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 2025  dicembre 23 Martedì calendario

Criptovalute, la gara globale tra Usa, Cina e Ue

Può sembrare a prima vista una semplice corsa. A guardarla con più attenzione invece è una guerra. Una guerra in cui i grandi blocchi mondiali hanno iniziato a scavare le proprie trincee. L’obiettivo è esistenziale: proteggere il proprio sistema dei pagamenti, la propria moneta e, in definitiva, la sovranità finanziaria. Sembra fantascienza, e invece è un futuro che si avvicina a passo di carica. Qualche giorno fa, Pietro Cipollone, rappresentante italiano nel board della Bce e responsabile del progetto dell’euro digitale, è andato giù piatto. Se non interveniamo, ha detto, si potrebbe arrivare a una marginalizzazione della moneta di Banca centrale, del sistema finanziario e della nostra sovranità monetaria.
Insomma, la sfida delle monete digitali è partita, e l’America e la Cina stanno correndo. Molto più dell’Europa. Ognuno ha scelto un modello diverso.
Gli Stati Uniti si sono affidati solo all’iniziativa privata delle cosiddette “stablecoin”, valute digitali ancorate al dollaro.
Al momento ce ne sono due già dominanti, la Usdt di Tether, società fondata da due italiani, Giancarlo Devasini e Paolo Ardoino, e Usdc, di Circle. Il progetto americano è chiaro: fare del dollaro la moneta dominante anche nel mondo digitale. Il mercato delle stablecoin viaggia verso i 400 miliardi di dollari. Insomma, il modello statunitense può essere descritto come una “via liberale-privata al digital money": un assetto in cui l’innovazione monetaria digitale è trainata dal mercato e da attori privati, con le stablecoin in dollari e le piattaforme di Big Tech che operano di fatto come un dollaro digitale informale.
In questo modello, la sovranità monetaria non viene esercitata attraverso una moneta digitale pubblica, ma si estende indirettamente attraverso l’egemonia del dollaro e delle infrastrutture private che lo veicolano nello spazio digitale. Oltre il 90% delle stablecoin globali è ancorato al dollaro, consolidando la sovranità monetaria degli Stati Uniti anche nello spazio cripto.

Il modello cinese è esattamente opposto. La Cina ha vietato nel 2021 le attività e i servizi legati alle criptovalute e ha continuato a ribadire che le “virtual currencies”, incluse le stablecoin, non sono moneta legale in Cina. In parallelo ha promosso il renminbi digitale (e-Cny): a fine settembre 2025 le transazioni cumulative hanno superato 14,2 trilioni di yuan e risultano oltre 225 milioni di wallet personali aperti.
In termini di modello, l’e-Cny aumenta la tracciabilità rispetto al contante e favorisce l’integrazione con pagamenti e servizi pubblici, distinguendosi dalle valute digitali private. Insomma, l’e-Cny può essere descritto come una “via confuciana al digital money”, in contrapposizione sia al modello libertario delle criptovalute sia a quello di mercato delle stablecoin in dollari. Una via coerente con l’impostazione confuciana del ruolo centrale dello Stato, in cui la moneta anche digitale è concepita come infrastruttura pubblica: orientata alla stabilità e all’ordine collettivo, legittimata dall’autorità centrale e progettata come strumento di governance, con elevata tracciabilità e integrazione nei sistemi fiscali e amministrativi.
E poi c’è l’Europa, con il suo modello misto: la moneta digitale di Banca centrale, vale a dire il digital-euro, e la regolamentazione per i privati che vogliono commerciare le proprie monete digitali sul mercato comune (dieci banche europee in questo quadro hanno creato Qivalis).
Il progetto europeo prevede alcuni capisaldi: la Banca centrale come garante, le regole prima del mercato, la stabilità come obiettivo sistemico. È già stabilito anche un cronoprogramma: una fase di preparazione avviata il primo novembre 2023 e attiva fino al 2025, la definizione del rulebook, con la selezione dei provider, i test con banche e operatori. Poi una fase pilota nel 2027 e il lancio realistico nel 20282029 (soggetto a regolamento Ue in fase di approvazione).
Per il modello europeo non serve ricorrere a metafore fantasiose o ardite: la sua logica è chiara e affonda in una storia lunga. Non sarà “free” come l’approccio americano né pervasivo come quello cinese, ma l’euro ha dimostrato nel tempo che, in Europa, le radici crescono lentamente e diventano profonde.
L’euro digitale si configura così non come un semplice strumento di pagamento, ma come un pilastro della sovranità europea nell’era dell’intelligenza artificiale e delle piattaforme. A voler trarre delle conclusioni, si potrebbe dire che emerge una convergenza inattesa tra Stati Uniti e Cina. Sistemi politici e istituzionali profondamente diversi finiscono per muoversi lungo traiettorie che, pur competendo, tendono a somigliarsi.
Nel campo della moneta digitale, entrambi i modelli riconoscono che il controllo delle infrastrutture di pagamento, delle unità di conto digitali e delle piattaforme monetarie è diventato una leva centrale di sovranità.
La Cina percorre una via statale e sistemica, con l’e-Cny come moneta pubblica programmabile e integrata nella governance. Gli Stati Uniti seguono una via liberale-privata, in cui stablecoin in dollari e infrastrutture di Big Tech danno forma a un dollaro digitale “di fatto”. Ma in entrambi i casi la posta in gioco è la stessa: preservare il primato monetario nello spazio digitale, trasformando la moneta da semplice mezzo di scambio in architettura di potere.
La differenza non è dunque di obiettivo, ma di modalità: più centralizzata e coerente in Cina, più frammentata e di mercato negli Stati Uniti. Nel risultato, però, la competizione produce una convergenza funzionale. Nella finanza monetaria digitale del prossimo decennio, Pechino e Washington non si fronteggiano come opposti speculari, ma come varianti concorrenti di uno stesso paradigma di controllo monetario. Con l’Europa che prova a difendere la sua moneta in questa nuova era.