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 2025  dicembre 21 Domenica calendario

Dickens, Capote e Dr. Seuss Il racconto di Natale non cambia mai

Charles Dickens ha inventato il Natale. Ormai è conclamato. Anzi, forse è un’affermazione un po’ trita per chi osserva da vicino la letteratura, soprattutto occidentale ma in questo caso non c’è da farne una questione geografica o culturale, e come ogni tradizione è bene ripeterselo ogni anno a monito, o un punto di partenza per vedere come andrà a finire.
Dickens ha inventato il Natale e la Coca-Cola lo ha perfezionato. Non si tratta di secolarizzazione di una festa religiosa – nel racconto morale di Dickens c’è tutto il cristianesimo al quale si possa fare appello, eppure il Canto di Natale attinge ancora a un pubblico più che trasversale – o di commercializzazione delle celebrazioni, ma di cristallizzazione del canone. Il Canto di Natale, proprio come il bianco e rosso del costume di Babbo Natale o San Nicola che dirsi voglia, ha imposto delle regole che, dal 1843 quando è stato pubblicato per la prima volta, difficilmente sono state sfidate e quasi mai sovvertite. Insomma, quando si parla di letteratura natalizia, si deve constatare che in più di centottant’anni è stato inventato ben poco di nuovo.
Le eccezioni esistono, ma decennio dopo decennio si sono fatte sempre più rare e alla fine del 2025 non se ne vedono praticamente più. Dopo Dickens, che in effetti ha coscientemente inaugurato una serie pubblicando un racconto di Natale all’anno fino al 1848, la letteratura anglosassone si è data da fare per replicare e arricchire il canone, ispirandosi al capostipite. Dopo sono venute la scozzese Margareth Oliphant, l’americana Louisa May Alcott, Edward Eggleston (del quale Mattioli 1886 pubblica quest’anno un librino intitolato Il club del Natale, per esempio), Hans Christian Andersen e una lunga sfilza di autori e autrici che hanno preso il racconto morale e hanno contribuito a renderlo un pilastro della tradizione, come l’abete in casa e le calze appese al camino.
I fantasmi hanno fatto l’altra metà del lavoro: il racconto gotico natalizio, da Sheridan Le Fanu a Sir Arthur Conan Doyle fa parte del classico letterario stagionale che ogni anno alimenta le strenne – da segnalare in particolare la raccolta Phantasma, pubblicata in questo periodo da Feltrinelli che include racconti di H.G. Wells, Vernon Lee e Sir Walter Scott. Così, però, arriviamo a malapena alla fine del 1800, forse ai primi del Novecento grazie alla reiterazione dei temi e al riutilizzo dei personaggi. Dopo, l’orizzonte si fa torbido, le idee stantie e il mercato aggressivo.
Nel 1956, quando il magazine Mademoiselle ha pubblicato per la prima volta quello che da molti è considerato l’ultimo classico moderno, Un Natale di Truman Capote, si era già tracciato nettamente il confine tra letteratura per adulti e letteratura per l’infanzia. La prima andava a riducendo la propria inclinazione verso la stagionalità, e la seconda la andava affermando. La trasversalità del racconto morale, di cui Capote da’ forse l’ultimo magistrale esempio – prima dell’ancora più inaspettato Racconto di Natale di Auggie Wren di Paul Auster, comparso sul New Yorker nel 1990 – si era persa nel favolistico e la produzione letteraria, ormai continua, aveva cominciato a slegarsi dall’occasionalità. Questo non vuol dire che non siano più esistiti capolavori natalizi, solo è diventato un po’ più difficile trovarne di universali.
Nel 1957, stanco di assistere alla continua rivisitazione del classico dickensiano e un po’ disgustato dalla commercializzazione forzata delle festività già in atto da decenni negli Stati Uniti ubriachi di ripresa economica (Canto di Natale e Coca-Cola, di nuovo), l’illustratore e autore Theodor Seuss Geisel, già noto con lo pseudonimo che lo avrebbe reso leggendario, Dr. Seuss, ha inventato l’ultimo grande personaggio degno di entrare nel canone: il Grinch. E anche se il suo arco evolutivo era simile a quello di un qualunque Scrooge, la cattiveria del Grinch, il suo cuore piccolo, le sue scarpe strette, la critica al consumismo e la redenzione finale, erano del tutto inedite e lo hanno trasformato in un successo natalizio planetario mai più eguagliato.
Le pubblicazioni natalizie non si sono fermate dopo la metà del Novecento, ma sono andate a confondersi nel mare magnum del mercato libraio occidentale che, anno dopo anno, ha moltiplicato le pubblicazioni perdendo, di fatto, la necessità di avere un’occasione per vendere prodotti specifici e, anzi, prediligendo sempre di più le scelte di marketing ad ampio raggio. Insomma: un racconto di Natale si vende solo a Natale, meglio approfittare delle feste per far tornare sugli scaffali i classici invenduti, i best seller mancati e le nuove proposte. Così gli sforzi degli autori moderni e contemporanei per mettersi nella scia del canone sono passate sempre più in sordina.
Esempi come il racconto di John Cheever Natale è un periodo triste per i poveri, pubblicato per la prima volta nel 1978, e Mentre i mortali dormono, parte della raccolta Baci da 100 dollari del 2011, di Kurt Vonnegut restano gemme da andare a cercare tra la moltitudine di remake e rivisitazioni, appropriazioni indebite e apparizioni fantasmatiche che fanno il verso ai soliti vittoriani.
Se è vero che ogni anno decine di romanzi vengono presentati come «instant classics» o «moderne favole natalizie», è altrettanto vero che spesso si tratta di avanzi di romance e di un buon modo per bollarli come titoli destinati a scomparire nel giro di poche settimane tra gli scatoloni delle decorazioni e i costumi dismessi e che a sopravvivere sono comunque sempre i veri classici, imitati ma mai eguagliati. Entrati nell’immaginario al punto da incarnare, a ogni rilettura, lo specchio perfetto dei tempi che corrono, come ci si aspetterebbe dalle opere morali.