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 2025  dicembre 20 Sabato calendario

Gazebo: "I Like Chopin è diventata immortale E lo devo a Vanzina"

Non c’è italiano che non sappia fischiettare o canticchiare I Like Chopin di Gazebo. Lui, al secolo Paul Mazzolini, per tanto tempo si è sentito intrappolato da quel successo. A 65 anni ormai ci ha fatto pace e sa di essere parte integrante della cultura pop di questo Paese.
Ma lo sa che in tantissimi quando sentono il nome Chopin pensano alla sua canzone e non all’illustre pianista?
«Mi spiace per lui».
Sono passati più di 42 anni dall’uscita di I Like Chopin, all’epoca poteva mai immaginare che la canzone scritta da lei e Pierluigi Giombini avrebbe avuto una vita così lunga?
«Chiaramente no, era già un miracolo per me avere fatto Masterpiece, era già bello essere entrato nel mondo della discografia: fare un vinile, portarselo a casa, ascoltarselo, era già un punto d’arrivo per me. Avevo scelto il nome Gazebo proprio perché non pensavo che sarebbe durata, altrimenti ci avrei riflettuto un po’».
Com’era nato quel nome così particolare?
«A quei tempi non esisteva ancora la dance italiana. Se avessimo usato il mio nome vero avremmo corso il rischio che i dj snobbassero il disco. C’era la convinzione che quel genere potessero farlo solo gli americani, gli inglesi o al limite i tedeschi. Un disco italiano sarebbe stato vissuto come un prodotto di serie B. Il nostro obiettivo era che Masterpiece suonasse in discoteca, così abbiamo scelto un nome del quale non si capisse l’origine, sfruttando il fatto che sono madrelingua inglese».
In effetti in tanti non avevano capito che lei fosse italiano.
«In accordo con la Baby Records facevo le interviste in finto italiano con accento inglese. Enzo Tortora si arrabbiò quando capì che stavo fingendo: “Ma questo mi prende per il c…o! “. Fu Maurizio Seymandi a spiegargli la situazione, Tortora si mise a ridere e continuò l’intervista come se niente fosse».
Chiarito che non si aspettava per I Like Chopin una tale longevità, figuriamoci immaginarsela come classico di Natale.
«Questa è ancora più inimmaginabile. Uscì a maggio dell’83, in quell’estate fu la grande concorrente di Vamos a la Playa. Poi il 22 dicembre uscì Vacanze di Natale di Vanzina e I Like Chopin conobbe anche il successo invernale. Mai avrei immaginato che il brano sarebbe stato associato a un film, figuriamoci uno così iconico. Sia I Like Chopin che Vacanze di Natale hanno in questo modo attraversato le generazioni fino a oggi».
Lei non è però un grande fan del film dei Vanzina, vero?
«Io sono cresciuto con la musica, ho studiato lettere, da adolescente ho fatto teatro d’avanguardia. Il mondo di Vacanze di Natale non mi era molto comprensibile, ma sono contento che abbia allungato la vita di I Like Chopin. Nel tempo ho conosciuto molti attori del film, sono diventato amico di Jerry Calà. Ogni tanto ci sentiamo e io scherzo con lui imitando la scena iniziale del film quando sulle note della mia canzone Billo entra al Vip Club con il montone e dice “Non sono bello, piaccio”. Mentre Jerry nelle sue serate continua a fare I Like Chopin».
Secondo lei è stata più utile la canzone al film o il contrario?
«Sicuramente il film ha aiutato I Like Chopin a prolungare il suo successo. Credo sia diventato un brano iconico, anche perché è legato a quella scena. Ma i benefici ci sono stati anche per il film. Ho avuto modo di incontrare Carlo Vanzina qualche mese prima che morisse. Mi ha raccontato che era un grande fan della canzone e che la volle a tutti i costi. Credo che abbia dato al film un colore bello, tutto sommato positivo. Fu geniale, credo non lo avesse fatto nessuno prima di realizzare una colonna sonora con le hit dell’estate precedente. Lì in mezzo ricordo anche Dolce Vita, anche quella scritta da me con Giombini, e Moonlight Shadow di Mike Oldfield, altri due grandi successi dell’epoca».
Facendo un bilancio della sua vita artistica, vince la gioia di aver avuto quei successi o l’amarezza di non essere riuscito a ripetersi?
«Sono due aspetti che convivono. Da una parte ci sono la soddisfazione e la fortuna di aver avuto un successo planetario, perché I Like Chopin è un brano andato bene in quasi tutto mondo. Dall’altra c’è il problema che qualsiasi cosa tu faccia verrà comunque paragonata sempre a quella. Ho vissuto con questa spada di Damocle sulla testa per quarant’anni. Però poi impari a vivere in equilibrio. A chi per criticarmi dice che ho fatto una canzone sola, rispondo sempre: “E tu quante?”. Comunque nella mia carriera di album ne ho pubblicati 13 e ho scritto anche canzoni secondo me più belle di I Like Chopin».
Com’è possibile che nessuno abbia mai fatto la cover di I Like Chopin?
«Esiste una versione cantata in napoletano, molto divertente. Invece ho ricevuto diverse richieste di remix a cui ho preferito dire di no».
Da poco è però uscita una versione firmata Christian Marchi.
«Che sta nelle alte sfere della chart dance. È difficile fare un remix di I like Chopin perché ha moltissimi segmenti, per cui i dj tendono a semplificare, magari prendono otto misure e poi te le ripetono all’infinito, sacrificando il resto della canzone. Per questo ho quasi sempre declinato. Invece Christian mi ha proposto un’operazione molto rispettosa della stesura originale, ci ha messo semplicemente una ritmica più aggiornata, più giovane, aumentando i bpm».
Il suo futuro cosa promette?
«Sono nel mio agriturismo in Toscana dove produco olio e vino, mi sono rifatto uno studiolo e sto risistemando le idee. Magari torno a fare un disco nuovo».