Corriere della Sera, 23 dicembre 2025
Decreto Ucraina, intesa vicina. Il Carroccio tratta sulle parole: «Aiuti, ma alla popolazione»
Ora tutte le attenzioni sono dedicate alla Manovra, fonte dentro la Lega di spaccature, tensioni, ipotesi di dimissioni. Trovata la quadra, come avrebbe detto Umberto Bossi, bisogna chiudere al più presto la pratica avendo salvaguardato i cavalli di battaglia sulle pensioni. La partita dal fronte interno si sposta su quello della coalizione di governo con un altro tema su cui Matteo Salvini ha marcato la sua differenza rispetto ai partner. Gli aiuti all’Ucraina, già approvati con mugugni crescenti per dodici volte e che arrivati al tredicesimo via libera richiedono un radicale aggiustamento perché alla Lega la parola «militari» non è gradita. E minaccia di assumere una posizione forte, anche se nessuno scommette un centesimo su uno strappo che arrivi fino alla crisi di governo. Non ce ne sono le condizioni e i leghisti per primi sanno che rischierebbero di pagarne un prezzo pesante mettendo a repentaglio la stabilità dell’esecutivo tanto apprezzata sul piano internazionale.
Quella che pone la Lega non è, ovviamente, una mera questione lessicale. Il vicepremier leghista da tempo va dicendo che bisogna smettere di inviare armi al Paese aggredito e che ci si deve dedicare esclusivamente alle vie diplomatiche per ricercare la pace (una sorta di presa d’atto dello status quo a prescindere dai territori sottratti all’Ucraina). Su questa linea il partito è compatto. C’è chi storicamente coltiva rapporti con la Russia e non vede l’ora che possano riprendere in un clima più disteso e chi, più pragmaticamente, pur convinto delle ragioni di continuare a sostenere l’Ucraina, ritiene che una posizione dissonante dentro il centrodestra, sensibile alle istanze pacifiste che sono andate crescendo nella società italiana dallo scoppio della guerra, possa giovare ai consensi elettorali.
La quadra da raggiungere sta nel fitto lavorìo in corso da settimane tra i vertici di Fratelli d’Italia, Lega e Forza Italia per approdare ad un testo che, magari un po’ acrobaticamente, tenga conto delle istanze di tutti. «Mi pare di capire che verrà fuori un decreto che concentrerà gli sforzi sugli aiuti civili e un po’ meno su quelli militari» ha commentato ieri il capogruppo leghista al Senato Massimiliano Romeo. Non solo. Visto che, seppur a fatica, si sta lavorando al piano di pace proposto dal presidente americano Donald Trump, tra le richieste da inserire nel documento ci deve essere una premessa che tenga conto dei negoziati in corso.
Ieri in Consiglio dei ministri non si è parlato del decreto. Ma chi conosce nel dettaglio il dossier fa sapere che dentro la maggioranza l’intesa su un testo c’è. Si ipotizza, rispetto all’ultima versione licenziata, l’aggiunta di due capitoli per formalizzare la necessità di aiuti alla «popolazione civile» e di interventi sulla logistica. Nessun dettaglio, invece, sulle armi, ma anche qui si dà per certa l’esclusione di «armamenti a lungo raggio».
Il testo sta rimbalzando come una pallina da ping pong tra Palazzo Chigi e le sedi dei partiti. Come si usava ai tempi della Prima Repubblica, è un lavoro di dosaggio e di equilibrismi tra parole da soppesare una per una in modo che, quando finalmente il compromesso sarà raggiunto e il decreto approderà in Consiglio dei ministri proprio sul limitare dell’anno (il 29), ciascuno possa dire di aver visto riconosciuta la propria posizione. La Lega vanterà gli aiuti civili, Fratelli d’Italia e Forza Italia la coerenza nel sostegno all’Ucraina. E chissà che prima del prossimo decreto il piano di pace non trovi a sua volta l’attesa quadratura.