.
«Sono ovviamente cause molto complesse – spiega – Quella dei Marò soprattutto per l’intreccio politico con le relazioni tra Italia e India, che furono compromesse per anni. Almeno però si era in tempo di pace. Al contrario quelle tra Ucraina e Russia presso la Corte di Strasburgo saranno difficili da risolvere in un’aula di giustizia. La debolezza europea si vede anche in questo». Fa male al cuore pensare che non ci saranno probabilmente condanne per fatti orrendi come le stragi a Bucha nel 2022 o il rapimento di migliaia di bambini ucraini sottratti alle loro famiglie.
Queste e altre cause internazionali hanno dato al giurista italiano un profilo di rilievo nella vita pubblica e istituzionale britannica. La consacrazione definitiva è così arrivata con la sontuosa cerimonia di investitura a Pari del Regno: Guglielmo Verdirame, Barone di Belsize Park. Un rituale che risale al Seicento. Mantello di lana rossa sulle spalle con cappuccio bordato di ermellino, il nostro connazionale ha giurato fedeltà al sovrano e alle istituzioni nel novembre 2022. Nominato membro del Parlamento dal governo conservatore di allora, ma come indipendente. Numerosi i suoi interventi in aula. La sua cultura giuridica contribuisce al dibattito e all’esame delle leggi, per questo quando parla è silenzio assoluto.
Nel (poco) tempo libero coltiva il suo amore per l’arte. Possiede una discreta collezione di opere classiche, «quelle abbordabili di prezzo» precisa sorridendo, in una Londra che comunque è una delle capitali mondiali del mercato. D’inverno la passione per lo sci lo porta sulle Dolomiti, di solito con una comitiva di amici inglesi. Dopo tanti anni all’estero l’Italia cos’è?. «Sicuramente gli affetti di famiglia, ma anche legami ancestrali che riemergono proprio più passa il tempo. Da poco sono tornato ad esempio a leggere narrativa in italiano, classici della nostra letteratura o libri contemporanei. Un piacere riscoperto». Radici forti che rimangono anche nella sua vita ormai felicemente londinese, con un partner di lunga data che pure ricopre un ruolo pubblico.
Un solo recente grande rammarico: la crisi dell’ordine internazionale, del suo diritto e dei suoi organismi, sotto attacco non solo delle dittature ma anche ormai della stessa Casa Bianca. «Ci eravamo illusi che davvero l’ordine internazionale potesse essere regolato dal diritto, come sembrava in buona parte del Dopoguerra. Abbiamo sottovalutato il fatto che dietro le Nazioni Unite o i Tribunali internazionali c’era in realtà la Pax americana. La forza degli Stati Uniti reggeva l’architettura che ha garantito l’equilibrio tra le superpotenze. Ora rischia di sgretolarsi. La guerra in Ucraina è il passaggio chiave: spero davvero che Trump non riconosca l’annessione illegale di territori occupati con la forza. Anche nei tanti momenti di realpolitik della Guerra fredda gli Stati Uniti non hanno mai violato questo principio».